Chi siamo

             Quando sono arrivato nel 1992 alla SMS Daniele Manin ho trovato un’istituzione scolastica di 11 classi, con 235 allievi e poco più di 30 docenti: un’istituzione carica di storia e di decoro, erede dei mitici ginnasi gentiliani, inserita in un austero edificio del Settecento prospiciente lo splendore tardo rinascimentale di Santa Maria Maggiore, un’istituzione consapevole del proprio ruolo anche in un momento di grandi cambiamenti e di grande incertezza sulle strade intraprese e da intraprendere non solo dalla scuola, ma più in generale da una società confusa sulle finalità del vivere e sugli obiettivi dell’esistere-sopravvivere quotidiano.

            Nel 1993 la fusione con la SMS Silvio Pellico ha consolidato nei docenti il senso di appartenenza ad un’istituzione fondamentale per il rione Esquilino, ha stimolato la volontà di dare una risposta ai bisogni formativi di giovani che si trovavano a vivere nell’unico quartiere veramente internazionale e global di Roma, senza rinunciare al fine proprio della scuola secondaria di primo grado: formare l’uomo e il cittadino di domani attraverso l’acquisizione dei saperi indispensabili per orientarsi nel mondo e per affrontare le proprie scelte di vita, prima di studi superiori, poi di impegni professionali. Per raggiungere tale fine era necessario lanciare una sfida difficile, complessa e a tratti anche ambigua: coniugare la tradizione con l’innovazione, essere scuola nel senso più stretto del termine, ossia luogo dove si impartiscono lezioni, si svolgono compiti, si apprendono conoscenze, si attivano competenze, ma nello stesso tempo essere centro di cultura, ossia luogo ove si viene a contatto con i saperi dell’oggi, anzi dove questi saperi vengono rielaborati e riproposti alla comunità cittadina come valori fondanti del vivere civile. Offrire percorsi che stimolassero tutte le “intelligenze” degli allievi non era pertanto legato al bisogno di soddisfare un’utenza genericamente intesa con servizi più o meno alla page, ma strumentale all’esigenza di motivare gli allievi allo studio, alla conoscenza di sé e del mondo attraverso i linguaggi più adatti a raggiungerli e a stimolarli: cinema, teatro, informatica, latino, progetti europei, laboratori artistici, visite di istruzione, sport, lingue straniere,  eventi pubblici di risonanza cittadina, conoscenza diretta del patrimonio artistico romano si concretizzavano via via in progetti che tenevano sempre presente il curriculare, anzi miravano a sviluppare i contenuti delle discipline diventando esperienza cognitiva di chi stava facendo autentica ricerca, ossia prima di tutto viva esperienza intellettuale dei ragazzi e delle ragazze, poi anche dei docenti e di tutti gli operatori scolastici.

Nel 1999 i Corsi delle “150 ore” si trasformano nell’attività del 1° Centro Territoriale Permanente “Nelson Mandela” per l’Educazione degli Adulti: migliaia di corsisti partecipano alle offerte formative di italiano L2, licenza media, inglese, informatica, linguaggi scientifici, fotografia, arte, grafica, orientamento al lavoro, corsi preprofessionalizzanti di falegnameria, pelletteria, meccanica. Tutto ciò è inebriante, è uno spaccato del mondo che lievita all’interno dell’istituzione scuola, è la consapevolezza fisica di quanto ci circonda, è linfa vitale per esserci e per partecipare: il giovane che vede l’adulto studiare accanto a lui, come lui, riceve un messaggio incancellabile, apprende una volta  per tutte che il sapere va conquistato come diritto inalienabile per poter esercitare tutti i propri diritti di cittadinanza nel rispetto e nella libertà di tutte le donne e di tutti gli uomini.

Nel 2000 un altro importante avvenimento: la Scuola Media si trasforma in Istituto Comprensivo e felicemente si ritrova con i bambini della Materna e della Elementare dei plessi Di Donato e Baccarini. Ci si conosceva già, c’erano grande rispetto e stima per due tradizioni forti di alto livello professionale, ma vivere insieme è tutt’altra cosa, se non altro perché si può lavorare con ampio respiro per l’intero ciclo dell’obbligo di base. La Di Donato è la scuola per antonomasia del nostro immaginario, entrarci significa condividere tutta l’industriosa esperienza delle nostre maestre italiche che hanno saputo raggiungere livelli di eccellenza internazionale e che sanno accogliere tutti per dare a tutti gli strumenti fondamentali del sapere, vivendo sempre con sapienza nel quotidiano dei propri alunni. La Baccarini è così bella che la si vorrebbe come il castello delle favole, perfetta e fatata nei suoi spazi e nei suoi arredi, ma resta pur sempre un luogo ove la ricerca-azione delle maestre ha raggiunto eccellenti livelli per lo sviluppo cognitivo degli alunni.

Nel 2003 l’Istituto Comprensivo Statale Daniele Manin è la scuola dei Rioni Monti ed Esquilino, è il Centro Territoriale Permanente del Centro Storico, è luogo di incontro per 900 allievi e i rispettivi genitori, 3046 corsisti adulti, 140 docenti, 40 operatori scolastici, è laboratorio di sperimentazione didattica, è interlocutore di Istituzioni Culturali, Enti Locali, Istituti Superiori, Partner Europei,  Organizzazioni non Governative, Università, è crocevia di formazione per i rappresentanti di 131 Nazioni, è fucina di elaborazione culturale senza complessi di inferiorità nei confronti delle istituzioni formative “alte”.

Tutto questo con una finalità dominante, per verificare in qualche modo se è possibile lavorare per lo studente maniniano doc, che non è altri che quella ragazza o quel ragazzo che viene a scuola con il piacere di ritrovarsi in un ambiente accogliente e simpatico, stimolante anche se rigoroso nei suoi percorsi di studio, aperto al mondo attraverso la consapevolezza del proprio passato culturale, capace di individuare le proprie abilità ed attitudini, pronto ad interagire con gli altri nel rispetto che solo un’autentica esperienza inter – culturale può dare. Il maniniano doc insomma è un ragazzo aperto e solare che non si vergogna di sapere, anzi è curioso di conoscere e di conoscersi e vuol capire sempre di più. Sono così i nostri studenti? Forse non tutti, ma noi li vediamo comunque così perché abbiamo fiducia in loro e perché speriamo che proprio loro possano migliorare quanto lasciamo in eredità: solo questa fiducia ci permette di continuare un lavoro bellissimo, non sempre reso agevole da quanto ci circonda.

                                                                                                              

Bruno Cacco