1. Introduzione
La
domanda che molti insegnanti rivolgono a se stessi e ai loro colleghi è: come
posso motivare i miei alunni ad apprendere? La domanda è indotta, spesso, dalla composizione marcatamente eterogenea
delle classi. Queste, infatti, possono includere sia studenti capaci di attivare efficaci strategie di apprendimento,
utilizzare bene le conoscenze già acquisite,
regolare l’attenzione e l’impegno in rapporto alle difficoltà dei
compiti, mostrare interesse, avere fiducia in sé, non scoraggiarsi di fronte
alle difficoltà, non sperimentare sentimenti distruttivi in caso di errore o di
fallimento sia studenti che, invece,
elaborano i contenuti in modo superficiale, non hanno la forza di persistere di
fronte agli ostacoli, manifestano una scarsa fiducia nelle loro capacità,
affrontano i compiti e le attività scolastiche con poco impegno, serietà,
piacere e scarso entusiasmo. Infine,
anche studenti che possono alternare periodi di attenzione e partecipazione ad
altri di distacco o scarsa applicazione, che in alcune circostanze dimostrano
preparazione ed interesse mentre in altri momenti perdono la voglia di
impegnarsi e di fare bene.
Un
contesto di istruzione formato da allievi aventi queste caratteristiche pone
inevitabilmente agli insegnanti delle sfide didattiche assai impegnative. Esso,
inoltre, mette in grave crisi lo schema di insegnamento più comunemente
usato fondato sulla sequenza
spiegazione, studio individuale e verifica scritta ed orale.
La situazione di eterogeneità
produce altri nodi critici. Ad esempio:
come far interagire costruttivamente studenti capaci con studenti meno
capaci? Come strutturare l’apprendimento tenendo presente che alcuni saranno
in grado di portarlo a termine mentre altri faranno più fatica? Quali forme di istruzione dare agli studenti con scarso rendimento per migliorare la loro situazione scolastica
promuovere un positivo concetto di sé? Come rendere significative le conoscenze
da apprendere? Come suscitare curiosità attorno alle conoscenze scolastiche in
coloro in cui il desiderio di conoscere si è spento o si è orientato verso temi
e contenuti non scolastici?
L’articolo
cerca di rispondere a questa serie di interrogativi in primo luogo prendendo in
esame un costrutto psicologico di
grande interesse e rilevanza educativa: la motivazione ad apprendere.
Successivamente illustrando le due posizioni dominanti nell’ambito dello studio
e della comprensione di questo argomento. Infine proponendo un insieme di
opzioni didattiche elaborate alla luce di nozioni di natura motivazionale.
2. Motivazione ad apprendere
La
motivazione ad apprendere può essere definita come il grado di impegno
cognitivo investito per il raggiungimento di obiettivi scolastici (Johnson
& Johnson, 1989). Essa può anche essere intesa come il grado di “serietà”
con cui un allievo tenta di affrontare
gli impegni e gli obiettivi scolastici
con lo scopo di: a) padroneggiare le conoscenze e le abilità piuttosto
che fare il minimo e cavarsela; b)
verificare apertamente lo stato delle proprie conoscenze piuttosto che cercare di portare a termine il compito
indipendentemente dall’essere sicuro di avere realmente appreso qualcosa
(Johnson & Johnson, 1985).
Brophy e Kher (1986) hanno proposto di
distinguere due tipi di motivazione ad apprendere: una che si manifesta come
tratto di personalità e una che si manifesta come stato. Nella prima accezione
il concetto si riferisce ad una disposizione generale che permette ad uno
studente di percepire l’apprendimento come un’attività intrinsecamente valida e soddisfacente e quindi di impegnarsi in essa
con lo scopo di padroneggiare le abilità e le conoscenze da acquisire. Lee e
Brophy (1996) ipotizzano che gli studenti che abitualmente si impegnano
nell’apprendimento tendono per lo più a sperimentare le attività come gratificanti
in sé e a provare nei compiti o nello
studio di una disciplina un gusto e un
piacere intrinseci.
Intesa
come stato, la motivazione ad apprendere spinge gli studenti ad impegnarsi nelle attività di classe e ad attivare
le strategie richieste (Brophy & Kher, 1986), ma,
di norma, non implica che i compiti debbano percepiti particolarmente
interessanti e gratificanti in sé. Questo spiega perché molti studenti si impegnano in attività di cui non
sperimentano un piacere intrinseco. Lee e Brophy (1996) ipotizzano che tali
studenti tendano prevalentemente a vivere lo studio con un senso di dovere, di
impegno e di responsabilità.
Lo studio e la comprensione della
motivazione ad apprendere sono stati affrontati da due distinti approcci: il
cognitivista e il didattico-motivazionale. Tali approcci non sono
necessariamente in antitesi.
2.1. L’approccio cognitivista
La chiave di lettura per
capire i fenomeni legati allo scarso rendimento scolastico è stata spesso la definizione e lo studio
accurato dei processi cognitivi. Le ricerche si sono focalizzate, in
particolare, su come gli studenti
strutturano ed utilizzano le conoscenze durante l’apprendimento. In questo
ambito, si è registrato un crescente interesse sull’uso efficace di strategie
di apprendimento (Pintrich,
Cross, Kozma, & Mc Keackie, 1986). Gli studi sono stati estremamente
importanti per la concettualizzazione dei processi di apprendimento; tuttavia
il loro carattere di esperimenti rigorosamente controllati, con soggetti
volontari e ricompensati, con compiti chiaramente definiti ha posto delle
difficoltà di generalizzazione a contesti di apprendimento reali (Boekaerts, 1987; Pintrich & Schrauben, 1992). A tale riguardo
si è constatato ad esempio che, sebbene istruiti in training specifici, gli
studenti fallivano ad applicare ai compiti scolastici le strategie e le
conoscenze acquisite in laboratorio. I ricercatori si sono posti il problema di
che cosa impedisse il transfer delle conoscenze e delle abilità e se il
fallimento fosse attribuibile solamente
a fattori di natura cognitiva. Per tale
ragione si è affermata in anni recenti l’idea che un impegno scolastico
caratterizzato dal desiderio di comprendere e padroneggiare i contenuti, si
ottiene nella misura in cui si stabilisce una relazione positiva tra variabili
motivazionali e cognitive (Pellerey
& Orio, 1995). L’interazione tra queste variabili può facilitare o
inibire i processi di pensiero e di conseguenza il rendimento scolastico.
