Edoardo Malagigi, docente di design presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze, è fortemente impegnato nel settore del design sociale. E' stato recentemente invitato in Giappone per un progetto, in accordo con il Ministero della Pubblica Istruzione, che prevede la realizzazione partecipata di un Pinocchio alto 15 metri: da lì partirà un’operazione di intervento sui loro modelli di educazione e Pinocchio sarà il motore di un’azione educativa che valorizzi la libertà e la creatività dei bambini.
Il sistema educativo, in Italia come in Giappone, si trova ad affrontare di volta in volta delle emergenze sociali: che idea si è fatto della differenza, in questo senso, fra i due Paesi?
Ambedue i paesi hanno perso una Guerra contro il mondo, e in modi diversi hanno percorso la ricostruzione, senza troppi traumi per l’Italia, quasi con continuità o almeno senza dover elaborare drammatici sensi di colpa, come è stato per la Germania o per altri versi per il Giappone. Oggi l’Italia e il Giappone hanno insieme la popolazione più vecchia del pianeta, ma con filosofie tanto differenti da far pensare ad un’azione benefica di giapponesizzazione dell’Italia e di italianizzazione del Giappone. Le necessità relative all’educazione alla legalità e alla democrazia, lo scarso senso dello stato, la carenza di infrastrutture e tecnologie efficaci sembrerebbero non appartenere alle emergenze Giapponesi in campo formativo. Dopo la seconda Guerra mondiale i bambini giapponesi sono cresciuti in un’idea di ricostruzione forzatamente marcata da un’atmosfera pacifista. I governi giapponesi, negli anni, hanno fatto notevoli sforzi per occultare le conseguenze negative della guerra (di recente è stata trovata una vasta collezione di opere d’arte raffiguranti trionfalmente la guerra, nascoste in una sala sigillata del museo nazionale di Tokyo). L’educazione dei bambini in Giappone si è prevalentemente orientata verso programmi e tematiche che escludessero completamente l’idea della fedeltà alla patria e alla bandiera giapponese, del senso di appartenenza allo stato ecc.: tutti valori alla base di quello spirito pericoloso che condusse l’intero popolo verso il nazismo e alla Guerra. Il problema della bandiera esiste ancora oggi in Giappone, per esempio durante certe cerimonie ci sono alcuni insegnanti che rifiutano di stare in piedi quando si canta l’inno nazionale e rifiutano di issare la bandiera. Nei testi di storia moderna non si spiega bene la ragione per la quale il Giappone ha partecipato alla seconda Guerra mondiale. Il sistema educativo giapponese ha sofferto per diverse “dimenticanze”, ma l’eccesso di pacifismo non ha liberato la creatività individuale, al contrario si è trasformato in uno strumento di conformismo e controllo sulla vita degli studenti, anche nei minimi dettagli: dalle sigle sui calzini alla popò prima di entrare in aula. Poche libertà erano concesse agli alunni, specialmente nel periodo di espansione economica (anni 70/80), quando l’obiettivo era quello di formare i futuri dipendenti competenti e obbedienti, come sta accadendo adesso in Korea e Cina. Adesso il Ministero dell’Educazione ha inserito nella scuola elementare il “Yutori-no-Jikan”, il tempo per il rilassamento che gli insegnanti possono utilizzare quando vogliono. Il controllo eccessivamente severo ha marcato fortemente l’educazione giapponese, la conseguenza è che i bambini vivono in un certo senso nel mondo virtuale, senza una conoscenza sana per orientarsi nel contesto sociale e storico in modo spontaneo. Il grande successo dei cartoni animati potrebbe essere riferito a questa dimensione dell’esperienza educativa dei ragazzi giapponesi (di recente in un ex complesso scolastico a Kyoto è stato aperto il Museo Internazionale dei Manga, con un’ottima sezione didattica).
Nel suo viaggio in Giappone ha avuto modo di conoscere riviste pedagogiche che mirano a suscitare la creatività degli studenti. Che impressione ne ha avuto e qual è il dibattito pedagogico attuale?
