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01 Ottobre 2009

Alfabetizzare oggi, ma in quale prospettiva?

Intervista a Bruno Schettini, titolare degli Insegnamenti di Pedagogia generale e sociale e Educazione degli adulti alla Seco

di Bruno Schettini

Saper leggere e scrivere o il suo contrario  segno di inclusione o di esclusione sociale?

Certamente e, come afferma il Memorandum sullistruzione e la formazione permanente, lapprendimento durante lintero arco della vita rappresenta il migliore mezzo per combattere Immagine tratta dall'archivio DIAlesclusione sociale. I dati pubblicizzati dalla recente ricerca del prof. S. Avveduto dellUNLA, dal titolo Volar senzali, ci dicono che circa 22 milioni e mezzo di italiani difettano di literacy e numeracy. In una societ, definita da molti, societ della conoscenza - a voler significare che il livello di partecipazione ed inclusione sociale determinato dalla capacit e dal grado di  competenza posseduta nel  decifrare messaggi scritti od orali -  chi analfabeta primario o chi analfabeta di ritorno ha scarsa possibilit di inserirsi, per esempio, nel circuito occupazionale.
E significativo come lo scarto tra coloro che hanno qualifiche sufficienti per competere allinterno del mercato del lavoro e quelli che ne sono irrimediabilmente esclusi aumenti sempre di pi ed altrettanto evidente come ci sia legato al grado di istruzione che si possiede e alla capacit di implementare e gestire questultima in tempo reale.
Il lavoro, inteso nella sua dimensione di occasione di crescita e di umanizzazione dellindividuo, quindi di inclusione sociale, un chiaro segno rivelatore della capacit di una societ di evitare forme di marginalizzazione. Se la condizione di occupabilit, come risulta provato dai dati statistici, direttamente proporzionale al grado di istruzione posseduta, ne discende un corollario, allapparenza semplice e naturale: chi ha gli strumenti culturali per affrontare la realt, ha pi possibilit, non solo di trovare lavoro, ma di capire quale deve essere il suo posto allinterno dei meccanismi di produzione e di auto-percepirsi come cittadino autonomo e responsabile. Tale condizione , prima di tutto, una condizione esistenziale carica di significato. Includere offrire i mezzi per decifrare la realt e avere con essa scambi adeguati di crediti e debiti, escludere fare in modo che questi mezzi non vengano posseduti nella maniera adeguata oppure fare in modo che si acceda ad essi il pi tardi possibile, contribuendo in tal modo ad aumentare il debito culturale con la conseguenza che questo porta con s: interessi di mora, disavanzi sempre pi incolmabili e penalizzazioni sul piano pi generale della crescita e dello sviluppo della societ e degli individui. 
Una ricerca di qualche anno fa del CEDE sottolineava come in Italia lilliteracy, cio la scarsa capacit di servirsi della cultura, delle conoscenze che danno accesso allesercizio della cittadinanza o al controllo del potere, sia purtroppo di casa. In  questo senso si veda anche la recente ricerca Ials-Sials (1994-2000) e la nuova ricerca del Miur, denominata All, Adult Literacy and life Skills, i cui dati sono stati pubblicati nel 2003.
Non bisogna, per, tacere le contraddizioni che ci sono di fronte; il processo di globalizzazione, per esempio, ha comportato certamente un flusso notevole di informazioni, allargando confini, comportando una comunicazione planetaria e aumentando a dismisura lo spettro delle nozioni fruibili semplici o articolate e complesse, ma non ha ancora espresso una capacit reale di aiuto alla gestione di esse da parte dei popoli; di fatto un numero enorme, ma esiguo rispetto alla totalit della popolazione mondiale, gestisce la maggior parte dellinformazione e un numero sempre pi crescente, gi costituito da cifre a nove zeri, ne rimane esclusa, talora anche ignara di ci che le accade intorno.
Il problema  capire esattamente cosa sia la conoscenza e quale processo societario la esalti o la mortifichi. Questo vale anche per lItalia. Inoltre, se linformazione, in senso tecnico, apprendimento per differenza, poich questultima a generare conoscenza autentica, la globalizzazione, invece, ha generato esattamente lopposto, cio quella omologazione, della quale parlava Pasolini circa trentanni fa, che esattamente il contrario di una conoscenza autentica.


Comunicare creare comunit. Cosa vuol dire?