Un
esempio molto evidente di rapporto tra variabili di natura motivazionale e
cognitiva è stato scoperto da Ames e colleghi (Ames & Archer, 1988; Elliot
& Dweck, 1988; Graham & Golan, 1991; Meece, Blumenfeld & Hoyle, 1988; Nicholls,
1989). Questi studiosi hanno rilevato
che gli studenti possiedono due classi opposte di motivazioni. Alcuni sono
spinti dal desiderio di comprendere ed acquisire nuove conoscenze ed abilità e
tendono a credere che riuscire a scuola sia una questione di impegno e di
padronanza dei contenuti. Per questo tipo di studenti l’apprendimento assume un
valore intrinseco che orienta i comportamenti verso l'acquisizione e il
padroneggiamento di conoscenze nuove.
Esso implica pianificazione e impegno
al fine di svolgere e portare a termine con pieno successo un compito. Altri
studenti invece, sono molto di più sollecitati
dal desiderio di ottenere giudizi e
voti positivi, e di dimostrare di essere i primi della classe. Per
costoro l’apprendimento riceve un valore estrinseco perché è visto come un
mezzo per ottenere riconoscimenti e
gratificazione dagli insegnanti ed
eccellere tra i compagni (Ames
& Archer, 1988; Nicholls, 1989). In coloro nei quali prevale la prima
motivazione, si osservano più frequentemente azioni di elaborazione profonda
del contenuto da apprendere, più alti livelli di consapevolezza metacognitiva, di
persistenza di fronte agli ostacoli,
di soddisfazione in ciò che si fa, di disponibilità a scegliere compiti
difficili e sfidanti. Mentre in coloro nei quali domina la seconda motivazione,
sono più, frequenti le azioni di elaborazione superficiale del contenuto,
l’affidamento all'apprendimento mnemonico, la tendenza a scegliere compiti
facili e ad evitare compiti difficili e intellettualmente stimolanti (che
potrebbero mettere in crisi le capacità attuali), la scarsa persistenza di
fronte alle difficoltà (Graham & Golan, 1991; Nicholls, 1989; Pintrich
& De Groot, 1990).
Per
quanto sintetiche queste considerazioni consentano di chiarire le “sottili”
relazioni tra fattori cognitivi e motivazionali. È stata avanzata l’idea che la
motivazione ad apprendere sia il risultato
dell’azione combinata e reciprocamente interdipendente di variabili .
L’attività di pianificazione didattica
non può prescindere da questa conclusione.
2.2. L’approccio
didattico-motivazionale
L’approccio
didattico-motivazionale sfida l’idea che la motivazione ad apprendere sia una
disposizione personale degli studenti, rispetto alla quale si ritiene
difficile intervenire. Gli insegnanti
che condividono questa posizione, poiché pensano di avere uno scarso controllo
sulla personalità dei loro allievi e concludono che il motivare ad apprendere
non sia né un obiettivo da perseguire nel processo di istruzione né una
competenza che può arricchire il loro patrimonio professionale. Tale
atteggiamento rimanda agli studenti la responsabilità e la decisione di
impegnarsi nelle attività scolastiche di apprendimento.
Una serie di principi
generali possono guidare la pianificazione di interventi didattici
motivazionali. Il primo di questi considera la motivazione come un obiettivo,
la cui realizzazione è affidata alla responsabilità degli insegnanti, dei capi
di istituto e degli esperti del
curricolo di studio (Ames,
1992; Keller & Burkman, 1993; Wlodkowski, 1989). Sottostante a questo principio è l’assunzione
che è senz’altro vero che gli insegnanti non possono totalmente controllare la
personalità di uno studente, ma che è altrettanto vero che un percorso di
istruzione talvolta può demotivare alcuni studenti o motivarne altri e
viceversa . Pertanto emerge la necessità di comprendere quali scelte didattiche
possono creare ambienti di
apprendimento motivanti. Il secondo principio considera la motivazione ad
apprendere come un mezzo per raggiungere obiettivi di apprendimento. In questa
prospettiva le acquisizioni sull’argomento sono utilizzate come il punto di
partenza una conoscenza base per sviluppare e selezionare forme di insegnamento
motivanti. Il terzo principio intende considerare la motivazione ad apprendere
come un elemento che può essere sistematicamente incluso nella pianificazione del processo di istruzione (Keller,
1987). Ad esempio un insegnante può motivare durante e alla fine di una
lezione, può attuare strategie motivazionali prima di consegnare un compito,
durante l’esecuzione, come nel momento
della comunicazione dei risultati. Può, infine, dopo aver pianificato un’unità
di istruzione, introdurre attività didattiche motivanti lungo tutto il suo
sviluppo (Wlodkowski, 1989).
La
realizzazione di questi principi ha prodotto un‘offerta di modelli di
istruzione differenziati. Ames (1992), ad esempio, individua
nell’organizzazione dei compiti, nelle modalità di valutazione e nel clima
interpersonale i fattori ambientali che
possono incidere significativamente sulla dimensione cognitiva e motivazionale
dello studente. Marshall e Weinstein (1984) hanno suggerito, invece, un
modello che include da una parte i fattori considerati, dall'altra tre
ulteriori variabili viste come condizioni ugualmente determinanti: le strategie
di riconoscimento dei risultati scolastici, la locazione del luogo di
responsabilità dell'apprendimento e la qualità della relazione tra studenti ed
insegnanti. Brophy (1987) ha indicato le seguenti condizioni come favorevoli
allo sviluppo della motivazione ad apprendere: ambiente di sostegno,
appropriati livelli di difficoltà dei compiti, obiettivi di apprendimento
significativi, uso flessibile di tecniche e strategie didattiche.
Questo articolo propone un’insieme di
opzioni didattiche fondate su nozioni di natura motivazionale. Si vuole avanzare l’idea che
un’azione didattica creativa e dotata di molteplici sfumature può prevenire la
demotivazione degli studenti ed educare ad un permanente interesse ad apprendere. Questa prospettiva di istruzione è fortemente basata sul concetto di coesistenza educativa.
Per coesistenza educativa si intende lo sforzo di integrare nell’insegnamento
delle materie scolastiche obiettivi, tecniche e procedure didattiche di natura
motivazionale. Con in mente questo quadro di riferimento, un insegnante può
fare sintesi ed individuare piste di lavoro utili per orchestrare l’attività di
istruzione in senso motivazionale.
