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MEDIA EDUCATION

Quando la classe è digitale

Lo spazio diventa il terzo insegnante

di Elena Mosa
01 Luglio 2013

Sembra trascorso un secolo da quando si parlava della LIM come del “cavallo di Troia” in grado di fare entrare il computer e la multimedialità in classe.
Progetti come DigiScuola (2006) e il Piano di diffusione LIM (2007) hanno collocato il primo tassello che compone il variegato puzzle della Scuola Digitale. Se la strategia di queste azioni era quella della diffusione massiccia di tecnologia (la LIM, appunto) accompagnata dalla formazione metodologica, diverso è stato il caso di Cl@ssi e Scuol@ 2.0, dove l’innovazione tecnologica nasce come proposta originale e personale a partire dal singolo contesto classe o scuola, a seconda del caso. 
In questi progetti si osserva la presenza ricorrente di setting 1:1 all’interno dei quali la LIM opera da “collettore” di informazioni e i ragazzi lavorano in classe e a casa con il proprio netbook o notebook o tablet.
Se l’introduzione di queste dotazioni ha consentito di cambiare il modo di fare lezione, la disposizione dei banchi in file parallele orientate verso la cattedra non è più un’organizzazione funzionale perché si scontra con la dinamicità di processi, con la flessibilità della comunicazione e dell’interazione resa possibile dalle ICT.
Un ambiente didattico organizzato in questo modo è infatti predisposto unicamente per ricevere informazioni e non per cercare e selezionare fonti, negoziarle e condividerle.
L’altro tassello del Piano Nazionale Scuola Digitale (PNSD) interessa i contenuti digitali di nuova generazione: libri misti, piattaforme on line, simulazioni e ambienti immersivi sono il cuore del progetto Editoria Digitale Scolastica.
Il DM 209 dello scorso marzo ha bloccato i tetti di spesa delle adozioni dei testi scolastici generando economie che possono essere impiegate per l’acquisto “dei supporti tecnologici necessari (tablet, PC/portatili) ad utilizzare al meglio i contenuti digitali per la didattica e l’apprendimento”.
Le ICT vanno così a scardinare le due componenti del tempo (flipping the classroom, ambienti on line…) e dello spazio aprendo virtualmente la classe ad interazioni con soggetti ad essa esterni (gemellaggi virtuali, situazioni geograficamente svantaggiate, studenti ospedalizzati, esperti esterni…).

Tutto ciò ha gradualmente condotto ad un ripensamento dello spazio fisico dell’aula,già con Cl@ssi 2.0 (vedi per esempio Due possibili setting d'aula), e della scuola, in seconda battuta.
È da queste esperienze che trae origine la ricerca di Indire sui nuovi spazi della didattica che ha preso la forma di tre eventi quali il convegno “Quando lo spazio insegna” (Maggio 2012), lo stand “La scuola del futuro” presso la fiera ABDC Orientamenti di Genova (Novembre 2012) e una lezione condotta da Peter Dourmashkin, professore del Massachusetts Institute of Technology (MIT), nell’aula 3.0 dell’ITS Pacioli di Crema (Maggio 2013).
Quest’ultimo evento, in particolare, ha messo in atto una personale declinazione del modello di aula progettato dal MIT, la cosiddetta Technology Enabled Active Learning (TEAL).
  
Caratteristiche di questo modello sono: apprendimento attivo (basato su problem solving), interazioni continue e dinamiche tra studenti e docente, attività hands-on e ICT per rendere più fluidi e trasparenti i processi.
E’ tutto documentabile e documentato.
Nell’ambito della ricerca sui nuovi spazi dell’apprendimento, l'Istituto Indire ha collaborato, inoltre, alla stesura dei principi ispiratori delle Linee guida edilizia scolastica, recentemente pubblicate sul sito del MIUR.
Le linee guida prefigurano nuovi ambienti nei quali l’aula, tradizionalmente intesa, non è più lasciata sola nei processi di insegnamento e apprendimento: “per molto tempo l’aula è stata il luogo unico dell’istruzione scolastica, rispetto alla quale erano strumentali o accessori: i corridoi, luoghi utilizzati solo per il transito degli studenti. Tutti gli spazi della scuola erano subordinati alla centralità dell’aula o il laboratorio per poter usufruire di attrezzature speciali. Questi luoghi erano vissuti in una sorta di tempo “altro” rispetto a quello della didattica quotidiana. Ogni spazio era pensato per una unica attività e restava inutilizzato per tutto il resto del tempo scuola. Oggi emerge la necessità di vedere la scuola come uno spazio unico integrato in cui i microambienti finalizzati ad attività diversificate hanno la stessa dignità e presentano caratteri di abitabilità e flessibilità in grado di accogliere in ogni momento persone e attività della scuola offrendo caratteristiche di funzionalità, confort e benessere”.
La scuola della società della conoscenza richiede spazi modulari e polifunzionali, facilmente configurabili e in grado di rispondere a contesti educativi sempre diversi. 
Per rispondere a questa necessità, le linee guida descrivono cinque diversi ambienti: la classe, lo spazio laboratoriale, l’agorà, lo spazio individuale e quello informale.
La classe diventa uno spazio in grado di proporre  una varietà di configurazioni: dai modelli più tradizionali al lavoro in gruppi, con arredi pensati per favorire un’agile composizione e scomposizione dell’ambiente e per accompagnare l’alternarsi delle diverse attività  e fasi di lavoro.
Il docente introduce temi nuovi, fornisce indicazioni per le attività da svolgere o gestisce momenti di sintesi e valutazione.

