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INIZIATIVE PER LA SCUOLA

L'esperienza in prima persona della controversia

Intervista al Professor Michele Dossi: n nuovi n vecchi ma autentici stimoli per la didattica

di Francesco Vettori
14 Maggio 2014

Con il Torneo argomentativo A suon di Parole*, a cui partecipa il Vostro Istituto, viene sperimentato il passaggio dalla cosiddetta didattica disciplinare a quella esperienziale, un passaggio importante per avvicinare il mondo della scuola alla quotidianità degli studenti.
Può spiegare quali sono gli spunti didattici più significativi di questa esperienza

Da insegnante ho vissuto e vivo “A suon di parole” non come un’esperienza di rottura con la didattica disciplinare, ma come un’occasione di completamento, arricchimento e integrazione. Un’attività tanto più preziosa in quanto, una volta avviata, si impone nel lavoro scolastico con una sua propria logica, vince le mie inerzie professionali e costringe, sia l’insegnante sia gli studenti, a provare pratiche didattiche e formative differenti da quelle più usuali e tradizionali. Entrare in classe e cominciare la lezione di storia o di filosofia scrivendo a caratteri cubitali sulla lavagna (multimediale o no, importa poco) espressioni del tipo “piercing libero per i minorenni”, “i graffiti come vera arte”, “le elezioni europee non cambieranno nulla”, e poi aprire un primo confronto alla ricerca di argomenti a favore o contro queste tesi, non è certo un fatto rivoluzionario, ma per me significa dare un orientamento almeno in parte nuovo e certamente stimolante al lavoro scolastico. Non che la didattica disciplinare sia sempre e solo cattedratica e passivizzante: ormai multidirezionalità, fluidità e “varia movimentazione” sono caratteristiche assai diffuse anche nelle pratiche didattiche usuali.
Ma con “A suon di parole” il contesto di attivazione del pensiero e dell’azione è più autentico: sappiamo che avremo un confronto dialettico reale da sostenere, con avversari reali e in pubblico; abbiamo una preparazione da realizzare che non ci servirà genericamente “per la vita”, ma più immediatamente (anche se un po’ biecamente…) per la gara; e la ricerca non parte da libri più o meno specializzati ma, per dare risultati efficaci in un torneo di retorica, deve prendere avvio dalla ‘vita media’ di ciascuno di noi e dunque lasciar emergere inizialmente tutto un sapere non formale fatto di pareri estemporanei, di impressioni, di informazioni alla buona, di vissuti, di battute, di paradossi, di esempi tratti dalla vita quotidiana, insomma uno spettacolo… E poi ognuno è chiamato non a “fare i compiti” ma ad assumere un compito, cioè a scegliersi liberamente il proprio ruolo (argomentatore, contro argomentatore, cercatore, simulatore degli avversari, valutatore, suggeritore, ecc.), tenendo conto però anche delle concrete e pressanti esigenze del gruppo classe.
E infine c’è la dimensione ludico-agonistica, che immette energie inedite nell’attività. Come si vede una mole notevole di stimoli per la didattica.

La capacità argomentativa, il parlare in pubblico e per il gruppo di appartenenza, il coinvolgimento emotivo sono tutte pratiche che sostanziano, anche e soprattutto, la cittadinanza attiva.
Gli studenti ne sono consapevoli? E qual è il ruolo, per questi aspetti, dei docenti?