3. motivare ad apprendere
La
pianificazione di un’istruzione efficace a favore di studenti con
caratteristiche eterogenee richiede un impegno
non indifferente. Le opzioni didattiche
sono state organizzate in funzione del raggiungimento di un obiettivo generale
che è quello di educare i ragazzi ad
un livello permanente di motivazione ad apprendere cioè ad una capacità
abituale di persistere nei propri compiti nonostante le difficoltà e gli
ostacoli e di vivere la situazione di apprendimento come attraente ed
interessante. Il raggiungimento di questo obiettivi implica la realizzazione di lezioni ed unità
didattiche finalizzate a sviluppare negli studenti l’abilità di credere nelle
proprie capacità personali, di condividere con altri l’impegno cognitivo di
apprendimento, di scoprire connessioni tra le conoscenze nuove da acquisire e
le proprie esperienze personali, di affrontare problemi complessi.
3.1. Convincere i ragazzi che
possono riuscire
Una
delle nozioni più rilevanti che ha contribuito al miglioramento della qualità dell’istruzione è stato il riconoscimento dell’importanza di
promuovere nei ragazzi un senso di
fiducia nelle proprie capacità di apprendimento. L’assenza di interventi
orientati in questa direzione può favorire
una progressiva distruzione del senso di stima e di dignità personale
che a sua volta può indurre sentimenti
di inferiorità, di inadeguatezza e di mancanza di potere. L’attacco al valore
personale emerge come conseguenza non
solo dell’esperienza di fallimento vissuta durante le le normali attività di
apprendimento in classe ma anche, e ancora di più, dalla percezione di messaggi
che si accompagnano a tale esperienza. Questi ultimi riguardano il modo con cui
si è trattati, il valore attribuito a se stessi come persona, a ciò si è riusciti a fare e ad ottenere.
Alcuni messaggi di questo tipo possono essere
trasmessi in modo non intenzionale. Ad
esempio se durante le discussioni di classe l’insegnante è solito non sottolineare con enfasi i
contributi dei suoi allievi, ma si limita
Ad intervenire soltanto per giudicarli in relazione a criteri di
correttezza precedentemente definiti, è indubbio che in questo modo egli
comunica un segnale di scarso apprezzamento e valore in maniera più o meno
esplicita. Questo atteggiamento può minare
l’interesse genuino dei ragazzi a partecipare con idee personali
potenzialmente nuove ed originali in particolare quando sono incerte ed appena
abbozzate o opposte rispetto a quanto
l’insegnante ritiene giusto.
Forme di pensiero
diverse emergono come antecedenti
significativi della motivazione ad apprendere. Esse possono nascere prima di
intraprendere un'attività, di prendere una decisione, o a seguito di
un’esperienza di successo o di fallimento: «… potrei farcela…», «…non ho qualità positive dentro di me…», «…sarò in
grado di portare a termine questo
compito…», «…se mi impegno con continuità posso sviluppare la mia intelligenza…»,
«…l’insegnante ce l’ha con me…», «…questa scuola è troppo difficile…» (Bandura, 1977; Bar-Tal, 1985; Harvey & Weary, 1984). La motivazione ad apprendere
è, dunque, il risultato di convinzioni sviluppate nel tempo e riguardanti le
proprie capacità scolastiche, le cause di successo e di fallimento e ciò che si ritiene importante realizzare
durante lo svolgimento di un compito o l’acquisizione di un contenuto.
Attraverso
quali scelte didattiche un insegnante può promuovere nei suoi studenti una fiducia positiva nelle proprie capacità di
apprendimento?
3.1.1. Feedback
educativi
I
voti dati ad un compito scritto e i giudizi ad essi associati, la
classificazione secondo una scala di giudizio e le valutazioni espresse
verbalmente sono tutte forme di feedback. Sulla base di queste informazioni, i
ragazzi si fanno un’idea del loro valore, dei margini che hanno di ulteriore
miglioramento, de giudizio che di loro
esprimono gli insegnanti.
Il
contesto nel quale si applica il feedback educativo include l’emissione di una
domanda, l’ascolto attento della risposta dello studente, la comunicazione del
feedback secondo questo ordine: a) indicare gli elementi positivi contenuti
nella risposta dello studente; b) indicare ciò che non va, e perché; c)
indicare ciò che si può migliorare e che cosa si ha bisogno per migliorare; d)
quantificare la prestazione. Così applicato il feedback assume una valenza
positiva e viene dato nella prospettiva di confermare o di dare informazioni al
fine di migliorare l’apprendimento dello studente.
Marzano e collaboratori (1992) suggeriscono che i
feedback dovrebbero aiutare gli studenti a sviluppare positivi atteggiamenti
circa la loro capacità di svolgere i compiti. In circostanze in cui un ragazzo
ottiene un risultato positivo essi suggeriscono, ad esempio, di fare affermazioni del seguente tipo: «… il voto
che hai ottenuto è stato dovuto al fatto che hai studiato molto … »; «… poiché
sei ritornato indietro per verificare ciascuna delle risposte che hai dato, sei
riuscito a dare più risposte corrette … ». Con la prima affermazione
l’insegnante vuole rendere consapevole lo studente che la riuscita è da
attribuire all’impegno che egli ha messo durante la preparazione del compito.
Mentre con la seconda espressione, indica specificamente ciò che lo studente ha
fatto per produrre il risultato positivo.
Un'altra
modalità di ricevere feedback è di formare, alla fine di ogni settimana,
piccoli gruppetti di tre o quattro studenti, con lo scopo di identificare i
successi che ogni studente ha avuto e ciò che ha prodotto questo successo. I
gruppetti componenti dei gruppetti dovrebbero riflettere e scrivere una lista
di cause che hanno favorito la riuscita. L’insegnante a sua volta avrebbe il
compito di raccogliere i risultati di questo lavoro e costruire un elenco
generale di comportamenti e cause che hanno determinato il successo. Se ha dati
sufficienti, può anche associare a ciascun comportamento i nomi degli studenti (Marzano et al., 1992).
3.1.2. Controllo
ed interventi migliorativi
I
feedback educativi possono essere forniti anche a tutto il gruppo-classe. In
questa prospettiva, Gentile e Ramellini (1998) ritengono che il monitoraggio
settimana dopo settimana dello stato delle conoscenze degli studenti possa
permettere all’insegnante di preparare interventi di integrazione, chiarimento,
spiegazione e correzione.