La comunicazione non , esclusivamente, un mero strumento per scambiare grafemi e fonemi, cio segni e suoni convenzionali e, soprattutto, non solo virtuosismo mediatico e virtualit olografica priva di significati antropologici. La comunicazione alla base della stessa condizione umana, il riscatto della natura-oggetto; attraverso di essa che luomo ha dato soggettivit a tutta la natura e non solo a se stesso. Una prova? Nellattuale revisione della Carta Costituzionale, per esempio, si incluso il diritto al rispetto dovuto a tutti gli animali cosiddetti senzienti, cio che provano dolore, piacere. E solo un piccolissimo passo, ma c da esclamare: finalmente! Pi luomo comprende la natura e pi capisce se stesso. Un pensiero ecologico alla Brofenbrenner, Bateson, per dirla in breve, dovrebbe sempre accompagnare la formazione delluomo a tutti i livelli per evitare gli scempi che sono sotto gli occhi di tutti e per capire che il mondo la casa di tutti.
La comunicazione, dunque, la strategia delluomo per progredire nel suo cammino di umanizzazione. La lingua scritta e parlata alla base di tutte le competenze personali, intrapersonali e interpersonali per relazionarsi con se stessi e con i propri simili e contribuire consapevolmente alla crescita della vita individuale e sociale. Voglio dire, insomma, che la scelta fra unalfabetizzazione per lo sfruttamento chi non ricorda i rischi paventati dopo Teheran di unalfabetizzazione funzionale allasservimento delluomo allassetto politico-economico-mercantilistico di turno; qui, mi viene in mente il monito di Anna Lorenzetto - e unalfabetizzazione per la pi piena umanizzazione delluomo. Un'alternativa che comporta un rischio: un rischio che stiamo vivendo, a dire il vero, ancora oggi, sotto forme inedite.
Dunque, il nuovo rischio alfabetico, di cui parlano le ricerche, assume un volto nuovo rispetto allanalfabetismo di un tempo. Questultimo sta scomparendo, come sostiene il prof. Avveduto, mano a mano che le vecchie classi det muoiono. Il nuovo analfabetismo, che vede la gente possedere un vocabolario povero o capire esclusivamente concetti semplici ed elementari, consiste nellincapacit di utilizzare le competenze di base per decriptare un testo scritto (per esempio unordinanza sindacale o indicazioni di medicinali) o per comunicare (fare una domanda, ottenere una certificazione ). Allora, parlare per diventare soggetti attivi nel proprio paese o quartiere, scrivere o far di conto per lottare contro le forme, sempre emergenti, di sopraffazione politica e sociale, significa costruire una comunit di soggetti capaci di conoscersi e riconoscersi reciprocamente in forza della propria individuale soggettivit che per si co-cotruisce con gli altri. Qui la cultura, il possedere, almeno sufficientemente, le cosiddette abilit di base del leggere, scrivere e far di conto, diventa il medium per lemancipazione personale e per decodificare il significato che la realt e il mondo assumono per noi in questo momento e in questa situazione data. Lanalfabeta, lilletterato viene, inevitabilmente tagliato fuori dalla comunit culturale di cui fa o potrebbe far parte; peggio ancora se non possiede almeno alcune competenze di lingua2 e di abilit informatiche. Ma, poi, detto questo, occorrer anche chiedersi qual per noi la lingua2.
Egli lanello pi debole e soccombente dinanzi ai processi di omologazione. La sua condizione simile a quella di quei bambini di cui racconta la cronaca di Salimbene da Parma. Custoditi in una stanza asettica, curati nei loro bisogni primari, ma negati della parola, della comunicazione (era vietato parlare con loro), si voleva scoprire quale fosse la lingua originaria delluomo: linglese, il francese lesperanto? Ma privati della comunicazione, del parlare, leggere o scrivere, non parlarono n inglese, n francese n esperanto morirono. Ma basterebbe pensare anche allasetticit dellEmilio di Rousseau educato fuori della polis, od anche al ragazzo selvaggio dellAveiron.
Insomma, la comunicazione lesser-ci stesso delluomo. Non offrire questa possibilit agli uomini e, per giunta, ad uomini che alle soglie del terzo millennio avrebbero dovuto, almeno in Italia, sconfiggere lanalfabetismo, significa condannarli alla reificazione di s, restituirli alla natura-oggetto, in bala non solo delle calamit naturali, ma soprattutto di quelle politiche, economiche, sociali, culturali che aggravano e rendono patologica la stessa comunicazione perch n dialogica n dialettica, bens monocorde e assoggettante, per lappunto patologica.  