E’ lo spazio in cui il ruolo del docente si fa più esplicito e diretto e in cui si pongono le basi e si traggono le conclusioni del percorso didattico complessivo.
La classe deve essere sufficientemente flessibile da consentire anche lo svolgimento di lavori di gruppo nei quali “l’insegnante non svolge interventi frontali ma assume il ruolo di facilitatore ed organizzatore delle attività, strutturando  ambienti di apprendimento atti a favorire un  clima positivo e la partecipazione ed il contributo di ciascuno studente in tutte le fasi del lavoro dalla  pianificazione alla valutazione. Dovranno dunque essere pensati spazi per i lavori di gruppo, con arredi flessibili in modo tale da consentire configurazioni diverse coerentemente con lo svilupparsi e l’alternarsi delle diverse fasi dell’attività didattica. Un ambiente di questa natura deve essere in grado di essere sufficientemente flessibile da consentire, ad esempio, lo svolgimento di attività in gruppi di piccola o media composizione (ad es. in gruppi specialistici che lavorano, in parallelo, su argomenti affini), discussione e brainstorming (ad es. studenti e docente che si confrontano sulla soluzione di problemi, condividono le conoscenze pregresse, discutono su ipotesi di lavoro), esposizione/introduzione/sintesi a cura del docente, presentazione in plenaria di un elaborato a cura degli studenti, esercitazioni che coinvolgono tutta la classe ecc”.

Lo spazio laboratoriale si presenta come un “atelier” ed è l’ambiente in cui lo studente si confronta con l’esperienza attraverso strumenti specifici.
Osservare, raccogliere dati, analizzare, sperimentare, manipolare, elaborare sono alcune delle attività che possono essere svolte in questo spazio.
Strumenti e attrezzature in grado di abilitare questo approccio hands-on potranno essere specialistici per determinati ambiti disciplinari o trasversali a più ambiti.
L’agorà è lo spazio in cui condividere eventi o presentazioni in modalità plenaria.
Sono molte le attività che possono essere svolte in questo ambiente: gli alunni possono presentare i loro lavori ad altri alunni, docenti e genitori; i docenti possono fornire indicazioni agli studenti per le attività da svolgere; si possono creare occasioni di condivisione con esperti esterni o altri soggetti in grado di fornire un contributo su temi specifici di approfondimento.
Nello spazio individuale lo studente sviluppa un  personale percorso di apprendimento in sintonia con i propri tempi e ritmi, con le proprie attitudini e propensioni: può riflettere sulle informazioni ricevute, svolgere ricerche in autonomia col supporto di strumenti cartacei e contenuti digitali, avere un confronto individuale con i propri docenti anche per definire percorsi di rinforzo o di recupero.
Infine, lo spazio informale e di relax offre occasioni per interagire in maniera informale con altre persone, per rilassarsi, o per avere accesso a risorse anche non correlate con le materie scolastiche.
Molteplici sono le attività che possono essere svolte in questa area informale.
Spaziano dall’accesso a risorse (libri, video, siti web), riposo/pausa, interazioni informali, gioco di gruppo, piccoli lavori  manuali.
L'organizzazione dell'ambiente fisico è stato, già molti anni fa, al centro del programma delle scuole dell’infanzia di Reggio Emilia (“Reggio children”), ed è spesso stato indicato come il "terzo insegnante".
Loris Malaguzzi è il padre fondatore di questo movimento che vede il bambino al centro del proprio processo di apprendimento nel quale lo spazio ha un ruolo fondamentale poiché aiuta a “supportare relazioni tra situazioni complesse e variegate, il mondo di esperienze, idee e tanti modi di esprimere idee”. Una scuola così pensata intesse relazioni con la comunità circostante e si presenta come un “cantiere”, un laboratorio permanente dove la dimensione del fare ha un ruolo strategico. Da questa riflessione nasce la teorizzazione della scuola “atelier” che dobbiamo proprio a Malaguzzi.
L’attenzione ai luoghi dell’apprendere si traduce anche in cura del senso estetico che contribuisce a rendere piacevole lo stare a scuola e a fare di uno spazio asettico un luogo vissuto, trasformando quel che è omogeneo e standardizzato in personale e irriproducibile altrove.

 

Editing a cura di Francesco Vettori, redazione Indire.

 
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