Gli
studiosi suggeriscono di concludere la settimana di lavoro con una verifica
scritta individuale, della durata di circa 15 minuti, nella quale a ciascun
ragazzo viene chiesto di dimostrare di aver appreso i contenuti della
settimana. Sulla base della correzione delle verifiche, l’insegnante è in grado
di accertare il livello di acquisizione
dei contenuti da parte dei singoli allievi e dell’intero gruppo-classe, e
quindi di decidere quali interventi
migliorativi introdurre nel corso della prima lezione della settimana
successiva. La lezione in cui viene somministrata la verifica individuale è
definita di controllo, visto che la prova settimanale consente
un’accurata diagnosi della classe, mentre la
lezione della settimana successiva è definita migliorativa, dato
che prevede l’intervento del docente, per spiegare, integrare e approfondire il
contenuto.
3.1.3. Punteggi
di miglioramento
I punteggi di miglioramento
riconosco la possibilità di apprendere in relazione ai livelli personali di
partenza. Questa scelta didattica si basa sull’idea che non tutti entrano a
scuola con lo stesso grado di conoscenze e competenze. Assunto questo dato di
diversità, gli insegnanti comprendono presto che è giusto comparare gli
studenti con il livello individuale raggiunto in precedenza piuttosto che con
quello di altri compagni o con modelli ideali.
In
questa prospettiva tutti hanno pari opportunità di successo, vale a dire gli
studenti di alto, medio e basso rendimento sono ugualmente sfidati a fare del
loro meglio. La motivazione riflette, quindi, la possibilità evidente di
migliorarsi, di ricevere un riconoscimento pubblico e di poter ottenere un
esito positivo a partire dal livello attuale delle proprie conoscenze e
competenze. Gli studenti sono costantemente in competizione con se stessi
(Slavin, 1988).
Come si calcolano i punteggi di miglioramento? Per
saggiare il miglioramento dello studente fin dalla prima settimana di scuola o
di un’unità didattica si deve stabilire una valutazione iniziale di
riferimento. Questa è ottenuta con il punteggio di base minimo, che corrisponde
al punteggio più basso che un insegnante si aspetta dallo studente in una prova
di 30 domande.[1] L’insegnante
può preparare una graduatoria di rendimento basata o sulla media aritmetica
degli ultimi 3 compiti, oppure sul voto finale (globale) assegnato alla fine
dell’anno precedente. Tale graduatoria dovrebbe fotografare (sebbene solo da un
punto di vista quantitativo) il livello da cui gli studenti partono. Sulla base
di questa graduatoria, il docente assegna il punteggio di base-minimo. Egli può
procedere in modo discrezionale (valutando le possibilità studente per
studente) oppure procedere in questo modo: se la classe è formata da 25 o più
studenti i primi 3 in graduatoria riceveranno il punteggio di base-minimo di 20
domande corrette; i secondi 3 di 19 e così via, fino a che tutti gli studenti
hanno ricevuto il punteggio di base minimo iniziale. Se la classe ha 24 o meno
studenti si procede allo stesso modo ogni 2 studenti invece che ogni 3. I punteggi di base minimi servono solo per
cominciare. Essi vanno aggiornati ogni 2 prove di valutazione. Questa procedura
mette tutti gli studenti nella condizione
di ottenere un punteggio di miglioramento più realistico possibile. Il
punteggio di miglioramento è semplicemente la differenza tra il numero di
risposte corrette e il punteggio minimo di base. A questo riguardo è necessario
applicare la seguente regola: il punteggio massimo sarà 10 anche se la
differenza registrerà un punteggio superiore, mentre il punteggio minimo sarà 0
anche se la differenza produce un valore negativo. Si veda Comoglio e Cardoso
(1996) per le procedure di calcolo dei punteggi e Gentile e Romano (1997) per
un esempio di applicazione condotto in una scuola media.
3.2. Favorire
interazioni positive
Specifiche
condizioni di interazione sociale possono promuovere la motivazione ad
apprendere in particolare, la strutturazione del processo di apprendimento basato sull’interdipendenza
positiva di lavoro e sull’attività promozionale faccia a faccia degli studenti
permetterebbe di accrescere negli allievi più alti livelli di impegno
cognitivo.
Secondo
Johnson & Johnson (1985, 1989), la motivazione ad apprendere può essere
sviluppata da contesti di interazione interpersonale positivi: ossia, si può
verificare una forte connessione tra
obiettivi scolastici, processi interpersonali e motivazione ad apprendere.
Mentre i primi sono oggettivi, esterni e proposti da un curricolo, la
motivazione al alloro raggiungimento
può essere favorita da specifici contesti sociali di apprendimento. È
attraverso l’incontro, lo scambio, la
relazione con gli altri che lo studente impara a valorizzare l'apprendimento in
se stesso e prova gratificazione per l'acquisizione della conoscenza e dello
sviluppo delle sue capacità. Tra gli agenti motivanti all’apprendimento i
compagni possono essere quelli che influiscono di più.
Quali
procedure didattiche sono in grado di creare un’integrazione tra nozioni
motivazionali, nozioni di interazione positiva e contenuti disciplinari?
Attualmente si fa riferimento ad un approccio didattico-educativo costituito da
un copro di principi ed obiettivi educativi e da un insieme di tecniche
sviluppate da ricercatori ed insegnanti che permettono una conduzione della
classe in piccoli gruppi cooperativi (Comoglio, 1996, 1998). Tra le tecniche ve
ne sono alcune che intenzionalmente sono state sviluppate tenendo presenti
nozioni di ordine motivazionale. Di seguito verranno date di ciascuna di esse
una descrizione essenziale.
3.2.1. Student
Teams Achievement Divisions
Lo Student Teams Achievement Divisions (STAD) è una
tecnica che può essere applicata al contenuto di qualsiasi disciplina,
purché ci sia la possibilità di
preparare sia le prove di valutazione settimanali che i materiali e gli
strumenti didattici (Slavin, 1988).