Quali forme di educazione si privilegiano o dovrebbero essere privilegiate nell'educazione di base?

Il problema riguarda, prima di tutto, una nuova concezione di educazione. Si tratta di uneducazione che dura per tutta la vita (si veda l'articolo correlato Le ricerche e le politiche EdA in Italia) e che impone il superamento di una concezione tradizionale sia della scuola considerata come lunica realt educativa e sia quella di una formazione che crea una suddivisione netta tra  percorsi generalisti di base e percorsi professionali, a favore della costruzione di un sistema formativo trasversale, capace cio di abbracciare le diverse esigenze dei destinatari e facendo incrociare bisogni/domande e offerte/risposte di formazione. Qui il problema di rivedere complessivamente il sistema della domanda e dellofferta in funzione di una filosofia della vita e della polis che tenga in considerazione listanza di una coscienza umana terrena e planetaria.
Posto che la prima domanda-bisogno delluomo la sua continua umanizzazione, allora la proposta di formazione non pu andare che in direzione di una sinergia: luomo erectus, faber, economicus, sapiens non perch ha i pollici opponenti, ma perch dallalba della sua ominizzazione ha compiuto progressivamente, talora spesso - anche contraddittoriamente, scelte, cambiamenti e trasformazioni che ha posto alla base della sua ontogenesi. Egli oggi quello che , e quello che altri lo hanno fatto diventare nel tempo; di ci egli deve rispondere pensando a dove direzionare la sua ulteriore crescita, dandole un significato che sia pienamente etico e responsabile. Dico etico e responsabile rispetto alle generazioni passate delle quali siamo, comunque, debitori; di quelle presenti con le quali condividiamo lo sforzo e le contraddizioni del tempo presente e di quelle future verso le quali siamo debitori di una condizione di vivibilit che sia dignitosa del genere umano. Mi sembra che in ci ci sia una prospettiva pienamente e ampiamente gaia, cio geoetnoantropologica.
Da questo punto di vista, bisognerebbe chiamare in causa le dimensioni formali e non formali che si occupano di alfabetizzazione. Bisognerebbe pensare, per esempio, ad una rinnovata funzione dei CTP, oggi troppo schiacciati sulla dimensione scolasticistica della trasmissione culturale, poco attenti alla cultura come processo di continua significazione e risignificazione e come pratica di condivisione, per dirla con Jerome Bruner. Bisognerebbe puntare lattenzione sulle classi di et pi avanzate: oltre i 45 anni lanalfabetismo tout court ancora molto diffuso. In effetti, in gioco unidea e un modello di societ. Una societ che voglia definirsi dellapprendimento permanente deve essere in grado di offrire in maniera sistematica e integrata unofferta formativa di lifelong learning e lifewide learning. Ettore Gelpi sosteneva che lattuale formazione offre agli individui una pratica culturale scissa perch tende ad anteporre la cultura scientifica a quella umanistica separandole nettamente.
Di fatto, credo, si possa parlare di un aspetto ancora pi grave e cio quello di una formazione tecnologica tecnicistica che viene privata non solo della cultura umanistica, ma anche di quella scientifica nel cui terreno di coltura si sviluppa quella tecnica. In realt, ogni formazione che tenda ad isolare questi tre aspetti mortifica lintelligenza individuale e collettiva, depaupera la comune ricchezza, svilisce lumanit che nelluomo, la reifica nuovamente comportando ricadute negative   sul rapporto uomo-uomo, uomo-cultura, uomo-cultura-natura.


Lanalfabetismo in Italia riguarda soprattutto gli adulti anziani. C' una spiegazione?

