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PROGETTI DI COLLABORAZIONE

Intervista a Pier Cesare Rivoltella

La sperimentazione europea ''eTwinning Initial Teachers Training Pilot''

di Unita' italiana eTwinning
02 Dicembre 2014

L’Università Cattolica di Milano ha deciso di aderire dall’anno accademico 2014/2015 alla sperimentazione europea “eTwinning Initial Teachers Training Pilot” che vede l’inserimento di attività formative eTwinning all’interno del percorso formativo dei futuri docenti.
Ci vuole spiegare questa decisione?

L’uso della lingua veicolare e l’internazionalizzazione rappresentano due esigenze forti per un corso di laurea come quello in Scienze della Formazione Primaria che rischia di essere molto “localizzante”. Aprirsi all’Europa rappresenta per i futuri insegnanti un’istanza di grande importanza capace di far conoscere a essi, in dimensione comparativa, esperienze e ordinamenti di altri Paesi. Oltre a questo nel programma è iscritta una cifra significativa della tradizione didattica della scuola primaria: la “corrispondenza scolastica” tanto cara a Freinet per le opportunità che essa offre di esercitare la lingua scritta, di conoscere le culture altrui, di vivere la dimensione antropologica dello scambio e del dono.

Come nasce questa iniziativa?

Nasce dalla proposta delle nostre due eTwinning ambassadors, Marzia Luzzini e Monica Gorla, che abbiamo la fortuna di avere in distacco parziale presso la nostra sede come tutor di tirocinio. Sono state loro a farmi conoscere questa prospettiva di lavoro e a consentirmi in questo modo di raggiungerela sperimentazione europea in occasione del recente meeting di Manchester.

Conosceva già eTwinning prima?

Sì, certo. Lo conoscevo sia come pratica didattica e di lavoro peer-to-peer tra scuole, sia in relazione alla mobilità virtuale, nell’ambito di Comenius. Avevo anche seguito anni fa alcuni progetti di collaborazione a distanza simili a eTwinning tra Italia e Sud America attraverso la mediazione di CESVI e di altre ONG.

Quali sono le sue aspettative?

Direi tre.

  • Favorire la formazione linguistica e la “cultura europea” dei nostri studenti.
  • Fare rete con i colleghi europei per produrre riflessione sulla formazione iniziale degli insegnanti.
  • Mettere a punto dispositivi di ricerca relativi a metodo e contenuto del progetto.

Alla sperimentazione partecipano ben 21 Istituzioni di formazione iniziale dei docenti, in gran parte università, in 8 paesi europei. In Italia, oltre alla vostra, partecipano l’Università di Firenze, di Genova e di Palermo. Esistono già delle collaborazioni tra università italiane e/o estere in ambito di formazione iniziale dei docenti?

La formazione iniziale degli insegnanti, in Italia, è per così dire “regionalizzata”, ovvero in ogni Regione il MIUR definisce i fabbisogni di abilitanti e chiede alle Università del territorio di far fronte a questa esigenza. Nel caso della formazione degli insegnanti di primaria (l’unica a essere garantita da un corso di laurea, per ora) è istituito e funziona un Coordinamento Nazionale dei Presidenti di questo corso di laurea. Da esso passano le decisioni e grazie a esso le università coinvolte dialogano con il MIUR. Più difficili (praticamente inesistenti) sono invece le collaborazioni a livello didattico per le ragioni spiegate sopra. Spero che questa rete di università possa rafforzarsi nel tempo e che da essa possano nascere anche altre collaborazioni future.

Pensa che in futuro eTwinning e le altre opportunità offerte al mondo della scuola dai Programmi europei potranno diventare parte integrante della “ordinaria” formazione iniziale dei docenti?

Io credo che l’eTwinning, come il CLIL o la Media Education, non possano non appartenere oggi alla formazione iniziale degli insegnanti.

Benché l’età degli iscritti in eTwinning non sia un dato monitorabile allo stato attuale, rispetto al passato stiamo notando una certa inversione di tendenza: l’età media era prima più alta e i giovani difficilmente si avvicinavano ad eTwinning, vuoi per diffidenza, per problemi di precariato e/o per le difficoltà di inserimento legati all’avviamento della professione. Negli ultimi anni stiamo invece notando un crescente entusiasmo nei docenti più giovani nei confronti di eTwinning e delle tematiche ad esso connesse (TIC, dimensione europea, rete…). Come si spiega questo fenomeno?