La
tecnica si basa sulle nozioni motivazionali di ricompensa di gruppo, di
pari opportunità di successo e di responsabilità individuale. Per
“ricompensa di gruppo” si intende l’attribuzione di un voto al lavoro globale
del gruppo intero e la sua pubblicizzazione attraverso un sistema di
riconoscimento che rende visibile ciò che il gruppo ha saputo fare durante un
periodo di lavoro. Per “pari opportunità” di successo si intende la
possibilità di essere riconosciuti e di ricevere un premio in relazione al
miglioramento che ciascuno è riuscito a conseguire rispetto alla prova di
valutazione precedente. Questo principio sembra avere degli effetti positivi
sia in termini di rendimento che in termini motivazionali. Avere pari
opportunità di successo implica che sia gli studenti di alto, che quelli di
medio e basso rendimento sono ugualmente sfidati a fare del loro meglio.
Infine, il gruppo non è una situazione privilegiata per fare meno. Il successo finale di tutti come del singolo membro dipenderà da quanto
ognuno si impegnerà “responsabilmente” non solo per assicurare il proprio
apprendimento ma anche quello degli altri.
Lo STAD
implica la conduzione di gruppi
cooperativi di apprendimento lungo una sequenza di fasi: a) presentazione dei
contenuti da apprendere, b) formazione dei gruppi, c) lavoro di gruppo, d)
calcolo e comunicazione dei risultati (Slavin, 1988).
Descrizioni
riguardanti l’applicazione di questa tecnica nel contesto di scuola italiana si
trovano in Gentile, Ellerani e Pavan (in stampa) e in Gentile e Romano (1997).
3.2.2. Jigsaw
Jigsaw
letteralmente
significa “gioco di costruzione ad incastro”. Tale procedura di istruzione
sembra più appropriata per discipline quali storia, filosofia e letteratura ma
può essere utilizzata anche a materie di tipo scientifico o tecnico. Come la
precedente anche essa si basa sulle
nozioni motivazionali di ricompensa di gruppo, di pari opportunità di successo
e di responsabilità individuale (Slavin, 1988).
La
caratteristica fondamentale del Jigsaw è quella di impegnare i membri
dei gruppi su livelli di compito diversi.
La conduzione della classe in tale modalità implica le seguenti tappe di
lavoro: a) preparazione del materiale e
formazione dei gruppi, b) spiegazione delle modalità di lavoro e presentazione
del materiale, c) suddivisione delle parti e lettura individuale, d) formazione del gruppo di esperti, e) ritorno
al gruppo di origine, f) prova di valutazione, g) comunicazione dei risultati.
Gli studenti in una prima fase ascoltano l’introduzione dell’insegnante; in una
successiva leggono e comprendono la parte su cui devono concentrare la loro
attenzione. Poi dopo aver approfondito
discusso la parte con membri provenienti da altri gruppi a cui è stata
assegnata la stessa parte ritornano al gruppo di partenza nel quale presentano
il resoconto del proprio studio con l’obiettivo di facilitare l’apprendimento
dei compagni.
Il Jigsaw
ha il vantaggio di valorizzare tutti i componenti di un gruppo poiché offre
ad ognuno la possibilità di dare un contributo personale allo sviluppo della
conoscenza su un determinato argomento. E questo può avere degli effetti
positivi sull’auto-stima.
Nonostante
gli evidenti vantaggi la procedura non è
facile da applicare poiché non sempre è possibile trovare argomenti
scomponibili in pezzi che possono essere comprensibili di per sé, ossia
indipendenti e isolati gli uni dagli altri. I materiali didattici raramente si
trovano divisi in sezioni dotate di senso compiuto. Per questo, l’applicazione
della procedura richiede spesso la riscrittura dei testi.
Il Group
Investigation lascia gli studenti molto autonomi e implica un alto grado di
partecipazione, responsabilizzazione dei membri ed interdipendenza di compito.
Questa tecnica può favorire lo sviluppo di un alto senso di responsabilità,
processi cognitivi di autoregolazione, della capacità di presa di decisione e
della disponibilità ad aiutarsi reciprocamente.
I
fondamenti teorici del Group Investigation vanno ricercati nella
filosofia dell’educazione di Dewey, nella psicologia sociale di Lewin e Thelen,
nella psicologia costruttivista di Piaget, nella psicologia umanistica di
Rogers, nella pedagogia di Freire e nella filosofia relazionale di Buber
(Comoglio & Cardoso, 1996). Congiuntamente a questi principi teorici, la
tecnica integra la nozione di motivazione intrinseca sviluppata da deCharms
(1971) e da Deci e Ryan (1985). Tali autori affermano la necessità di
sviluppare un agire didattico-educativo che promuova la componente intrinseca
piuttosto che la estrinseca della motivazione. L’obiettivo formativo è
promuovere nella personalità dello studente la capacità di auto-motivarsi. La
sua realizzazione esige ambienti di
apprendimento che favoriscono curiosità, auto-determinazione, senso di
competenza personale, relazioni sociali caratterizzati da condivisione,
cooperazione e aiuto reciproco.
Se
la nozione di motivazione intrinseca viene assunta come un riferimento
educativo rilevante, ci sono allora tutte le condizioni per aspettarsi che il Group
Investigation alimenti negli studenti la percezione che un compito o lo
studio di una disciplina possono essere attività coinvolgenti ed interessanti.
Come
si applica il Group Investigation? Il lavoro si articola in sette fasi:
a) presentazione dell’argomento da parte dell’insegnante, b) aggregazione dei
gruppi attorno ai sotto-argomenti di interesse, c) pianificazione cooperativa
del lavoro, d) ricerca, lettura e comprensione del materiale, e) preparazione
della presentazione, f) presentazione, g) costruzione della prova di
valutazione. All’inizio l’insegnante propone alla classe un tema generale
introducendolo in modo problematico (egli non dirà ad esempio « … oggi
affronteremo lo studio della cultura greca … » ma « … l’importanza che può
avere per noi, oggi, conoscere la cultura greca … »), poi gli studenti formano
liberamente dei gruppi nei quali discutono e pianificano il lavoro relativo
agli argomenti discussi e bisognosi di ulteriore comprensione ed
approfondimento. Quindi all’interno dei gruppi si suddividono ulteriormente i
compiti e gli argomenti da approfondire, e infine si studia in vista di una
presentazione di gruppo a tutta la classe (Comoglio & Cardoso, 1996).
L’apprendimento, in breve, si realizza mediante la sequenza domande,
discussioni, raccolta dati-analisi, sintesi, comunicazione orale o scritta
delle idee apprese.