Come vivano il loro «argomentare» gli studenti coinvolti in “A suon di parole” è difficile da dire. La politica sembra rimanere lontana dal loro esercizio di discorso pubblico, le istituzioni pure. Il significato più vero del loro impegno nell’argomentazione pubblica potrebbe anche essere quello dello spettacolo, oppure quello giornalistico del confronto di opinioni, o quello del contraddittorio giudiziario.
Sarebbe interessante chiedere direttamente agli studenti coinvolti (cercheremo di farlo) se nelle loro performance argomentative e controargomentative si sentono più emuli di leader sociali o politici, di attori di teatro, di opinionisti oppure di avvocati.
Quello che è certo è che a noi, loro insegnanti (ma lo stesso vale anche per i loro genitori), è estremamente gratificante vederli e sentirli impegnati a dibattere pubblicamente su tematiche di grande rilevanza civile e politica come, per ricordarne qualcuna tra quelle affrontate di recente, la parità di genere, le forme della democrazia nell’età dei social network, l’identità europea.
Di sicuro nell’attività di preparazione di una gara di “A suon di parole” emergono come figure di riferimento particolarmente preziose i ragazzi e le ragazze che, al di là del loro profilo strettamente scolastico, sono portatori di un personale bagaglio di informazioni sull’attualità e sui temi che scuotono la pubblica opinione. D’altra parte è significativo che sempre più frequentemente a noi insegnanti giungano riscontri positivi da parte di genitori del tipo: “L’ho visto/a finalmente leggere il giornale ,… guardare con attenzione il telegiornale, … chiedere a suo padre/sua madre che ne pensa di una certa questione, … discutere animatamente con suo fratello/sua sorella più grande”.
Sono cose semplici, ma possono essere considerate premesse interessanti di una cittadinanza attiva. Dare continuità e consistenza a queste premesse, aggiungere al dibattito argomentativo l’esplorazione concreta di qualche spazio partecipativo presente nelle nostre realtà territoriali, inventare con gli studenti o far toccare con mano qualche bella esperienza di democrazia è uno degli sviluppi più naturali che “A suon di parole” si propone sul piano formativo.

Al tema della didattica esperienziale, si lega quello delle competenze: come avete reimpostato l’attività didattica alla luce dell’obbligo, da parte della scuola, di fornire non soltanto istruzione ma anche competenze?

Forse non c’è al momento una parola più invisa agli insegnanti del termine «competenze», in cui molti di noi avvertono l’espressione liquidatoria – e assai poco competente – del loro lavoro da parte di tutto un mondo dirigenzial-professional-genitorial-accademico che diventa tanto più esigente con la scuola quanto più se ne sta piuttosto lontano da essa. Una reazione dettata certamente da ipersensibilità professionale, un palese caso di irritabilità eccessiva, ma che ha le sue buone ragioni da parte di chi è in campo ogni giorno sul difficile terreno della didattica e della formazione. Al di là delle formule, tuttavia, se si va all’essenziale non è difficile ritrovarsi d’accordo sul fatto che una buona scuola non può mirare ad una trasmissione di contenuti fine a se stessa e perdere di vista la sua finalizzazione più complessiva alla formazione e al consolidamento di diverse competenze.
“A suon di parole” è una di quelle esperienze didattiche in cui tutto questo diventa particolarmente evidente; non c’è “da sapere qualcosa”, o meglio tutto quello che c’è da sapere appare immediatamente finalizzato ad una serie di attività estremamente varie e interessanti: progettare insieme la difesa argomentativa di una tesi e la critica controargomentativa della sua antitesi; capire ciò che può essere non solo argomentativamente ma anche retoricamente forte e debole; esercitarsi nella flessibilità dialettica del pensiero che pensa una cosa e prova a pensare anche il suo contrario; mettersi nei panni del proprio avversario, per anticiparne le ragioni e tentare di imbrigliarne la forza; alzarsi, prendere la parola in pubblico e saperla tenere per alcuni minuti con una certa efficacia; impostare una strategia di ricerca di informazioni, sapendo bene che non devono essere molte ma ben centrate e autorevoli; imparare ad ascoltare con attenzione e a valutare in tempi brevi e con precisione il contenuto argomentativo e le forme espressive di un discorso; sperimentare forme diverse di lavoro collaborativo, metterne a fuoco l’utilità e i limiti di efficacia. Ecco alcune competenze messe in campo necessariamente da ogni classe che partecipa al torneo “A suon di parole”. In fondo non diverse da quelle esercitate in una scuola che voglia essere un po’ interessante e attiva.

Crede che il Torneo argomentativo possa configurarsi come una “buona pratica” per la Scuola, contenga in sé un modello esportabile e replicabile altrove? Quali sono i suoi fondamenti, per esempio organizzativi, didattici, valutativi che dovrebbero comunque essere conservati?

Per rispondere a questa domanda, proverei a sintetizzare, in tre passaggi, ciò che sto più imparando, come insegnante, dall’esperienza di “A suon di parole”, e che dunque porto con me come bagaglio professionale di buone pratiche esportabili nel mio far scuola in generale.