La cultura degli insegnanti italiani sta cambiando. Inoltre le generazioni più giovani sono più interessate ad aprire i loro orizzonti nella prospettiva di accrescere la loro occupabilità attraverso nuove esperienze. Per questi insegnanti la mobilità non rappresenta un problema e forse anche l’uso dell’inglese sta piano piano migliorando: le cose da questo punto di vista miglioreranno ancora – almeno per la Primaria – dato che nel nuovo ordinamento l’abilitazione è subordinata all’ottenimento del LCL B2.

Quali sono secondo lei i benefici per la scuola (allievi, docenti, sistema) di un uso sistematico di attività come eTwinning?

Credo che la scuola debba essere un cantiere, un’officina creativa, uno spazio di elaborazione progettuale e culturale. In questo spazio eTwinning e altre iniziative proprio di una didattica per progetti possono contribuire alla vitalità del cantiere. Chiari i vantaggi: (1) per gli allievi: costruzione della loro cittadinanza europea, empowerment della L2, attivazione; (2) per i docenti: uso dell’inglese veicolare, maggiore flessibilità, invito a riprogettare la propria disciplina, innovazione della loro didattica; (3) per la scuola: aggiornamento dell’offerta, sviluppo di riflessività nel confronto con la scuola di altri Paesi, innalzamento della qualità.

L’azione europea eTwinning si accinge il prossimo anno a compiere 10 anni di vita. Benché i numeri di docenti iscritti siano ormai rilevanti, più di 270.000 in Europa e oltre 23.000 in Italia, eTwinning è ancora un’azione di nicchia, molto amata dai membri attivi della comunità che si è venuta creando, ma poco conosciuta dalla grande maggioranza dei docenti. Come mai secondo lei?

Due possono essere le ragioni del fenomeno: (1) la rappresentazione della partecipazione all’azione come un carico di lavoro aggiuntivo e/o come qualcosa che è superiore alle competenze. Questo è quel che può tenere lontani i più, almeno nel nostro Paese; (2) la gratificazione che proviene dall’accorgersi di riuscire a comunicare con altri colleghi e la consapevolezza di far parte di un progetto non ordinario. Questo è quello che probabilmente favorisce la creazione di un élite di aficionados.

 

Pier Cesare Rivoltella è professore ordinario presso l’Università Cattolica di Milano dove insegna Didattica generale e Tecnologie dell'educazione. Presso la stessa Università ha fondato ed è direttore del CREMIT (Centro di Ricerca sull’Educazione ai Media, all’Informazione e alla Tecnologia). Presidente della SIREM (Società Italiana di Ricerca sull'Educazione Mediale), è direttore delle riviste “REM – Research on Education and Media” e “SIM _ Scuola Italiana Moderna”. Ha tenuto corsi in diverse università italiane e straniere e pubblicato e curato in Italia e all’estero oltre 30 libri, oltre 70 saggi in volume, oltre 150 articoli su riviste scientifiche.
Quattro le sue aree di ricerca.
L’area della Media Education, al triplice livello: della ricognizione “sul campo” delle sperimentazioni di educazione ai media (in particolare nella scuola e nelle realtà associative); della riflessione teorica su oggetto, ambiti, metodi e didattica della disciplina; della formazione degli operatori e della progettazione/sperimentazione di proposte didattico-educative. L’area della didattica multimediale e dell’e-learning; in particolare: lo studio dei problemi della comunicazione nella cooperazione in rete; la progettazione/gestione di esperienze di didattica on line; la valutazione di qualità dei processi; le nuove didattiche legate all’introduzione dei media digitali. L'area dei consumi mediali giovanili; in particolare lo studio degli stili cognitivi e delle pratiche sociali tra educazione formale e informale. L’area della neurodidattica; in particolare lo studio delle ricadute in ambito didattico delle scoperte delle neuroscienze cognitive.

 

 

 
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