Dittico è una modalità sviluppata in
Italia da Gentile e Ramellini (1998) e applicata per lo studio del latino e
della matematica. Essa è stata pensata con lo scopo esplicito di incrementare in quantità e qualità
l’interazione sociale nel gruppo-classe, elevare il livello della motivazione
ad apprendere, migliorare il rendimento scolastico dei ragazzi in difficoltà. Una descrizione dettagliata di
un’unità didattica condotta in secondo questa modalità è riportata in Ramellini
(1997).
La struttura di apprendimento è scandita dal succedersi e concatenarsi
di unità di lavoro settimanali, alle quali gli autori hanno dato il nome di
“dittici”. Infatti le ore settimanali
si articolano in due lezioni, che si completano a vicenda e che
richiamano appunto le due “tavolette” di un “dittico” ideale. Entrambe le hanno la caratteristica in comune di
prevedere un tempo di lavoro individuale e, strettamente consequenziale a
questo, un tempo di lavoro di gruppo. Esse si differenziano, però, per il tipo
di processi cognitivi che i ragazzi sono chiamati ad applicare.
La
prima lezione prevede un processo di scoperta di regole e principi “nascosti”
ed impliciti in un materiale apparentemente eterogeneo e disordinato; il
procedimento che i ragazzi seguono è dunque induttivo, empirico, e pertanto
l’approccio al contenuto può dirsi pratico. La seconda lezione, invece,
è caratterizzata da un approccio teorico al contenuto: i ragazzi
studiano e memorizzano regole e
principi, e successivamente li verificano applicandoli in diversi esercizi.
Pertanto il procedimento che essi seguono è di tipo deduttivo (si veda per
maggiori dettagli la Tabella 1).
|
Tabella
1 Esempi
di lezioni in Dittico per
l’insegnamento dei pronomi latini |
|
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Attività didattica della
prima lezione |
Attività didattica della
seconda lezione |
|
Contenuto Þ
Ricapitolare
sulle competenze sociali Þ
Definizione
dei pronomi Natura del compito Pratico-induttivo Sequenza di lavoro ·
(15’)
Formazione dei gruppi e richiamo alle competenze sociali della settimana. ·
(20’)
Consegna del foglio di lavoro a ciascuno studente contenente due favole di
Esopo e le seguenti istruzioni: *
lettura
individuale del testo, *
sottolineare
le parole che rendono difficoltosa e pesante la lettura del testo, *
provare
a sostituire quelle parole con altre che rendano la lettura più facile e
scorrevole, *
spiegare
concisamente “il perché” la sostituzione rende più leggibile il testo. ·
(40’)
Lavoro di gruppo: *
ciascuno
legge le parole sottolineate, le parole sostitutive e spiega il proprio “perché”, *
sullo
stesso testo ripetere i primi tre passi del lavoro individuale con
l’obiettivo di raggiungere un risultato comune di gruppo. ·
(15’)
Controllo dell’insegnante sui tre elementi (parole sottolineate,
sostituzione, spiegazione) chiamando in tre gruppi diversi tre ragazzi. ·
(10’)
L’insegnante dà la definizione esatta di pronome sottolineandone sia la
funzione logico-sintattica, sia l’importanza nell’economia della
comunicazione verbale. ·
(5’)
Compiti per casa (studio della definizione di pronome, svolgimento di
esercizi) |
Contenuto
Þ
Classificazione
dei pronomi Þ
Pronomi
personali e riflessivi Natura del compito
Teorico-deduttivo Sequenza di lavoro
·
Breve
richiamo all’uso e all’importanza delle competenze sociali (5’). ·
Introduzione
schematica alla lavagna dei passaggi da svolgere durante la lezione (ossia
lavoro individuale + lavoro di gruppo + interrogazione e chiarimenti del
prof.) (5’). ·
Consegna
del foglio di istruzioni e svolgimento del lavoro individuale (20 minuti). ·
Consegna
de foglio di istruzione e svolgimento del lavoro di gruppo dopodiché gli
allievi hanno disposto i banchi per lavorare in gruppo (20’). ·
Intervento
del professore con lo scopo di interrogare e dare chiarimenti (15’). ·
Lavoro
individuale di produzione di frase in latino e memorizzazione della stessa
(15’). ·
Lavoro
di gruppo di produzione, ricezione e di analisi logica di frasi latini
originali (15’). ·
Intervento
del professore che interroga i gruppi e esprime un feedback ed una
valutazione quantitativa. ·
Verifica
scritta individuale sul lavoro della settimana (15’). |
La
seconda lezione, a conclusione della settimana di lavoro, termina con una verifica scritta
individuale, della durata di circa 15 minuti, nella quale a ciascun ragazzo è
chiesto di dimostrare di aver appreso i contenuti della settimana. Sulla base
della correzione delle verifiche, il docente è in grado di accertare il
livello di acquisizione dei contenuti
da parte dei singoli allievi e dell’intero gruppo-classe, e quindi è in grado di decidere quali interventi migliorativi
introdurre nel corso della prima lezione della settimana successiva.
L’obiettivo è fornire alla classe in tempi brevi un feedback educativo.
All’interno
di Dittico, il sistema di valutazione ha una sua particolare rilevanza.
Al termine della seconda lezione , ogni studente svolge la verifica scritta
individuale, che l’insegnante poi corregge assegnando un voto individuale.
A questo punto lo stesso insegnante è in grado di attribuire a ciascuno
studente il profitto individuale settimanale (PIS), calcolato
sommando il 70 % del voto individuale al 30 % del voto di gruppo.
Il PIS viene segnato come voto orale sul registro , e dunque rappresenta e
sostituisce il voto assegnato nella tradizionale interrogazione orale “alla
cattedra”. Oltre al PIS il docente
assegna mensilmente ad ogni alunno il profitto individuale mensile (PIM).
Infatti, conclusa un'unità didattica o una sua parte, il docente colloca una
prova finale scritta, che corrisponde al tradizionale compito in classe. Sulla
base dei risultati di questa prova, il docente calcola per ciascuno studente il
voto individuale mensile. Il PIM è dato dalla somma di un voto calcolato
sulle valutazioni dei comportamenti sociali e del voto individuale mensile
ottenuto nel compito in classe alla fine dell'unità didattica. Anche il PIM
viene segnato come voto scritto sul registro personale dell’insegnante.
