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STRATEGIE COMUNICATIVE

Ernesto Balducci Edgar Morin, Ripensare la politica - (2)

E. Morin

di Patrizia Lotti
10 Ottobre 2003

Allora, ripensare ... prima di tutto questo titolo: "Ripensare la politica". E' evidentemente un tema riflessivo che avevamo scelto chiaramente senza prevedere gli eventi ma che si trova qui posto il primo giorno di una guerra che un problema e un tema di vita e di morte. In che modo possiamo far incontrare questi due temi? Voglio cercare di mostrare di farli incontrare in modo non artificiale.

Prima di tutto "Ripensare la politica" implica porsi in funzione del problema seguente: "che cosa possiamo sperare?". Questo problema si pone in modo quasi disperato quando si in guerra, ma una questione che viene posta fin dalla Rivoluzione francese, da Kant: che cosa possiamo sperare? Sperare sulla terra. E per cercare di trattare questa questione bisogna effettivamente riflettere di nuovo sull'uomo: che cos' l'uomo nella vita? che cos' l'uomo nel mondo? Intendiamoci, non tratter qui questa parte della riflessione, tratter invece il secondo aspetto: quello della riflessione sul nostro mondo umano. E questa riflessione deve partire dal fatto che dalla scoperta dell'America siamo entrati nell'era planetaria.

Dalla scoperta dell'America il virus, il microbo della tubercolosi europea si diffuso tra le popolazioni indiane e quello della sifilide giunto in Europa e si spinto, in capo a quindici anni, fino in Cina. C' stata una prima unificazione microbica a scapito degli umani in ambo le parti. E poi, lo sapete, la patata, il granturco, il pomodoro sono arrivati in Europa e si sono impiantati, mentre il cavallo, il grano sono giunti in America. L'Europa diventata 'tabagica', l'America diventata 'alcolica' e poi attraverso i secoli e soprattutto attraverso la colonizzazione, in modo dunque brutale e dominatore, si giunti all'unificazione del mondo.

In questo secolo ci sono state guerre, guerre mondiali, il che significa che l'era planetaria, l'unificazione si attua principalmente nel conflitto e nell'atrocit. In altri termini siamo tutti solidali, ogni fatto che accade alla Borsa di New York o a Bagdad si ripercuote in tutto il mondo. Siamo tutti solidali, ogni mattina ciascuno di noi prende un t che viene dall'India o un caff che proviene dalla Colombia, oppure indossa un maglione fatto a Taiwan con una maglietta di cotone egiziana o indiana; si ascoltano le informazioni su una radio fabbricata in Giappone e tutto il giorno, in qualche modo, viviamo senza saperlo una vita planetaria. Siamo come un momento di un ologramma dove ciascuno porta con s il microcosmo. Ma malgrado tutto ci, non abbiamo il senso di questa solidariet e diciamo che la tragedia sta nel fatto che l'umanit non riesce a nascere come umanit. Tuttavia abbiamo raggiunto qualche presa di coscienza capitale durante gli ultimi vent'anni. La presa di coscienza ecologica non soltanto una presa di coscienza locale, ma la consapevolezza che la biosfera, il nostro ambiente vitale, un qualcosa che la crescita industriale incontrollata tende a distruggere e questa distruzione tende a sua volta a distruggerci. Abbiamo preso coscienza che la terra stessa una sorta di sistema con la sua autonomia, la sua organizzazione, la sua propria vita.

Ci siamo resi conto, grazie allo sviluppo delle ricerche preistoriche, che c' una radice unica degli uomini e che la loro dispersione attraverso lingue e culture un fatto secondo, che la differenza non un fenomeno principale e, attraverso le diverse culture e le diverse lingue, si sono manifestate molteplici ricchezze. Ma oggi dobbiamo sapere che questa diaspora terminata, che giunto il momento della comunicazione e della riconciliazione, ma sappiamo disgraziatamente che la vera comunicazione non si realizza tramite le telecomunicazioni.

Dunque abbiamo ormai tutte le ragioni convergenti per considerarci cittadini non solo del nostro paese o non solo nel nostro continente, ma cittadini della Terra-Patria. Ma, per diventare tali, per riconoscere questo fatto della Terra-Patria, si affaccia un'esigenza fondamentale: bisogna superare il potere assoluto dello Stato-nazione; come nell'89 la Rivoluzione francese aveva abolito il potere assoluto del re e cambiato sovrano, allo stesso modo oggi bisogna distruggere non le nazioni, non gli stati, ma il loro assolutismo. Capiamo che sotto gli stati esistono delle diversit che vogliono vivere ed avere la loro autonomia, ma comprendiamo anche che al di sopra dello stato ci sono realt che possono essere trattate e pericoli che possono essere affrontati soltanto su un piano comune. Ben inteso, questa concezione della Terra-Patria non deve essere una concezione omogeneizzante, quanto una concezione che non solo rispetti ma cerchi di fortificare la diversit umana. Sapete tutti che la diversit il tesoro della biologia e della biosfera, che la diversit il tesoro dell'umanit culturale e che la diversit di idee, di opinioni il tesoro della vita democratica. Ebbene, queste idee generali valgono per capire il problema del Medio Oriente.

