La
Storia
Il
popolo malgascio è un miscuglio di Asiatici e Africani;
esso vive nel Madagascar da 1500-2000 anni circa, benché
alcuni manufatti in pietra lascino intendere che sul territorio
esisteva una cultura ancora più antica. Gran parte
degli immigranti furono Polinesiani e Malesi che attraversarono
l'Oceano Indiano dall'Indonesia e dall'Asia sudorientale;
inoltre si verificò un flusso migratorio dall'Africa
orientale. Schiavi africani, commercianti arabi, indiani e
portoghesi, pirati europei e coloni francesi si fusero con
la popolazione autoctona, dando alla fine vita alle 18 'tribù'
o clan ufficiali che oggi popolano l'isola. I primi abitanti
portarono con sé i prodotti agricoli che avevano raccolto
nel Sud-est asiatico; ancora oggi le sterminate risaie del
Madagascar ricordano più un paesaggio asiatico che
uno africano. Marco Polo riportò nelle sue narrazioni
l'esistenza del Madagascar, terra già nota anche ai
cartografi arabi. I primi europei a giungere da queste parti
furono i Portoghesi, arrivati sull'isola nel 1500 con una
flotta al comando di Diego Dias. Nei secoli successivi, i
Portoghesi, gli Olandesi e gli Inglesi non riuscirono nel
loro tentativo di insediare basi permanenti sull'isola, ma
dal XVII secolo in poi alcune bande di fuorilegge riuscirono
là dove i loro governi avevano fallito. Il contributo
dei pirati alla popolazione dell'isola fu in termini di bottini,
tesori sepolti e cromosomi, soprattutto intorno all'Île
Saint Marie. Nel periodo in cui la pirateria nei Caraibi veniva
contrastata, oltre un migliaio tra Inglesi, Francesi, Portoghesi,
Olandesi, Americani e di altre nazionalità avevano
eletto la costa orientale del Madagascar come loro base ideale
per colpire le navi che superavano il Capo di Buona Speranza.
L'aumento del commercio di armi e schiavi con gli europei
portò alla nascita dei regni malgasci e, più
tardi, a lotte di potere tra piccoli stati rivali. Alla fine
del XVIII secolo, il clan Merina era quello dominante. Nel
1820 gli Inglesi firmarono un trattato che riconosceva l'indipendenza
del Madagascar sotto il governo Merina, ma l'influenza di
Londra rimase fortemente radicata fino a buona parte del XX
secolo. Già nel 1883 la presenza britannica era scemata
e la Francia divenne l'unica e sola potenza europea del Madagascar
(in cambio del riconoscimento francese della sovranità
britannica su Zanzibar).
I Francesi invasero l'isola attaccando le coste occidentali
nel 1895 e sorprendendo così le difese Merina. Gli
invasori crearono un'amministrazione coloniale e nominarono
primo governatore il generale Joseph Galliéni, il quale,
nel 1897, mandò in esilio in Algeria la regina Ranavalona
III, abolendo di fatto la monarchia. Il generale cercò
di eliminare le influenze britanniche e abolì la lingua
malgascia, dichiarando lingua ufficiale il francese. Sebbene
in teoria avessero abolito la schiavitù, in pratica
i francesi introdussero un regime fiscale estremamente repressivo:
coloro che non erano in grado di pagare venivano spediti ai
lavori forzati. I coloni stranieri e le loro società
espropriarono le terre e svilupparono un'economia di import-export
basata sulle piantagioni di caffè.
Durante la seconda guerra mondiale l'amministrazione francese
ripudiò il governo collaborazionista di Vichy, dando
ai britannici l'opportunità di invadere l'isola, con
la scusa di evitare che il Giappone utilizzasse Madagascar
come base nell'Oceano Indiano. Gli Inglesi restituirono il
paese alla Francia libera di De Gaulle nel 1943. Nel dopoguerra
il Madagascar conobbe un rigurgito nazionalista. Molti malgasci
erano nati e cresciuti sotto l'influenza francese e, avendo
appreso le nozioni di liberté, égalité
e fraternité, non erano più disposti a essere
considerati cittadini di serie B nel loro stesso paese. La
rivolta del 1947 venne soffocata in modo cruento; il Madagascar
dovette pagare un alto prezzo in termini di vite umane (addirittura
forse 80.000) per aprirsi la strada verso la libertà.