Un fatto rilevante per l’educazione nazionale è stato il successo avuto negli anni 70 dalla rivista “Kagak e Gakushu” (Scienza e Educazione) realizzata dalla società editrice Gakken, storicamente specializzata nella pedagogia per l’infanzia e la scuola. Oltre alla rivista, in quegli anni, venivano consegnati a domicilio anche giocattoli scientifici, uno strumento per alimentare e coltivare la creatività dei bambini. Le riviste oggi cercano di intercettare la tendenza, molto sentita, di fare esperienze sensoriali nei diversi campi della vita, cibo, ginnastica, arte. Il retaggio di un sistema scolastico rigido farebbe pensare che ai giapponesi manchi la creatività e non deve essere un caso se oggi in Giappone sempre più spesso si fa ricorso al Metodo Montessori come ad un modello che può permettere di liberare la creatività individuale. Diversi insegnanti si sono trovati in difficoltà quando hanno potuto usare il “Yutori-no-Jikan” (il tempo del rilassamento): non sapevano come utilizzarlo e un incentivo è venuto dalla realizzazione degli orti scolastici, dei workshop nel settore delle arti. Sembrerebbe che il nuovo paradigma sia il “processo creativo”, cioè predisporre per i bambini momenti di gioco coniugati all’apprendimento dei linguaggi delle arti contemporanee.
Il modello Montessori ha trovato ottima accoglienza in Giappone, sembra che il motto sia “dove c’è Montessori c’è qualità”. Può chiarirne le ragioni?
La metodologia Montessoriana è stata portata in Giappone negli anni 70, all’inizio però era considerata troppo difficile e specialistica, per certi versi relegata nel dogmatismo riservato all’ambiente accademico. Anche in Giappone, come in molti paesi occidentali, i bambini stanno diminuendo e di conseguenza si concentrano risorse per pochi, quindi prevale la tendenza a trovare il miglior ambiente di formazione per la loro personalità. In seguito al calo delle nascite, molte scuole hanno cessato le attività e ogni comune, grande o piccolo, sta pensando come riutilizzare gli ex spazi scolastici. Ho visitato diverse “Case dei bambini” ispirate al metodo montessori, di tipologie differenti, in ognuna delle quali gli insegnanti sperimentano in modo liberamente poco ortodosso tanto giochi quanto strutture materiali che non sono interpretazioni localistiche o folkloristiche ma buone soluzioni ecologiche per esigenze educative e di sostenibilità ambientale. I genitori dei bambini sono lieti che i loro figli partecipino alle attività della “Casa dei bambini” dove sperimentano in libertà risposte locali e autoctone alle esigenze contemporanee, a base della scelta di questi genitori sembra esserci la consapevolezza che un modello liberato anche dagli schemi montessoriani e dalle rigidità istituzionali giapponesi sia soddisfacente. Le architetture delle scuole a volte inglobano grandi alberi e a terra, di frequente, si trovano alloggi per animali, come capre, conigli ma anche orti (penso alla scuola progettata a Tokyo dall’architetto Yui Tezuka). Gli adulti, un po’ assillati dalla vecchia irreggimentazione, sono ben lieti che i bambini si sporchino di terra e lavorino sui prati. Alcuni insegnanti cercano soluzioni per adattare particolari mobiletti con le ruote ai piccoli spazi delle aule (una necessità in Giappone) mentre le prove d’errore (rumore) pensate per le sedioline in legno dalla Montessori sono improponibili se usate sui tappeti o moquette dei pavimenti delle scuole giapponesi e così un insegnante creativo raccoglie la sfida pensando ad arredi diversi. Insomma, il Montessori sembra un grandioso pretesto per proporre soluzioni adeguate al nostro tempo, in ogni scuola i pezzi del metodo, come i “solidi geometrici” o la “torre rosa” non mancano mai e hanno gli spigoli oramai consumatissimi a dimostrazione dell’uso. Questi episodi potrebbero far pensare che laddove da decine di anni si è diffuso il metodo Montessori potrebbero iniziare vere e proprie vie nazionali all’interpretazione del metodo. E’ una sfida per portare la qualità nella quantità, per costruire un individuo uguale a se stesso, che sperimenta tutti i sensi con una propria personalità e che fin da piccolo, dalla frequentazione della “Casa dei bambini”, si abitua a “scegliere”. La qualità comincia laddove non si sceglie di fare un’attività perché la fanno gli altri, ma perchè piace farla in quel momento. In questo paese la pedagogia montessoriana si coniuga fortemente, forse come in nessun altro paese, al bisogno di liberarsi dagli schemi uguali per tutti. La decisione dei giapponesi di rivolgersi al metodo Montessori è quindi strategica da molti punti di vista.
