Esiste già un popolo che si sente europeo, probabilmente quello adulto. Ma, secondo lei, esiste un popolo giovane europeo che può essere l’interprete di una cittadinanza attiva e solidale e della costituzione di questa cittadinanza?
Occorre prima di tutto stabilire due punti: non è necessario che si formi, sul piano culturale un popolo europeo nel senso unitario e omogeneo della parola, perché ci possa essere una costituzione europea, come hanno sostenuto alcuni autorevolissimi costituzionalisti a partire dal tedesco Dita Grimm. Il processo di costituzionalizzazione può anche favorire, anzi in genere storicamente ha favorito, la formazione di un popolo. Il problema fondamentale oggi della mentalità europea è che il sentimento di appartenenza all’Europa è proprio non soltanto di una generazione adulta ma anche di una generazione che rappresenta tutto sommato una élite culturale. Alcune élite culturali si sentono europee e dialogano come fossero dentro la medesima identità europea: scrittori, intellettuali, politici.
Viceversa i giovani non si sentono propriamente europei: si sentono piuttosto italiani e abitanti del global village, francesi e cittadini globali, britannici naturalmente o tedeschi e cittadini globali. Questo pone un problema molto serio: l’Europa è una identità ancora molto labile e umbratile e forse anche poco interessante per i giovani. Questo dipende, a mio parere, dalla sottovalutazione nei vari luoghi di formazione, dalla scuola all’università, della attuale fase del mondo globalizzato: una fase in cui le nostre identità nazionali, anche se rilevanti, andrebbero in secondo piano. Noi ad esempio ci illudiamo di poter essere italiani e potere, come dire, sfidare il mondo senza passare per l’Europa. Questo è impossibile, questa è una pia illusione.
Oggi l’Europa, come sostengono alcuni studiosi, si è provincializzata: l’identità europea è percepita dagli altri, siano essi americani o asiatici, come una identità provinciale. E’ quindi necessario sprovincializzare l’Europa e ricostituire il senso dell’identità europea come unica condizione per poter giocare le nostre carte, anche culturali, davanti ai due colossi dell’età globale: Stati Uniti e Cina. Essi propongono modelli alternativi ma estremamente influenti di globalizzazione. L’Europa deve riuscire a proporre un suo modello di globalizzazione. Mentre credo che i nostri giovani facciano viaggi ad Oriente e Occidente, nel globabalizzarsi, senza pensare ad una alternativa europea. Naturalmente l’Europa è la madre dell’Occidente americano e noi siamo legati all’America da tante cose; però non possiamo essere schiacciati sul modello americano di occidentalizzazione.
Dobbiamo proporre una nostra via, una nostra visione, autonoma dell’individuo e della comunità: una idea di individuo diversa dall’individualismo competitivo americano, che oggi è perdente nel mondo, una idea di comunità non gerarchica, non autoritaria, non paternalistica come quella che ci viene proposta dal colosso cinese. Tertium datur: io credo che l’Europa sia chiamata a sostenere questa sfida.
Intervista di Leonardo Bartoletti, Ufficio Stampa Indire
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