Premessa

 

 

 

 

I linguaggi come diritti di cittadinanza in una didattica multiculturale


Le migrazioni sono vecchie quanto l’esistenza dell’uomo, e hanno sempre costituito il crogiolo dal quale popoli e culture sono usciti: i popoli vivi non hanno mai praticato l’autismo culturale.
La complessità del fenomeno migratorio discende dalla sua apparente semplicità : cosa c’è di più semplice di un viaggio? Eppure il fenomeno migratorio non è mai un atto innocente, perché il viaggio in questione mette in gioco sempre due motivazioni contrapposte: la disperazione e la speranza. Un immigrato vivrà perennemente un equilibrio precario tra questi due sentimenti. Questo concetto è espresso con una affermazione piuttosto suggestiva di Giulia Kristeva, antropologa e sociologa, nel suo libro ”Stranieri a se stessi”: l’immigrato è uno che fa l’amore con un’assenza .
Quando un migrante arriva nel nostro paese ha prima di tutto il problema di comunicare, farsi capire, capire: apprendere la lingua del paese di accoglienza. Ma la lingua per lu
i svolge una funzione di principio di identità innescando processi su diversi livelli:
• Identità perduta: il migrante, lasciato il proprio paese, perde il contatto quotidiano con la propria lingua e la propria cultura;
• Identità cercata: l’apprendimento della lingua del paese ospite come costruzione di una nuova identità che dia senso alla sua migrazione;
• Identità scissa: quando le due identità non si ricompongono, e il processo di apprendimento si blocca, impedendo l’inserimento nella società ospite;
• Identità equilibrata: quando il migrante evidenzia un apprendimento progressivo della L2, senza dover rinunciare alla propria.
Il problema che si pone alla scuola è quello di costruire le condizioni per i migranti di sviluppare le competenze nella lingua italiana e conservare le competenze nella L1, cioè garantire le condizioni per una identità equilibrata. Ma allora l’apprendimento/insegnamento della lingua non può essere visto nei termini riduttivi di impartire/apprendere le nozioni di grammatica, le strutture e le parole, ma invece come il luogo dove lingue e culture si incontrano, si confrontano, talora entrano in conflitto. L’interlingua, nelle sue diverse fasi, è il risultato di tale incontro/ confronto. Alcuni errori sistematici nel processo di apprendimento linguistico non sono “semplici” errori di grammatica, ma invece il luogo del conflitto e della tensione tra le caratteristiche strutturali delle lingue.
Il compito della scuola è certamente quello di favorire e promuovere le condizioni che portano al costruirsi di una “nuova” identità linguistica e culturale equilibrata, che poi significa anche inserimento sociale e professionale.
La nostra è oggi una società multietnica e questo implica per la collettività e, in primo luogo, per la scuola un compito molto importante: quello di definire un assetto sociale, oltre che economico, in grado di assicurare a tutti le stesse condizioni, qualunque sia il luogo dove sono nati, in ragione del fatto che liberamente decidono di venire a vivere e lavorare in un paese diverso dal proprio. Stiamo parlando delle condizioni che dovranno costruire una società multiculturale, una società dove il pluralismo culturale sia vissuto come positivo, senza pretendere di affermare una idea di integrazione che richieda a qualcuno di rinunciare alla propria storia, alla propria appartenenza. Stiamo cioè parlando della costruzione di fruibilità dei diritti.
La cittadinanza, nella forma dei diritti, è legata da un lato ai diritti del lavoro e dall’altro alle condizioni, anche materiali, oggettive che le politiche di accoglienza possono consentire di realizzare e tra queste prioritari la scuola, la casa, il diritto alla salute, i servizi sociali, la sicurezza.
La scuola è certamente una priorità, per ragioni ovvie, che non riguardano semplicemente la creazione di condizioni per chi, essendo nato altrove, ha come primo impatto il banalissimo problema della lingua, ma perché la scuola, nella sua accezione più ampia, è il luogo nel quale le persone possono essere formate, e non solo istruite, e messe in condizioni di poter padroneggiare adeguatamente tutti gli strumenti necessari a essere, in un mercato del lavoro spesso assai dinamico, in grado di non subire quella dinamicità ma di orientarla.
La scuola, che vuole svolgere questo ruolo, in un progetto educativo multiculturale, abbandona decisamente un modello educativo deduttivo e universalistico, per scegliere di operare secondo “La teoria locale all’Educazione e alla didattica. Nel caso di adulti immigrati, come d'altronde per i ragazzi, non si può prescindere dalle esperienze pregresse, dalla cultura e dalla lingua di cui sono portatori i migranti, l’educazione informale, che in ogni caso regola i comportamenti e i punti di vista, ossia definisce la concezione della vita di ognuno." Ossia in un approccio globale ai processi formativi, l’educazione formale e linguistica devono essere considerate in una relazione dinamica con tutte le altre esperienze, dove deve essere significante la diversità culturale ed esperenziale di ognuno.
Nella teoria locale dell’educazione si adotta il modello relazionale, dove hanno legittimità i punti di vista di ognuno e da questi si procede per costruire le successive elaborazioni. In questa didattica partecipativa il docente appare come un facilitatore della relazione tra saperi diversi, costruendo così le condizioni per cui soggetti di culture diverse possano mettersi in comunicazione, attraverso la relazione che vengono dalle culture marginali con i saperi della cultura dominante. Una didattica partecipativa si realizza se docente/studenti funzionano come emittenti di informazioni e di saperi, ma anche come ricevitori di informazioni e di saperi. L’obbiettivo è quello della messa in chiaro dei saperi di cui ogni corsista è portatore, ossia il primato dei soggetti della formazione.
In questa logica appare evidente l’importanza di recuperare i saperi iniziali dei migranti, e come l’aggancio ai saperi predisciplinari o extra-disciplinari costituisca un primo riconoscimento dell’identità dell'altro e una base di partenza significativa per il successo dell’apprendimento.

Beatrice Tanno