Sappiamo che Lei a Tokyo ha partecipato anche alla realizzazione di un evento artistico per bambini e per giovani adolescenti giapponesi...
Lo abbiamo chiamato “Pinocchio Project”, un workshop distribuito in due giorni di attività, che ha coinvolto diverse centinaia di bambini. Si è sviluppato fra “Urban Design Center Kashiwa-no-ha” e un’area comune del Lala Port, in una zona periferica verso Tskuba, a nord del centro di Tokyo. Alcune aree commerciali di un mega magazzino convergono all’interno di un vasto volume a tronco di cono, è in questo enome spazio che abbiamo eretto un Pinocchio alto 15 metri. Sembrava anche la migliore risposta a quell’architettura. Il gruppo “Spiral”, già autore di grandi eventi in Giappone, ha considerato l’infanzia e il tema dell’educazione una priorità nella ricerca di sponsor (un percorso inevitabile in Giappone) ed ha partecipato economicamente al progetto. Si è trattato di attivare adolescenti volontari come guide e “facilitatori” (griffati con appropriate t-short), artisti graffitisti, designer di packaging in cartone monoonda, fotografi, cameramen, tecnici di gonfiabili, cuochi, manager bancari, editori; tutti disponibili verso i bambini e il loro desiderio di stare insieme, ridendo, giocando e …inventando. I bambini hanno così potuto giocare dando forma alle bugie davanti all’enorme burattino, l’hanno gonfiato e sgonfiato, hanno stampato una cartamoneta (che si chiama PI, dalle iniziali del nome del burattino), hanno inondato i vetri di un grande magazzino con meravigliosi disegni, hanno scritto report e redatto dei videogiornali, hanno comprato e venduto cibo per poi cucinare cose buonissime, forse troppo ansiosi nell’attesa di attivarsi nei molti mestieri (qui pesano enormemente i condizionamenti sociali forti). Dalla progettazione del logo del workshop, alla cartamoneta, alle forme di Pinocchio tutto ha lasciato spazio al “non già visto”, e tutto si è sviluppato all’insegna del gioco, dell’invenzione e della fantasia. Devo dire che oltre ai box, con la funzione di comunicare l’evento, e il mercato che sembrava un suk arabo-mediterraneo, forse l’elemento di maggiore sorpresa (che ha dato anche il nome alla manifestazione) è stata la realizzazione del grande Pinocchio. Un gonfiabile di colori brillanti e con le forme del corpo a ricordare alcuni componenti del Metodo Montessori, il burattino si è fatto portavoce di un nuovo paradigma; una iniezione di educazione montessoriana può fare molto bene ai bambini giapponesi. E’un messaggio energetico che favorisce la creatività individuale, inoltre in Giappone Pinocchio è un personaggio positivo e molto amato dai bambini. Mesi fa si pensava di realizzare una grande installazione di Pinocchio sul tetto/palestra di una grande scuola media abbandonata nel quartiere centrale di Akibahara a Tokyo, ma adesso i miei amici di Spiral, dopo il successo di “Pinocchio Project” a Lala Port, stanno già progettando una circuitazione dell’evento in altri spazi, oltre che alla replica per il prossimo anno.
L'intervista, in collaborazione con Masayoshi Ishida, è stata curata da Franca Pampaloni, Agenzia Nazionale per lo Sviluppo dell'Autonomia Scolastica.
You can read the original interview in English.
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