Il problema del Medio Oriente ci appare di una estrema singolarit e talmente diverso da noi, talmente lontano e strano che non vi scorgiamo niente in comune con noi. Ma, di fatto, la singolarit del Medio Oriente deriva principalmente dall'incontro esplosivo di grandi correnti planetarie che raggiungono in Medio Oriente il loro massimo antagonismo: la corrente della civilt occidentale e, nello stesso tempo, quella delle grandi civilt orientali, in Medio Oriente principalmente islamiche. E' l'incontro fra il Nord e il Sud. Il Medio Oriente non il Sud, non il Terzo Mondo, non un paese dell'Africa e nemmeno il Nord. E' un qualcosa di ibrido fra il Nord e il Sud. E' l'incontro disgraziatamente antagonista delle tre grandi religioni del Libro: Islam, Cristianesimo, Giudaismo con interferenze atroci come tutti sappiamo. E' l'incontro tra le grandi correnti laiche, e le grandi correnti religiose. E' l'incontro tra la modernit ed il fondamentalismo. E, a questo punto, occorre capire un po' questo fenomeno del fondamentalismo, cos potente in questi paesi.

Quali sono i due elementi che permettono di capire il fondamentalismo, cio il ritorno, la volont di tornare alla tradizione e alle origini prime di ci che costituisce l'identit religiosa?
Per l'appunto ecco dei paesi di vecchia civilt nei quali dilagata la civilt occidentale, le tecniche, i modi di vita, cio quella tendenza che tenta di omogeneizzare il pianeta secondo il nostro modello. E allora la difesa dell'identit portata ad un rientro, ad una ritrazione e si ha l'impressione che si possa salvare l'identit solo attraverso questo ritorno alle origini fondamentali.

Ma c' una seconda spiegazione a questo fondamentalismo sviluppatosi nel corso degli ultimi vent'anni. Il fatto che in questi paesi ci sono stati dei potenti movimenti rivoluzionari; bisogna pensare che il Baath, il famoso Baath (in Iraq, Saddam Hussein ne il leader) era un movimento rivoluzionario e laico e che c' stata una speranza di uscire dall'arretratezza, di cambiare attraverso la rivoluzione. Ora c' stata una decadenza, una perdita nella speranza della rivoluzione, vale a dire una perdita di futuro, di un futuro radioso, della promessa di futuro. Questa perdita del futuro la viviamo tutti, tutti, anche qui in un altro mondo: il cosiddetto futuro radioso crollato totalmente in URSS e nelle democrazie popolari. Per noi il futuro, il futuro promesso dalla scienza, dal progresso, dalla ragione, ebbene non pi garantito, niente ci assicura che il futuro sar meglio del presente. E quando il futuro crolla che cosa rimane? O resta il presente, cio dove si vive alla giornata senza guardare pi in l del proprio naso, oppure cerchiamo di aggrapparci al passato. Il fondamentalismo si spiega anche con la perdita del futuro. Dunque questa opposizione modernit-fondamentalismo cos violenta, cos virulenta in Medio Oriente, tuttavia un problema che si pone effettivamente in tutte le culture.

E tutte queste opposizioni si situano in una regione in cui ci sono dei nazionalismi esacerbati perch si tratta di stati recenti nati dalla decomposizione dell'impero ottomano le cui frontiere sono state tracciate in modo arbitrario dai colonizzatori che hanno esercitato il protettorato tra le due guerre, ed ognuno di questi stati ingloba o opprime una etnia, una religione. Per di pi, questi stati combattono l'uno contro l'altro nell'intento di rapprensentare il leader arabo con in aggiunta la presenza di quello stato che appare loro incistato dall'esterno, lo stato di Israele.

Dunque in queste condizioni comprendiamo che il Medio Oriente nella sua stessa singolarit il microcosmo, la parte che contiene il tutto del nostro mondo, sono i nostri problemi ma esasperati e in un certo senso il nostro specchio. E' dunque una visione estremamente semplificatrice quella di vedere soltanto la singolarit del Medio Oriente invece di renderci conto che esso riguarda anche noi. Riguarda anche noi, certo, perch una polveriera, una polveriera pu far saltare la terra, ma la polveriera del nostro mondo con tutti gli antagonismi che minacciano il nostro futuro. Penso che essere capaci di considerare questo problema in questo modo complesso significhi essere nello stesso tempo pi capaci di considerare i nostri propri problemi. E se fossimo stati capaci di esaminarli, vale a dire se l'ONU, che aveva acquisito una certa forza dopo l'affaire del Kuwait, si fosse orientato in questa prospettiva, allora avremmo cominciato ad affrontare non solo quei problemi ma anche i nostri problemi planetari.