Indubbiamente, il problema dellanalfabetismo negli anziani un problema che va inquadrato in un contesto pi generale che quello della marginalizzazione nella quale inscrivere, per esempio, poveri anche per situazioni di disoccupazione, anziani sopra i 65 anni con problemi di demenza senile, ed ancora, soggetti a rischio di isolamento, disabili, immigrati Spesso questi soggetti, spinti ai margini della socialit, aggiungono a questi processi di esclusione sociale una forte resistenza a farsi includere o re-includere nella comunit socio-culturale di appartenenza. Essi risultano essere maggiormente colpiti dalla condizione di analfabetismo. Molti affermano che lanalfabetismo di ritorno colpisca in particolar modo gli anziani a rischio di esclusione sociale. Il problema, molto probabilmente, sta, invece, nella stretta correlazione tra analfabetismo ed esclusione sociale. Lanziano che perde la sua autosufficienza, che abbandona, costretto dalle situazioni, i suoi ambiti familiari e socio culturali di provenienza, per affidarsi a strutture pubbliche o private in cui essere protetto, perde gradualmente la sua capacit di leggere e scrivere, la sua capacit di interessarsi di . Ci si potrebbe chiedere perch in particolare proprio gli anziani. Sicuramente, la spiegazione da ricercare in un processo complesso di contraddizione storica, sociale e culturale. Lanziano pi analfabeta perch noi vogliamo che lo sia, in un duplice senso. Prima di tutto, se analfabeta o semi-analfabeta, ci senzaltro imputabile al vuoto di formazione iniziale, agli anni della sua fanciullezza. E questa la generazione demograficamente decrescente dei nonni che hanno vissuto pienamente la II Guerra Mondiale. Lanziano di oggi, invece, quello che ancora inserito in attivit produttive, ma vive forme di analfabetismo di ritorno, si presuppone sia transitato attraverso gli anni Sessanta/Settanta, epoca in cui  la teoria delleducazione permanente era al centro delle preoccupazioni sociali in Italia. Molto probabilmente, si fatta molta teoria o enfasi retorica e poca pratica per sradicare lanalfabetismo dal tessuto culturale del nostro paese.
In secondo luogo, il problema riguarda anche la capacit di penetrazione e diffusione di iniziative di formazione finalizzate allalfabetizzazione, il pi delle volte, indirizzate a fasce di et in un qualche modo consolidate. Si tratta, infatti, di adulti che vengono considerati attivi e ancora funzionali al sistema socio-economico. Cos facendo, come dimostrano le ultime ricerche in Educazione degli Adulti, se le offerte di formazione sono di per s  gi inadeguate per i giovani-adulti o per individui dallet compresa tra i 35 e i 45 anni, cio per quei target considerati di per s destinatari preferenziali, a maggior ragione lo sono per gli anziani, considerati destinatari di seconda battuta.
Essi, non previsti come target di formazione, non costituendo il fine primo, ma soltanto secondo, hanno scarse offerte di formazione a livello di alfabetizzazione primaria. Universit popolari, corsi presso i CTP e quanto altro per anziani presuppongono il pi delle volte un target gi di per s alfabetizzato e anche attivo. Bisogna, quindi, porsi sul serio il duplice problema dellalfabetizzazione degli attuali anziani e quello di non far diventare domani analfabeti anziani quelli che ora sono i giovani e i giovani-adulti del momento.

Questi discorsi non sembrano contraddittori? Non  esprimono istanze diverse, talora inconciliabili tra loro? Quale filosofia abbracciare?

