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L'Assedio

Titolo inglese: Besieged

di Bernardo Bertolucci e’ un film a basso costo (3miliardi di lire) che riesce a trasmettere grandissime emozioni. E’ una bellissima storia d’amore, l’incontro-scontro-confronto fra due mondi apparentemente lontani, due universi inconciliabili, due culture agli antipodi.
Lei, Shandurai (Thandie Newton) è una giovane africana emigrata a Roma dopo che il marito è stato arrestato per motivi politici. Lavora come governante (e contemporaneamente studia medicina) nella suggestiva e decadente casa di lui, il signor Kinsky (David Thewlis), uomo taciturno e timido che vive della sua musica, insegnando pianoforte. Mentre lui, al piano superiore, suona Mozart e Chopin, lei ascolta (nella sua stanza posta sotto al mezzanino) Papa Wamba e Salif Keita. Due universi opposti che per una misteriosa alchimia finiranno con il congiungersi. L’opera è intrisa di sensualità; sensualità che trasuda dalla musica, dai gesti, dagli sguardi, dalle cose non dette. E l’amore porterà lui a privarsi di tutto, anche dell’adorato Steinway, l’importante è che lei, vitale e altera, fiera delle sue origini e delle sue convinzioni, sia contenta. Bertolucci con L’ASSEDIO è riuscito a creare un piccolo gioiello, un film delicato e intenso, avvolgente e coinvolgente, dedicato ad anime nobili e sensibili, come quelle di Shandurai e Mr. Kinsky.
La situazione di partenza del film è semplicissima. Mr. Kinsky - inglese trapiantato a Roma - è un musicista un po' frustrato che dà lezioni di pianoforte e vive di rendita, Shandurai - fuggita dall'Africa per motivi politici - gli fa da domestica e cerca un modo per far liberare il marito tenuto prigioniero in patria. In modo diverso entrambi i protagonisti de L'assedio sono soli ed è proprio l'incontro delle loro solitudini l'aspetto attorno al quale il regista crea il suo bellissimo film. I contatti tra Mr. Kinsky e Shandurai sono fatti di silenzi, di sguardi e, spesso, anche di 'contrasti'. Tutto il film, in effetti, è costruito su dualismi e opposizioni: tra l'alto (l'appartamento in cui vive l'uomo) e il basso (il seminterrato in cui alloggia la donna), la pelle bianca di lui e quella nera di lei, la luce e l'ombra, la musica classica e i tamburi africani, il silenzio e il rumore, il Qui (Roma ) e l'Altrove (l'Africa mostrata di sfuggita nelle prime scene del film ma sempre incombente e rappresentata metaforicamente dalla brulicante stazione della metropolitana sotto casa dei due personaggi).
Presto Mr. Kinsky scopre in sé un sentimento inaspettato nei confronti della giovane donna la quale, però, lo rifiuta accusandolo di non capire nulla di lei e della sua situazione. A questo punto nel solitario e quasi misantropo musicista avviene un radicale cambiamento: l'uomo si rende conto che ciò che gli serve per essere felice è rendere felice l'amata.
Bertolucci ci mostra il suo appartamento che poco per volta si svuota di tutti gli oggetti preziosi e raffinati, venduti per acquistare la libertà del marito di Shandurai, all'insaputa di lei.
Quando finalmente Shandurai si rende conto dell'enorme gesto di altruismo di Mr. Kinsky riesce ad avvicinarsi a lui e la storia si schiude a un finale aperto e originale.
In questo 'piccolo' film elegante e ricco di poesia - girato in una casa a due passi da Piazza di Spagna appartenuta a D'Annunzio - Bertolucci inverte totalmente il meccanismo usato in Ultimo tango a Parigi. Mr. Kinsky e Shandurai alla fine del film si ritrovano in un appartamento vuoto, che rimanda a quello che ospitava gli incontri degli amanti sconosciuti nella pellicola del 1972, ma il progressivo svuotamento dello spazio che li ospita è legato ad un'accettazione e ad un avvicinamento reciproci decisamente antitetici rispetto alla drammatica separazione dei loro predecessori. Quasi che, con l'età, lo sguardo del regista sul mondo e sui rapporti amorosi si fosse rasserenato.
 