3.3. Rendere
significativo l’apprendimento
Non sempre gli studenti posti di fronte ad un argomento si impegnano
con comportamenti attivi di esplorazione e comprensione. Per alcuni di essi la
motivazione ad apprendere può dipendere dal grado con cui gli argomenti di
studio assumono un carattere di rilevanza personale. In questa linea di
ragionamento si può affermare che la creazione di un ponte tra le conoscenze
scolastiche da acquisire e quelle già
acquisite, tra ciò che sanno fare e vogliono realizzare in futuro è
determinante ai fini motivazionali.
Vi sono vari modi per applicare la nozione motivazionale appena
descritta. Di seguito ne saranno illustrati alcuni. È essenziale comprendere
che tali modalità condividono un obiettivo comune: l’evidenza di un legame tra
conoscenze da apprendere, conoscenze già apprese ed interessi personali.
3.3.1. Rilevanza
interna delle conoscenze
Se
la connessione tra ciò che viene insegnato e le conoscenze già acquisite non è
del tutto evidente, una semplice descrizione verbale di come il nuovo si
connette al vecchio può aiutare gli studenti a costruire un ponte tra ciò che
sanno e ciò che stanno per imparare. La trigonometria, ad esempio, può sembrare
a primo acchito un’area di studio lontana dalle nozioni di matematica apprese
fino ad un certo momoento. L’insegnante può rendere evidente, però evidente
come la sua comprensione si basi su semplici abilità già acquisite in
precedenza. Questa tecnica aiuterà gli studenti ad iniziare con il passo giusto
l’argomento nuovo (Keller & Burkman, 1993).
Un’esemplificazione
potrebbe rendere più chiara la tecnica. L’autrice della lezione è un insegnante
di Storia dell’arte di un Liceo Scientifico. Il tema della lezione è un
introduzione all’opera di Donatello. Il piano della lezione si svolge secondo
la sequenza presentata nella Tabella 2.
|
Tabella 2 Esempio di lezione che mette in evidenza la
connessione tra conoscenze già apprese e da apprendere |
|
|
Passi |
Contenuto |
|
1. Affermazione verbale
esplicita: |
«L’argomento che esamineremo oggi può essere
affrontato con le conoscenze che avete già acquisito. Quindi, potete fare
riferimento a ciò che avete appreso circa i rapporti di luce (chiaro-scuro),
la plasticità (volume-massa) e alle correnti artistiche precedenti». |
|
2.
Esercizio 1 |
Assegnazione di una figura riguardante un’opera di
Donatello da analizzare applicando gli elementi precedenti. L’insegnante dà
all’esercizio la seguente struttura di lavoro: a) analisi individuale; b)
condivisione delle analisi a coppie; c) raccolta delle osservazioni. Tale
struttura ha lo scopo di attivare la partecipazione e le vecchie conoscenze
degli alunni («Avete 10 minuti per analizzare individualmente
l’illustrazione; dopo formate delle coppie e per altri 10 minuti discutete le vostre osservazioni;
infine condivideremo con tutto il gruppo ciò che è emerso»). |
|
3.
Presentazione dell’argomento |
Illustrazione delle caratteristiche generali
dell’opera di Donatello |
|
4.
Esercizio 2 |
Assegnazione di una figura simile a quella
precedente per stile. Gli studenti la analizzeranno in base alle vecchie e
alle nuove conoscenze. Il lavoro deve essere svolto individualmente.
L’insegnante raccoglie ciò che è stato pensato per verificare se il legame
tra vecchio e nuovo si sta formando. È questa seconda esercitazione che
dovrebbe rinforzare l’idea che le vecchie conoscenze sono intimamente legate
alle nuove. |
Prima di avviare il lavoro, l’insegnante ha pianificato l’attività
tenendo conto dei seguenti punti: formulazione di una serie di affermazioni che
illustrino come il nuovo argomento possa essere affrontato con le vecchie
conoscenze, valutazione e scelta di quelle che potrebbero rivelarsi più
incisive, sviluppo di due esercitazioni relative al nuovo argomento,
preparazione della presentazione orale dell’argomento.
Si suggerisce di utilizzare la tecnica all’interno di queste condizioni
operative: all’inizio di un’unità o una serie di lezioni dedicate ad un nuovo
argomento quindi come elemento di una lezione introduttiva; quando vi è
l’esistenza di un evidente legame tra le conoscenze precedenti e quelle
attuali; quando si vuole rendere evidente che le vecchie conoscenze servono per
affrontare argomenti nuovi; quando si
intende promuovere l’evidenza che le conoscenze sono legate le une alle altre;
quando ci si propone di rendere rilevante il lavoro svolto precedentemente;
quando si è interessati a focalizzare l’attenzione sulla comprensione piuttosto
che sulla memorizzazione dei contenuti.
3.3.2. Rilevanza
esterna delle conoscenze
Attraverso
semplici affermazioni verbali si può rendere evidente come la lezione o l’unità
didattica che sarà proposta può essere in relazione ad obiettivi personali
significativi (Keller & Burkman, 1993). Specifici contenuti o abilità
possono essere presentati come desiderabili in molte situazioni lavorative, per
la partecipazione a corsi educativi successivi e per lo sviluppo di abilità
professionali. Questo permetterebbe agli studenti di avere una percezione esplicita
della funzionalità dell’argomento. Tale conoscenza crea le condizioni per
attribuire un senso più ampio a ciò che sarà appreso.
Un
altro modo di applicare questa tecnica può essere il seguente. All’inizio
dell’anno può essere proposto un questionario che chiede e raccoglie
informazioni sugli obiettivi a lungo e a breve termine degli studenti.
L’insegnante e il collegio docenti può servirsene al fine di illustrare in modo
esplicito che delle connessioni esistono tra i propositi personali degli allievi
e le proposte di istruzione della scuola.
È
necessario evitare un utilizzo artificiale di questa strategia. Se non vi sono
chiari rapporti tra i contenuti di istruzione e possibili obiettivi futuri, è
più ragionevole applicare altre strategie per far apparire l’apprendimento
rilevante.
Per
aumentare ulteriormente la percezione che l’insegnamento attuale è importante
per il raggiungimento di scopi personali, si può utilizzare la strategia
precedente ma con una modalità più diretta ed esperienziale. L’evidenza di un
legame tra conoscenze attuali e obiettivi personali si può far emergere dando
la possibilità di praticare le abilità e le conoscenze in vista delle
applicazioni future.
Ross
(1983) ha documentato come vi siano benefici motivazionali e cognitivi quando i
corsi universitari di statistica offrono esempi tratti dalla disciplina nel
quale uno studente si sta specializzando. L’efficacia di un corso generico di
statistica è minore rispetto ad uno orientato al singolo curricolo di
specializzazione. In questo caso il docente tiene conto del background dei suoi
studenti per rendere più probabili le occasioni di apprendimento.