In effetti, vero. Questi discorsi sono contraddittori perch comunque sono inseriti in una logica di mercato che chiede un certo tipo di alfabetizzazione e utilizza un certo tipo di vocabolario. Due esempi. Il primo, riguarda la formazione per il mercato. Ci viene detto che occorre formare bambini, giovani e adulti ai mercati futuri. Questi mercati per, quali sono? E, soprattutto, quante persone impegneranno? Se i mercati futuri saranno sempre pi virtuali e gli addetti sempre di meno quasi a contarsi sulla punta delle dita, ci si chiede: gli altri, tutti gli altri, che faranno? Non basta sostenere che ci sar pi tempo libero per dedicarsi alla cura di s e alle arti liberali; quella cura e quelle arti richiedono uomini liberi e donne libere. Ma qual la libert di chi non lavora? Di chi avverte sulla propria pelle le ristrettezze e le angustie di una vita precaria senza futuro da costruire e, dunque, senza speranza? Il secondo riguarda lo slogan del momento e cio il concetto di occupabilit. Loccupabilit esige abilit sempre cangianti da inseguire costantemente nel nome di unoccupazione o lavoro che, come si visto, di fatto non ci sar se non per pochissimi eletti.
Allora, il problema tornare ad una formazione che restituisca alluomo la capacit di pensare al futuro in termini di costruzione, di co-progettualit esistenziale, antropologica, ermeneutica, per una soggettivit rinnovata che non escluda quella tecnologica e sia in grado di risignificare la propria crescita; perch, in fondo, cos la crescita se non lo scarto tra due S: quello reale e quello progettato? Ecco, la formazione, e con essa il lavoro per luomo e la cultura - terreno di coltura della vita umana - dal mio punto di vista dovrebbero insieme avere questo fine: consentire alluomo e alle societ di crescere coltivando non solo tattiche e strategie, ma anche progetti di vivibilit per loggi e per il domani.
Tuttavia, questo esige una filosofia della formazione, del lavoro, della cittadinanza e della vita democratica che vede laltro non come terra di conquista, bens come il reciproco, colui/colei/coloro cio che mi aiutano a  ridefinirmi continuamente (il locale cio i tanti punti di vista particolari) e che, costantemente, mi richiamano anche alla realt di un mondo grande quanto lorbe terracqueo (il globale cio ancora una volta i tanti punti di vista generali).
Ora una sola pu essere la filosofia da abbracciare; semplicisticamente pongo il discorso in questi termini: lanziano, rappresenta la memoria vivente delluomo; come La colomba di Kant; non il bambino che tiene insieme due generazioni demograficamente diverse, ma, paradossalmente, lanziano che consente a queste due di incontrarsi nelle radici emotive e culturali della storia individuale, gruppale e societaria. Capire questo significa andare oltre il luogo comune di una visione mercantilistica della vita umana, significa ribaltare la scala dei valori che pone al primo posto lutile e mettere al suo posto luomo. Significa costruire una societ a misura duomo, di ogni uomo e non a misura del profitto, perch nessuno uomo mai si realmente fatto da solo.


Quale rapporto fra formazione di base o umanistica e formazione specialistica o professionale, allora?

Io credo che esse non siano alternative luna allaltra, ma che si richiamino vicendevolmente secondo un vincolo di reciprocit, perch luna aiuta laltra a definirsi continuamente e perch si visto anche qual lesito della loro separatezza, una formazione tecnologica meglio una deformazione tecnicistica fine a se stessa, estrapolata dal suo stesso terreno di coltura quello scientifico - e asfittica, perch non in grado di parlare alluomo con il suo stesso linguaggio.
Direi che le due formazioni sono come il porcospino di Schopenhauer: i porcospini si attraggono fra di loro per riscaldarsi vicendevolmente, quando avvertono la rigidit del clima, ma poi si respingono ogni volta perch i loro aculei pungono laltro che se ne allontana immediatamente. Una storia questa senza fine.
Ecco, se limmagine regge il pensiero, i decisori politici, i formatori, gli uomini di autentica cultura non possono restare a guardare quello che sta accadendo, ma devono accingersi ad un serio discorso di politica della formazione anzitutto delle giovani generazioni, ma anche recuperando quelle adulte, impegnandosi a far uscire tutti dalla caverna e a fugare le ombre, e questo possibile perch luomo un soggetto epistemico in grado di intelligere le cose e di dare loro un senso, mentre percorre la tortuosa strada che conduce fuori dalla caverna stessa. Tutto sta a capirsi: il senso non nelle cose, ma nella capacit attributiva delluomo e ci ha avuto il suo incipit quando questuomo ha scelto di dare inizio al suo lungo viaggio nel tempo e nello spazio, passando da andrs ad ntropos ad tnos attraverso i molti ethos.
La mia prospettiva di lettura narrativa: se il numero fondamento della natura, il libro su cui la natura scritta pu essere decifrato solo dalluomo, da un uomo emancipato dalle ombre, che sappia leggere tra le righe la storia della sua scelta evolutiva che un cammino a venir fuori dalla caverna e non ad entrarvi, saturo delle sue molteplici suppellettili e manufatti.
Questa formazione, allora, richiede completezza, nella misura stessa in cui ci possibile, per orientare ad una problematicit critica, quindi una consapevolezza pienamente terrena; ad una responsabilit individuale e collettiva, dunque, etica; ad una produttivit umanizzante, cio una economia delle azioni per il bene-essere delluomo e non per la sua riduzione a servit dei nuovi mercanti o faccendieri del tempio. 

Breve biografia di Bruno Schettini 

Editing a cura di Francesco Vettori, redazione webzine [f.vettori@indire.it


 

 
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