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MADAGASCAR

bandiera

Cartina Madagascar
Capitale:
Antananarivo (876.000 ab.)
Superficie:
587.196 Km²
Popolazione:
15.983.000 (stime 2001)
Densità:
27 ab/Km²
Lingua:
Malgascio (Malagasy), Francese (entrambe ufficiali)
Religione:
Animista 52%, Cattolica 23%, Protestante 18%, Musulmana 7%
Gruppi etnici :
Malgasci 99% (di cui Merina 26%, Betsimisaraka 15%, Betsileo 12%, Tsimihety 7%, Sakalava 6%, Antandroy 5%)
Moneta:
Franco malgascio
Forma di Governo:
Repubblica presidenziale
Clima:
Tropicale
Monti principali:
Maromokotro 2876 m
Fiumi principali:
Mangoky 550 Km, Betsiboka 520 Km
Laghi principali:
Farihy Alaotra
Isole principali:
Madagascar 586.500 Km², Nosy Be 293 Km²
Paesi confinanti:
Principali città:
Toamasina 90.000 ab., Mahajanga 80.000 ab.
La Storia
Il popolo malgascio è un miscuglio di Asiatici e Africani; esso vive nel Madagascar da 1500-2000 anni circa, benché alcuni manufatti in pietra lascino intendere che sul territorio esisteva una cultura ancora più antica. Gran parte degli immigranti furono Polinesiani e Malesi che attraversarono l'Oceano Indiano dall'Indonesia e dall'Asia sudorientale; inoltre si verificò un flusso migratorio dall'Africa orientale. Schiavi africani, commercianti arabi, indiani e portoghesi, pirati europei e coloni francesi si fusero con la popolazione autoctona, dando alla fine vita alle 18 'tribù' o clan ufficiali che oggi popolano l'isola. I primi abitanti portarono con sé i prodotti agricoli che avevano raccolto nel Sud-est asiatico; ancora oggi le sterminate risaie del Madagascar ricordano più un paesaggio asiatico che uno africano. Marco Polo riportò nelle sue narrazioni l'esistenza del Madagascar, terra già nota anche ai cartografi arabi. I primi europei a giungere da queste parti furono i Portoghesi, arrivati sull'isola nel 1500 con una flotta al comando di Diego Dias. Nei secoli successivi, i Portoghesi, gli Olandesi e gli Inglesi non riuscirono nel loro tentativo di insediare basi permanenti sull'isola, ma dal XVII secolo in poi alcune bande di fuorilegge riuscirono là dove i loro governi avevano fallito. Il contributo dei pirati alla popolazione dell'isola fu in termini di bottini, tesori sepolti e cromosomi, soprattutto intorno all'Île Saint Marie. Nel periodo in cui la pirateria nei Caraibi veniva contrastata, oltre un migliaio tra Inglesi, Francesi, Portoghesi, Olandesi, Americani e di altre nazionalità avevano eletto la costa orientale del Madagascar come loro base ideale per colpire le navi che superavano il Capo di Buona Speranza. L'aumento del commercio di armi e schiavi con gli europei portò alla nascita dei regni malgasci e, più tardi, a lotte di potere tra piccoli stati rivali. Alla fine del XVIII secolo, il clan Merina era quello dominante. Nel 1820 gli Inglesi firmarono un trattato che riconosceva l'indipendenza del Madagascar sotto il governo Merina, ma l'influenza di Londra rimase fortemente radicata fino a buona parte del XX secolo. Già nel 1883 la presenza britannica era scemata e la Francia divenne l'unica e sola potenza europea del Madagascar (in cambio del riconoscimento francese della sovranità britannica su Zanzibar).
I Francesi invasero l'isola attaccando le coste occidentali nel 1895 e sorprendendo così le difese Merina. Gli invasori crearono un'amministrazione coloniale e nominarono primo governatore il generale Joseph Galliéni, il quale, nel 1897, mandò in esilio in Algeria la regina Ranavalona III, abolendo di fatto la monarchia. Il generale cercò di eliminare le influenze britanniche e abolì la lingua malgascia, dichiarando lingua ufficiale il francese. Sebbene in teoria avessero abolito la schiavitù, in pratica i francesi introdussero un regime fiscale estremamente repressivo: coloro che non erano in grado di pagare venivano spediti ai lavori forzati. I coloni stranieri e le loro società espropriarono le terre e svilupparono un'economia di import-export basata sulle piantagioni di caffè.