C' un secondo elemento di complessit nel Medio Oriente. In Medio Oriente i problemi non sono separabili, ognuno rimanda all'altro. Se consideriamo che Saddam Hussein ha compiuto un atto di rapina in Kuwait e che per di pi domina un popolo che non ha il diritto di disporre di se stesso, possiamo dire che la Siria ha compiuto un atto di rapina, in Libano, molto pi abile e che Israele domina il popolo palestinese che vuole avere il suo stato per non parlare poi del problema dei Kurdi divisi fra quattro stati. Non si pu esaminare un elemento senza esaminare gli altri. C' un superamento in ogni paese e possiamo analizzare questo superamento solo se lo si tratta in modo globale. Se, in pi, pensate a Gerusalemme, citt tre volte santa per tre ragioni, ebbene proprio Gerusalemme dovrebbe, in questa tragica vicenda, svolgere il ruolo di questa unit, di citt libera, di terra aperta.
In queste condizioni vediamo chiaramente che questo problema inseparabile ed per questo, credo, che il rifiuto del linkage, come ha detto il segretario di stato Backer, cio di associare il ritiro dal Kuwait agli altri problemi, cio il rifiuto di associare il ritiro dal Kuwait di Saddam Hussein all'esame di una Conferenza Internazionale sul Medio Oriente, questo rifiuto, a mio parere, pu condurre soltanto all'arbitrario. Forse questo rifiuto che ci ha portati all'attuale guerra. Se il problema avesse potuto essere posto due mesi fa forse (non lo so, non possiamo predire adesso retrospettivamente ci che non successo), ma sembra risultare da tutti i dati, sarebbe stata la soluzione che avrebbe potuto essere accettata. E adesso siamo in una condizione in cui la complessit politica ci obbliga a pensare che la soluzione militare pu risolvere alcuni problemi, pu creare problemi pi gravi di quelli che risolve e soprattutto non la guerra che risolver i problemi fondamentali del Medio Oriente. E' per questo che in questa attuale situazione nella quale la guerra cominciata, processo che ormai non possiamo pi controllare tramite le normali vie politiche, dobbiamo mantenere questa esigenza di qualunque cosa accada, se la guerra termina vittoriosamente e rapidamente ( evidentemente auspicabile che una guerra finisca presto), quali che siano le ipotesi bisogna trattare in una conferenza internazionale questo problema del Medio Oriente.
Credo di essermi dilungato un po' troppo, il mio tempo per parlare diminuisce come una pelle di zigrino ..., ci che vorrei dire che oggi quando pensiamo questa guerra, dobbiamo fare le ipotesi pi differenti perch non detto che il problema rimarr chiuso nel contesto militare-strategico dell'Iraq e del Kuwait. Immaginate ... soltanto un'ipotesi ma infondo cos che hanno luogo i grandi eventi, sempre inaspettatamente e improvvisamente perch non si d ascolto alle ipotesi. Supponete effettivamente che in diversi paesi d'Europa si scatenino degli attentati terroristici che colpiscano alla cieca alcune popolazioni civili. In questi paesi d'Europa c' una numerosa popolazione di immigrati; penso alla Francia, alla Germania, ad altri paesi. Subito si svilupper e si rafforzer un sentimento di xenofobia e di razzismo il quale gi molto presente e sar ancor pi virulento. Se in pi c' crisi economica, abbiamo tutte le condizioni per una gigantesca regressione della democrazia nei nostri paesi perch non dobbiamo credere alla visione ingenua e alla giornata che abbiamo delle democrazie in tasca, come un bene garantito ... Credo che "ripensare la politica" sia rompere un pensiero unidimensionale, un pensiero specializzato, un pensiero che allontana sempre il contesto. Perch questo ci su cui voglio terminare. Un pensiero politico normale prende i problemi isolatamente gli uni dagli altri. E' disgraziatamente Cartesio ad avere detto che il modo di risolvere una difficolt consiste nel separare il problema 'in pezzettini' e di risolverli uno dopo l'altro. Facendo cos, non si risolve niente!
Al contrario, un altro francese contemporaneo di Cartesio, Pascal, diceva in modo profondo: tutte le cose sono causate e causanti, sono tutte unite da un legame che unisce imperccettibilmente le pi lontane le une dalle altre. Ed per questo che considero impossibile conoscere le parti se non conosco il tutto e considero impossibile conoscere il tutto senza conoscere bene le parti. E' di questo tipo di pensiero che abbiamo bisogno in politica e, nel caso specifico, significa che tutto deve essere riallacciato al contesto cui si riferisce. Questo primo abbozzo parziale che vi ho fatto significa questo: certo, potete prendere il Kuwait, potete prendere l'Iraq, ma bisogna collegarli al Medio Oriente. Certo potete prendere l'Oriente e chiuderlo, ma occorre riallacciarlo alla nostra situazione planetaria.

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