 

Regia:
Soggetto:
da un racconto di James Lasdun
Sceneggiatura:
Clare Peploe e Bernardo Bertolucci
Fotografia: Fabio Cianchetti
Montaggio:
Jacopo Quadri
Interpreti:
David Thewlis, Thandie Newton, Claudio Santamaria
Musica:
Alessio Vlad
Produzione:
Massimo Cortesi
Distribuzione cinematografica: MEDUSA
Origine:
Italia
Anno:
1998
Durata:
90 min.
Altro:
 
 
Il regista e il film
Bernardo Bertolucci

 
 Per Bernardo Bertolucci (Italia, 1941), nel cinema gli effetti speciali e trabocchetti, non devono avere più territorio e più importanza della storia, delle facce e degli spazi. Sostiene inoltre, l'esigenza di lasciare"una porta aperta" sul set, cioè la necessaria possibilità di evadere dalla sceneggiatura, in modo che gli attori, al di là della recitazione, possano vivere fino in fondo il personaggio. Non c'è che dire, queste premesse, hanno permesso a Bertolucci di diventare uno dei pochi registi italiani venerati in tutto il mondo della celluloide."Oggi sono per un cinema e per un pubblico che non abbiano paura delle emozioni, e lo spettatore che cerco è quello capace di abbandonarsi al lavoro inconscio svolto dal film, e di parteciparvi".
 Bertolucci, agli inizi di carriera (nel 1961), dopo aver vinto un premio letterario, anche per l'influenza di suo padre Attilio, affermato poeta e scrittore, fu invitato da Pier Paolo Pasolini, a partecipare come aiuto regista per "Accattone" (a Roma abitavano nello stesso palazzo e Attilio Bertolucci favorì la pubblicazione del romanzo di Pasolini "Ragazzi di vita"). Malvisto, per queste conoscenze famose e per aver diretto, alla sua prima esperienza, "La commare secca" su soggetto di Pasolini, Bernardo Bertolucci, entrava nel mondo del cinema dalla porta principale e questo la critica non glielo ha mai perdonato. Non passerà molto che Sergio Leone gli chiederà di collaborare alla sceneggiatura di "C'era una volta il west". Con il suo quarto film "La strategia del ragno", Bertolucci iniziò il fondamentale rapporto di collaborazione, con il "mago" direttore della fotografia Vittorio Storaro; con la realizzazione di questa pellicola il regista raggiunse la piena maturità cinematografica, tanto che una parte della critica, ancora oggi, la considera in suo capolavoro. Il successivo "Il conformista", è successo commerciale, che gli procura una nomination all'Oscar per la sceneggiatura e la conclamata ammirazione di Francis Ford Coppola, di Martin Scorsese e Jonathan Demme. Sembra che il direttore della fotografia dei tre episodi de "Il Padrino" Gordon Willis, scrisse personalmente a Vittorio Storaro per esprimergli la sua ammirazione. Si racconta inoltre che Francis Ford Coppola proiettò "Il Conformista" a tutta la troupe, prima di girare "Il Padrino" e successivamente Coppola volle Vittorio Storaro alla direzione della fotografia di "Apocalypse Now". L'allora più importante critico americano, parlò in occasione de "Il conformista" di:"Un trionfo di emozioni e di stile".
Poi venne "Ultimo tango a Parigi", sesto suo film; una storia incredibile che suscitò uno scandalo di tale importanza, da far finire tutte le copie al rogo e vietarne per sempre la visione. Si salvò soltanto una copia, grazie all'intervento del Presidente della Repubblica, da conservare in cineteca. Furono le roventi scene erotiche a decretarne la distruzione, per colpa, in Italia, di un'incredibile censura-Santa Inquisizione. La pellicola, comunque riabilitata nel 1987, resta a tutt'oggi uno dei più grandi successi commerciali del cinema italiano. La celebrità raggiunta e la maturità ormai dimostrata, invogliano il regista a usare tutto ciò di cui la produzione cinematografica può disporre: con costi enormi, grandi attori, e tempi di realizzazione lunghissimi realizza "Novecento", considerato un kolossal, più per essere il film dopo Ultimo tango..., che per virtù proprie. Grandi attori, De Niro, Dépardieu, Lancaster, Sutherland ecc., dieci miliardi di budget (nel 1976!) per la durata di sei ore e un quarto. Di nuovo il film venne sequestrato aggravando la posizione di Bertolucci di fronte alla legge; per "Ultimo tango a Parigi", era stato già condannato per il reato di pubblicazione di spettacoli osceni, a cinque anni di interdizione al voto. La storia venne definita obbrobriosa ed immorale. Comunque stabilì di nuovo dei record per il nostro cinema: dai 2500 costumi realizzati, alle 12000 comparse selezionate singolarmente.

