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Pomodori d’albero - La medicina tradizionale
Durante il corso di educazione ai diritti e alla
salute, nel I° CTP Nelson Mandela, mi è sembrato addirittura ovvio
proporre agli studenti di scrivere della “medicina tradizionale e dei
rimedi” nei loro paesi.
Uña de gato, pomodori d’albero, latte di donna, miele e melograno,
china e zenzero e limone e noce moscata…
Quella narrazione e quei nomi hanno esercitato su di me un grande fascino, perché
non si trattava di prodotti delle botteghe e della moda che in questi anni trionfa
nel nostro paese senza peraltro riuscire ad occupare un posto dignitoso. Dalle
loro parole affiorava un’antica sapienza, trasmessa in narrazioni familiari
e in pratiche quotidiane in alcuni luoghi, che in qualche modo mi facevano tornare
alla memoria le parole di mia nonna che raccontava come sua nonna – siamo
nel 1870- la curasse da bambina, utilizzando erbe e rimedi della tradizione
dei contadini molisani.
Mi sono chiesta attraverso quali vie le cure dei popoli andini si fossero incontrate
con quelle dei popoli arabi ,orientali, africani.
Forse le Vie dei canti degli aborigeni australiani sono in realtà più
vaste, più lunghe e percorrono il mondo.
Sono andata a cercare le tracce di quell’antica sapienza nei testi antichi,
in quelli che raccontano la storia degli uomini, i loro scambi, le predazioni
e anche di come le culture dominanti si siano appropriate di quella sapienza
e l’abbiano manipolata, trasformata , ma anche diffusa.
La Bibbia è la testimonianza più antica di ciò che era
l’Arabia Felix e quindi anche delle erbe e degli aromi che in tempi remoti
lì crescevano e venivano usati dai popoli che la abitavano: la regina
di Saba, avendo sentito parlare della sapienza di re Salomone, “ venne
per metterlo alla prova con una seria di enigmi. Arrivò a Gerusalemme
con un folto seguito e con cammelli carichi di aromi, di oro in quantità
immensa e di pietre preziose” (Dal Libro dei Re 10,9-10,10)
Il Cantico dei cantici, nomina come pietre preziose qualità della sposa-amata di re Salomone frutti e spezie, che sono presenti nelle narrazioni e nelle tradizioni da cui gli studenti del Primo CTP hanno attinto per la loro medicina tradizionale.
Dal Cantico stesso 4.13
I tuoi germogli un giardino di melagrane
Con frutti più deliziosi,
fiori di cipro con nardo
nardo e croco, cannella e cinnamomo
con ogni specie di alberi da incenso
mirra e aloe
con tutti i più preziosi aromi
fontana di giardini,
polla di acque vive
e che scendono dal Libano
La mia è una lettura evidentemente molto
pagana del Cantico, forse la settantunesima; Paolo De Benedetti dice che ”oggi
bisogna ricominciare da capo la lettura e la comprensione del Cantico”
( P. De Benedetti “Per una lettura” ): io vi ho cercato e trovato
una traccia della antica sapienza degli uomini.
Ho voluto illustrare questo lavoro con alcune preziose immagini che provengono
da un codice manoscritto miniato della fine del quattordicesimo secolo, Tacuinum
sanitatis in medicina, noto anche come il Libro di Casa Cerreti, e dall’Erbario
del Conte Palatino, C. J Trew, del ‘700.
Chi ha illustrato e compilato il Tacuinum ha utilizzato come riferimento illustrazioni
di antichi erbari arabi e anche il testo di un lavoro di Ibn Botlan( Ellbochasim
de Baldach, che viene rappresentato in una delle tavole del Tacuinum), medico
arabo che aveva studiato a Bagdad e morì ad Antiochia, non prima del
1064.
Il lavoro di Ibn Botlan recupera la tradizione dell’antica medicina greca
e mediorientale integrandola con le conoscenze dell’epoca.
Nell’Erbario del Conte Palatino, C, J
Trew ( 1695- 1769), medico di Norimberga, grande conoscitore di piante e collezionista
di testi tavole antiche che ne illustrano le proprietà, narra, fra le
altre, la storia del Chinino: la corteccia dei gesuiti o la polvere della contessa.
Si racconta che un visitatore dell’Orto botanico di Chelsea, in Inghilterra,
nel 1685, narrasse di una collezione di innumerevoli rarità, tra cui
l’albero che porta la corteccia dei gesuiti: questo nome era giustificato
dal racconto, appunto, della guarigione miracolosa di un missionario gesuita
in Perù, che in preda ad attacchi di febbre fu curato e guarito da un
infuso somministratogli da uno “ stregone locale”. Il gesuita, successivamente,
scoprì che si trattava della corteccia di una pianta andina. Un’altra
versione narra che un amministratore di un piccolo villaggio al confine tra
Perù ed Ecuador, avendo scoperto le virtù terapeutiche di questo
febbrifugo nel 1630, l’avrebbe inviato alla contessa di Chincon, moglie
del viceré spagnolo in Perù, da cui il nome di Polvere della contessa.
Certamente la corteccia di questo albero delle Ande fu portata in Spagna dal
Conte di Chincon e Linneo battezzò in suo (!) onore la specie Chincona
officinalis.Gli Spagnoli cercarono di coltivare questo albero in Spagna , ma
naturalmente senza risultati. Solo molto più tardi, un secolo dopo, gli
Olandesi riuscirono ad introdurlo a Giava e gli Inglesi in India e a Ceylon.
In Europa, il chinino fu utilizzato solo dopo la seconda guerra mondiale, mentre
gli antenati di Jimmy, con un nome maya o inca, lo usavano da tempi immemorabili.
Come dicevo all’inizio, la mia ricerca, condotta su testi autorevoli (vedi
bibliografia) ha dato sostanza alle “notizie” meno autorevoli,
ma senz’altro vere, emerse dallo scambio di saperi avvenuto in questo
lavoro con gli studenti.
Beatrice Tanno