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10 Ottobre 2003

Ernesto Balducci Edgar Morin, Ripensare la politica - (5)

di Patrizia Lotti

Ernesto Balducci


Prendo occasione da alcuni accenni di Morin e soprattutto dalla sua autobiografia. Morin viene da una forte esperienza marxista da cui successivamente si è staccato (Morin: Ho metabolizzato non vomitato … ) e non, come certi grossi esponenti di casa nostra, con esiti regressivi ma piuttosto con approdi ulteriori. Lo potremo chiamare un marxista post-marxista. Secondo me uno dei segni che dovrei addurre per verificare questo declino della modernità di cui vi ho parlato riferendomi all’aspetto giuridico-politico è il dissolversi delle ideologie, la crisi stessa del marxismo. La universalità delle ideologie, la crisi stessa del marxismo. La universalità della ideologia marxista, come di quella liberale il cui risvolto economico è il libero mercato apparentemente trionfante senza ostacoli nel pianeta, è che si tratta di universalità basate sul presupposto che la rivoluzione industriale come tale garantiva un futuro all’umanità. Ora noi abbiamo scoperto che ci sono contraddizioni messe in moto dalla rivoluzione industriale che sono meta-economiche, che stanno più a fondo dell’economia. Il limite dell’ideologia occidentale è il presupposto di tipo economicistico e tecnologico. Ci sono contraddizioni che emergono dalla condizione storico-culturale dell’umanità che il marxismo non prendeva in considerazione, se non accidentalmente e in modo assolutamente inadeguato. Il marxismo infatti condivideva l’eurocentrismo, cioè il presupposto della modernità: la marcia dell’umanità era quella scandita dal passo trionfante dell’Occidente, il resto doveva seguire. La fine di questo ‘panottico’ europeo porta con sé la riscoperta di altre contraddizioni che sono poi quelle che la stessa rivoluzione industriale nei suoi esiti squilibranti, catastrofici a volte, ha portato alla luce.

Su questo punto l’insegnamento di Morin è estremamente fecondo. Morin alludeva a quel Sud del mondo che sta entrando nel Nord fino a diventare componente costitutiva, sia pure minoritaria. Io penso che il futuro mostro dovrà superare le contraddizioni che per adesso non sono state adeguatamente affrontate. Esse hanno bisogno di questa sistematicità, di quella analisi razionale di fondo che fa di queste scoperte non delle suggestioni a volte con esiti politici reazionari – pensate a certi Verdi; se voltate, dietro sono bianchi – occorre ricondurre certe intuizioni di indubbio valore ad una analisi razionale che le porti alla totalità delle contraddizioni. Solo allora una contraddizione si rivela oggettiva e se assunta come base di un progetto, capace di cambiare la realtà storica. Ebbene, pensiamo alle contraddizioni etniche.

Io non ho nessun dubbio che la stampa italiana, quella segnata dalle firme migliori, è uno straordinario esempio di razzismo inconscio. C’è, anche nelle persone illuminate, un razzismo inconscio che ha fatto un terribile gioco funesto in questi giorni. La intellighenzia europea, italiana in specie, non è generalmente una intelligenza critica, rimane confinata in alcuni presupposti. Non ho nemmeno il tempo per sfogare questo mio sdegno interiore, lo reprimo, spero senza conseguenze per lo sviluppo lucido del ragionamento.

Il confronto con il mondo arabo sarà un confronto decisivo del futuro. Scrivete pure all’ordine del giorno che i grandi temi del domani non saranno quelli Est-Ovest ma sarà il confronto Occidente-Islam. Noi abbiamo in tasca le carte vincenti. Saranno processi di ricostruzione della memoria da compiere, per eliminare le tossine accumulate in noi dalle Crociate in poi, da Goffredo di Buglione a Bush. Dobbiamo comprendere la fecondazione reciproca delle razze. Verranno, ed io sono fra quelli che stanno promuovendo questa iniziativa, gli indios dalle Americhe a raccontare ai nipoti di Cristoforo Colombo quello che fu la scoperta dell’America. Questa ricomposizione della memoria non la facciamo per scandalizzare i numi tutelari della nostra cultura ma per costruire una memoria planetaria, perché se non rendiamo giustizia nella memoria abbiamo la coscienza come rattrappita dentro delle inibizioni che, come ci insegna la psicoanalisi, diventano poi spinte e deviazioni irrazionali. Una memoria ricomposta: problema immenso!

L’altra sfida, e qui chiudo, quella su cui Morin insiste moltissimo, è quella del rapporto fra noi come specie umana e la biosfera. In questo rapporto che è un rapporto di reciprocità più di quanto non sembri, si nascondono spinte, che diventano poi storicamente consapevoli, che sono portatrici di contraddizioni straordinariamente gravi. Si parlava prima con Morin della differenza fra il mondo scientifico della fine dell’800 e quello di oggi. Alla fine dell’800, ai tempi di Ernest Renan, il mondo scientifico era pieno di speranze nel futuro, anzi rivendicava di avere in mano la speranza dell’umanità. Oggi il mondo scientifico dichiara banca rotta a questo riguardo. La contraddizione tra gli esiti della costruzione scientifica e gli equilibri del pianeta è una contraddizione di cui Marx non poteva tener conto, che ancora non è entrata come dovrebbe all’interno del parametro in base al quale giudicare i fatti, i programmi politici, i rapporti tra i popoli. Queste sono le nuove contraddizioni e la filosofia della complessità di cui Morin è un grande maestro, è destinata ad esercitare un contributo di altissimo valore quando dovremo nel futuro affrontare problemi che le generazioni precedenti nemmeno potevano presupporre.

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