Nuovo scandalo con "La luna", in cui scene stupende si scambiano continuamente con scene imbarazzanti, che vorremmo non aver mai visto. Un film da amare o odiare, non certo da ignorare. Il successivo "La tragedia di un uomo ridicolo", per il quale Ugo Tognazzi vinse la Palma D'Oro a Cannes nel 1981, fu diretto in modo straordinario e non assomigliava a niente di già visto. Nel 1987 è la volta de "L'ultimo imperatore", il più clamoroso successo; premi e riconoscimenti a non finire e ben 9 Oscar (quarto di sempre dopo "Ben Hur" di William Wyler e "Titanic" di James Cameron con le loro undici statuette, e "West Side Story" di Robert Wise con dieci); primo ed unico film italiano a riceverlo per la miglior regia, unica pellicola, della storia di Hollywood, ad aggiudicarsi tutti gli Oscar per le quali è stata candidata. In Italia vince 9 David di Donatello e 4 Nastri d'Argento; in Francia il César per il miglior film straniero. 9000 sarti per i costumi, 19000 comparse, formate in gran parte dai soldati dell'esercito cinese, 100 tecnici italiani, 20 inglesi, e 150 cinesi, hanno lavorato ininterrottamente per sei mesi sul set. Un'unica citazione di un critico, a descrizione dell'opera:"...in ogni momento la straordinaria realizzazione di ogni aspetto della storia lascia sbalordito lo spettatore".

Ormai Bertolucci è nel gota di Hollywood e può fare quello che vuole. Con lo stesso staff produttivo sarà la volta de "Il tè nel deserto", con riprese effettuate in Marocco, in Algeria e nel Niger tra mille difficoltà: la troupe sarà bersaglio di violente piogge, dopo due anni di siccità, e verrà assalita da migliaia di mosche. La storia è una ricerca introspettiva sull'impossibilità dell'essere felici in amore, in quanto il mondo moderno logora il rapporto di coppia. Per ultimo "Piccolo Buddha". Un evento da ricordare a descrizione della pellicola: la prima mondiale si tiene a Parigi alla presenza del Dalai Lama, che prima di allora non era mai entrato in un cinema. La visione si è tenuta di pomeriggio al fine di dare la possibilità al Dalai Lama di andare a dormire alle ventuno, come sua abitudine. Sul set del film, ogni mattina alle cinque e trenta in Nepal, 800 comparse, pullman di tecnici che montano e smontano un intero paese, nel cast sono presenti ben nove premi Oscar e tutto intorno tantissimi altri set in cui si costruisce artigianalmente tutto quello che serve per il film per trentacinque milioni di dollari di costo.


Filmografia
"La commare secca", 1962;
"Prima della rivoluzione", 1964;
"Partner", 1968;
"Amore e rabbia", 1969;
"Il conformista", 1970;
"La strategia del ragno", 1972;
"Ultimo tango a Parigi", 1972;
"Novecento - Atto I e II", 1976;
"La luna", 1979;
"La tragedia di un uomo ridicolo", 1981;
"L'ultimo imperatore", 1987;
"Il tè nel deserto", 1970;
"Piccolo Buddha", 1993;
"Io ballo da sola", 1996;
"L'assedio", 1998.