Durante la seconda guerra mondiale l'amministrazione francese ripudiò il governo collaborazionista di Vichy, dando ai britannici l'opportunità di invadere l'isola, con la scusa di evitare che il Giappone utilizzasse Madagascar come base nell'Oceano Indiano. Gli Inglesi restituirono il paese alla Francia libera di De Gaulle nel 1943. Nel dopoguerra il Madagascar conobbe un rigurgito nazionalista. Molti malgasci erano nati e cresciuti sotto l'influenza francese e, avendo appreso le nozioni di liberté, égalité e fraternité, non erano più disposti a essere considerati cittadini di serie B nel loro stesso paese. La rivolta del 1947 venne soffocata in modo cruento; il Madagascar dovette pagare un alto prezzo in termini di vite umane (addirittura forse 80.000) per aprirsi la strada verso la libertà.
Negli anni '50 nacquero diversi partiti politici indigeni e, quando De Gaulle tornò al potere, nel 1958, i malgasci votarono per diventare una repubblica autonoma all'interno della comunità d'Oltremare francese. Nel 1960 il Madagascar attraversò un tranquillo periodo di transizione verso l'indipendenza, nonostante l'atteggiamento contrario mostrato dai colons, come venivano chiamati i coloni francesi. Philibert Tsiranana, il primo presidente, attuò una politica sempre più repressiva e, benché appartenesse alla tribù dei Merina (il gruppo che, in genere, faceva riferimento all'Unione Sovietica), si rifiutò di aprire un dialogo con le nazioni comuniste. La ferocia con cui soffocò una rivolta scoppiata nel sud del paese nel 1972 segnò l'inizio del suo declino. Poco dopo, infatti, si dimise e consegnò il potere nelle mani del comandante delle forze armate, generale Gabriel Ramantsoa.
L'indipendenza del Madagascar provocò il lento crollo dell'economia. Il ritiro del paese dalla Communauté Financière Africaine (CFA) accelerò il declino dell'economia, danneggiata inoltre dalla partenza in massa della comunità agricola francese e, con essa, di capitali, capacità e tecnologie. Un veloce rimescolamento ai vertici dell'esercito - un generale venne assassinato solo una settimana dopo l'insediamento - non riuscì a bloccare l'emorragia economica. Un nuovo gruppo di ufficiali, guidati dall'ammiraglio Didier Ratsiraka, diede origine a un vero e proprio terremoto, nazionalizzando le banche e altri importanti comparti senza fornire alcun risarcimento. I pochi francesi rimasti presero i loro soldi e le loro capacità professionali e se ne tornarono a casa.
Alla fine degli anni '70 il Madagascar aveva interrotto tutti i contatti con Parigi e il governo si avvicinava sempre di più ai paesi del blocco comunista; Ratsiraka scrisse persino un suo "libretto rosso" sulle politiche e le teorie governative. La pesante crisi finanziaria del 1981-82 costrinse il governo a rallentare le riforme e ad applicare le rigorose misure restrittive richieste dal FMI per l'erogazione di un prestito. Grazie al programma del Fondo, l'economia si risollevò in parte per poi, subito dopo, crollare un'altra volta. I sospetti di brogli nelle elezioni del marzo 1989, che decretarono una nuova vittoria di Ratsiraka, provocarono numerose rivolte nel paese. Altre ne scoppiarono nel 1991, quando alcuni partecipanti a una dimostrazione pacifica furono uccisi dalle guardie presidenziali scelte nord-coreane di fronte allo sfarzoso nuovo palazzo di Ratsiraka (costruito con aiuti nord-coreani).
I primi anni '90 furono caratterizzati da tensioni sociali. Dopo quattro anni di presidenza del professor Albert Zafy, che non riuscì a unificare il paese né a superare anni di malgoverno burocratico, Ratsiraka venne rieletto nel 1996, con grande sorpresa della comunità internazionale. Il fatto che solo il 25% dei 6 milioni e mezzo di aventi diritto si sia recato alle urne sta a indicare la crescente, pesante disaffezione dei malgasci nei confronti della politica. Nel 1998 fu introdotta una nuova costituzione che dava a Ratsiraka maggiori poteri sulla scelta dei membri del governo.
All'inizio del 2000 il Madagascar fu colpito da cicloni devastanti, che provocarono distruzioni massicce e inondazioni. 130 furono le vittime e oltre 10.000 i senzatetto.