1. “A suon di parole” è particolarmente vicino alla sensibilità dei giovani di oggi.
È abbastanza impressionante sperimentare che la valutazione dell’efficacia pubblica di un discorso argomentativo non ha migliori giudici dei ragazzi e delle ragazze di oggi. Non che loro sappiano realizzare spontaneamente una buona argomentazione o contro argomentazione: su questo è sempre necessario un lungo esercizio, sono utilissimi i consigli, gli esempi, le simulazioni. La fatica di ragionare con rigore e di parlare in pubblico rimane mediamente consistente. Il punto è che quando i ragazzi sono messi a fare la parte dei giudici, sono chiamati cioè a valutare la prestazione dei loro compagni, sono straordinariamente acuti, precisi, efficaci nei giudizi e nei consigli, raramente sbagliano, raramente c’è da aggiungere qualcosa a quanto da loro rilevato. In questo, non c’è dubbio, sono buoni figli della società della comunicazione, e portano con sé un’innata sensibilità rispetto all’efficacia di una performance comunicativa. Tenerne conto in modo sistematico può consentire alla scuola di valorizzare una specifica competenza di cui i ragazzi di oggi sono assai ricchi.

2. “A suon di parole” non lascia fuori nessuno.
Un’attività di gara in cui sono coinvolte direttamente 6 persone per squadra (3 argomentatori e 3 controargomentatori) non sembrerebbe la più favorevole ad un coinvolgimento generale di classi di 20-25 studenti. Invece non è così, se solo vi è un po’ di attenzione a dotarsi di un modello organizzativo partecipato.
Nelle attività di preparazione in classe sono necessari altri 3 parlatori che simulino gli argomentatori avversari (e siamo a 9) e, se c’è un po’ di tempo, è bene simulare anche i 3 contro argomentatori avversari (e siamo a 12). Ogni argomentatore della classe, che ha l’onere maggiore nella preparazione dell’argomento, ha diritto ad avere almeno un assistente fidato che lo aiuti nella ricerca (e siamo a 15). Ognuno dei tre contro argomentatori della classe ha bisogno di almeno un collaboratore stabile che lo aiuti nella delicatissima fase di ascolto-annotazione del discorso del rispettivo avversario per poterlo ben confutare (e siamo a 18). Per ogni simulazione di gara c’è bisogno di una giuria di almeno 5-6 giudici che valuti e consigli i diversi parlatori (e siamo a 24). Poi ci si adatta: qualcuno copre due ruoli, qualcun altro si aggiunge di qua e si sfila di là, qualcuno cerca di sfilarsi del tutto, si sa: comunque, nella sostanza, tutti sono coinvolti. Come dovrebbe essere sempre a scuola.

3. Con “A suon di parole” non mancano mai le sorprese.
La ragazza che si è messa a piangere la prima volta che doveva parlare; che la seconda gara non l’ha voluta fare perché «non ce la farò mai», e che alla fine – dopo 3-4 gare – ha guadagnato tanta sicurezza da essere giudicata la migliore parlatrice del torneo; il ragazzo schivo e incerto che sa recitare a memoria senza darlo a vedere, con spontaneità sorprendente, con freddezza assoluta, lucidità esemplare e senza la minima sbavatura, l’argomentazione che si è preparato con un metodo tutto suo; la ragazza che in ogni verbale del consiglio di classe è sistematicamente «timida e introversa» e che in gara tira fuori una grinta da far paura; il ragazzo che se tiene in mano un foglio con gli appunti va in tilt e che riesce a gestire magistralmente i suoi tre minuti di contro argomentazione solo se non ha nulla di scritto davanti a sé; e poi tutti quelli che ci provano solo per provare, ma poi crescono lavorando, provando, sbagliando e riprovando, e di cui ti arrivano i genitori commossi a dire che «nessuno l’avrebbe mai detto...». Tante belle sorprese, insomma, come dovrebbe essere la scuola.

* Il torneo è organizzato e finanziato da IPRASE, dalla Facoltà di Giurisprudenza di Trento e dal Comune di Trento. A questo torneo partecipano varie scuole e classi (33 quest'anno) della terza e quarta secondaria superiore.
Si veda l'articolo di presentazione del Progetto.



Michele Dossi vive e lavora a Trento dove è insegnante di Storia e Filosofia presso il Liceo Scientifico "Leonardo da Vinci" e Docente presso lo Studio Teologico Accademico e il Corso Superiore di Scienze Religiose. Dal 2009 al 2012 è stato membro del comitato scientifico del Centro per la Formazione degli insegnanti della Provincia Autonoma di Trento. Fa parte fin dall’inizio del gruppo di coordinamento di “A suon di parole”.

 
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