Negli anni '50 nacquero diversi partiti politici indigeni
e, quando De Gaulle tornò al potere, nel 1958, i malgasci
votarono per diventare una repubblica autonoma all'interno
della comunità d'Oltremare francese. Nel 1960 il Madagascar
attraversò un tranquillo periodo di transizione verso
l'indipendenza, nonostante l'atteggiamento contrario mostrato
dai colons, come venivano chiamati i coloni francesi. Philibert
Tsiranana, il primo presidente, attuò una politica
sempre più repressiva e, benché appartenesse
alla tribù dei Merina (il gruppo che, in genere, faceva
riferimento all'Unione Sovietica), si rifiutò di aprire
un dialogo con le nazioni comuniste. La ferocia con cui soffocò
una rivolta scoppiata nel sud del paese nel 1972 segnò
l'inizio del suo declino. Poco dopo, infatti, si dimise e
consegnò il potere nelle mani del comandante delle
forze armate, generale Gabriel Ramantsoa.
L'indipendenza del Madagascar provocò il lento crollo
dell'economia. Il ritiro del paese dalla Communauté
Financière Africaine (CFA) accelerò il declino
dell'economia, danneggiata inoltre dalla partenza in massa
della comunità agricola francese e, con essa, di capitali,
capacità e tecnologie. Un veloce rimescolamento ai
vertici dell'esercito - un generale venne assassinato solo
una settimana dopo l'insediamento - non riuscì a bloccare
l'emorragia economica. Un nuovo gruppo di ufficiali, guidati
dall'ammiraglio Didier Ratsiraka, diede origine a un vero
e proprio terremoto, nazionalizzando le banche e altri importanti
comparti senza fornire alcun risarcimento. I pochi francesi
rimasti presero i loro soldi e le loro capacità professionali
e se ne tornarono a casa.
Alla fine degli anni '70 il Madagascar aveva interrotto tutti
i contatti con Parigi e il governo si avvicinava sempre di
più ai paesi del blocco comunista; Ratsiraka scrisse
persino un suo "libretto rosso" sulle politiche
e le teorie governative. La pesante crisi finanziaria del
1981-82 costrinse il governo a rallentare le riforme e ad
applicare le rigorose misure restrittive richieste dal FMI
per l'erogazione di un prestito. Grazie al programma del Fondo,
l'economia si risollevò in parte per poi, subito dopo,
crollare un'altra volta. I sospetti di brogli nelle elezioni
del marzo 1989, che decretarono una nuova vittoria di Ratsiraka,
provocarono numerose rivolte nel paese. Altre ne scoppiarono
nel 1991, quando alcuni partecipanti a una dimostrazione pacifica
furono uccisi dalle guardie presidenziali scelte nord-coreane
di fronte allo sfarzoso nuovo palazzo di Ratsiraka (costruito
con aiuti nord-coreani).
I primi anni '90 furono caratterizzati da tensioni sociali.
Dopo quattro anni di presidenza del professor Albert Zafy,
che non riuscì a unificare il paese né a superare
anni di malgoverno burocratico, Ratsiraka venne rieletto nel
1996, con grande sorpresa della comunità internazionale.
Il fatto che solo il 25% dei 6 milioni e mezzo di aventi diritto
si sia recato alle urne sta a indicare la crescente, pesante
disaffezione dei malgasci nei confronti della politica. Nel
1998 fu introdotta una nuova costituzione che dava a Ratsiraka
maggiori poteri sulla scelta dei membri del governo.
All'inizio del 2000 il Madagascar fu colpito da cicloni devastanti,
che provocarono distruzioni massicce e inondazioni. 130 furono
le vittime e oltre 10.000 i senzatetto. |