Un’applicazione
di questa tecnica potrebbe configurarsi nei seguenti termini. Supponiamo che un
insegnante di storia e filosofia in una terza liceo classico conosca le
intenzioni future dei suoi studenti circa il corso universitario che vogliono
intraprendere. Il suo obiettivo è rendere maggiormente significativo il
seguente argomento di storia: la prima metà del XX secolo. Decide di trattare
delle linee generali con le quali sia possibile caratterizzare questo periodo
storico. Tutti devono possederle.
Successivamente, sceglie di procedere a partire da piste e materiali di
approfondimento a secondo degli indizi universitari che i suoi studenti hanno
scelto o hanno intenzione di scegliere. A coloro che sono indirizzati verso
curricoli scientifici e tecnici egli consegna questioni legate allo sviluppo
scientifico e tecnico, alle scoperte e alle conseguenze sociali di certe
conquiste tecnologiche. A quelli che
sono indirizzati verso materie economiche assegna lo studio delle teorie
economiche, e della distribuzione del reddito. Ai futuri giuristi e agli
studenti di scienze politiche propone il tema delle riforme che hanno permesso
la nascita delle democrazie rappresentative e dei movimenti e delle dottrine
politiche presenti in quel periodo storico.
3.3.3. Matrice di programmazione
La
nozione di rendere significativo l’apprendimento è stata applicata per il
recupero motivazionale di ragazzi difficili. McCombs e Pope (1996) suggeriscono
la seguente strategie. All’inizio dell’anno può essere proposto un questionario
che chiede e raccoglie informazioni sugli interessi attuali degli studenti.
L’insegnante e il consiglio di classe può servirsene al fine di acquisire
l’evidenza che possono esistere delle connessioni tra gli interessi personali
degli allievi e le proposte di istruzione della scuola.
McCombs
e Pope (1996) riportano in dettaglio l’esperienza di un insegnante di scuola
media impegnato a costruire una matrice di programmazione dei compiti basata
sulle correlazioni tra interessi personali e contenuti didattici:
«In
un questionario sugli interessi personali, un ragazzo di scuola media ha
identificato parecchie aree di interesse: la musica, le ragazze e lo
skate-board. L’argomento attuale delle sue lezioni di matematica sono le
frazioni. Le componenti didattiche chiave dell’unità sulle frazioni sono il
rapporto e la proporzione. L’obiettivo finale dell’unità didattica è quello di
mettere gli studenti in grado di usare le frazioni e comprendere il concetto di
proporzione per risolvere i problemi su dimensioni in scala e reali usando le
conoscenze fondamentali sulle frazioni (ad esempio la somma, la divisione, la
moltiplicazione). Il difficile per voi insegnanti sta nel trovare le modalità
per collegare questi interessi dell’alunno a quanto deve essere appreso.
Conoscendo gli interessi di tutti gli alunni della vostra classe potete trovare
dei modi per riunire gli alunni con interessi simili in uno steso gruppo di
problem solving.
Per individuare come si può correlare gli interessi
e gli obiettivi dell’alunno agli obiettivi didattici si può usare una matrice.
Questo è il primo passo per identificare un piano educativo personale che sia
automotivante e allo stesso tempo che risponda agli obiettivi dell’insegnante.
Con il metodo dell’ideazione tramite una matrice, è relativamente semplice
individuare le possibili aree di correlazione tra interessi personali e
obiettivi di apprendimento. Se la matrice non mostra alcuna correlazione, il
questionario sugli interessi dell’alunno può essere modificato, riscritto in
maniera più comprensibile o risomministrato agli alunni assieme a qualche
indicazione ulteriore. In questo esempio la matrice potrebbe risultare come
quella mostrata nella figura seguente (N.d.A.).
Matrice di
programmazione
|
Interessi dello studente
|
|||
|
Obiettivi
didattici |
Musica |
Ragazze
|
Skate-board
|
|
|
Soluzioni di problemi |
Modello in scala |
|
|
5 |
|
Grandezza reale |
|
|
|
|
|
Operazioni con le frazioni |
Addizione |
|
|
|
|
Sottrazione |
|
|
|
|
|
Moltiplicazione |
|
|
5 |
|
|
Divisione |
|
|
|
|
Da questo punto di vista molte correlazioni
diventano ovvie. Tuttavia, stabiliamo alcuni obiettivi di apprendimento e di
prestazione che associano l’interesse per lo skate-board con l’abilità di
soluzione di problemi che riguarda la costruzione di un modello in scala e
l’abilità legata alle frazioni, ovvero la moltiplicazione. Attraverso la discussione,
l’alunno e l’insegnante possono decidere che l’obiettivo individuale sarà
quello di disegnare e costruire un modello di skate-board in scala 1:4. Una
volta definito il progetto, la sua attuazione potrebbe assumere forme
differenti. Se l’insegnante decide che è il risultato o il progetto finale che
misura realmente l’acquisizione delle abilità di base da parte dell’alunno, può
scegliere di permettere all’alunno di proseguire e sviluppare i disegni per la
costruzione. Se è evidente dai disegni dell’alunno che quest’ultimo ha già
raggiunto l’abilità necessaria di problem solving usando la moltiplicazione
delle frazioni, allora potrebbe permettere all’alunno di proseguire nella
costruzione vera e propria. Se l’alunno incontra dei problemi nella stesura dei
disegni, allora l’insegnante può intervenire e fornire le istruzioni necessarie
affinché l’alunno raggiunga le abilità indispensabili.
Questo non implica che l’insegnante debba dedicare
grandi quantità di tempo a ogni singolo alunno. Attraverso una adeguata
programmazione, tutti gli alunni partecipano insieme al processo “questionario
sugli interessi þ contenuto didattico þ sviluppo della matrice”. L’individuazione dei progetti potrebbe
avvenire attraverso un processo di brainstorming in gruppo, in cui
ciascun alunno offre e riceve suggerimenti sulle varie possibilità (McCombs
& Pope, 1996, pp. 75-80) ».
3.4. Attivare
il desiderio di conoscere e di scoprire
Gli
essere umani sono naturalmente inclini a conoscere. Hanno una tendenza naturale
a comprendere perché le cose avvengono, come si svolgono, quali sono le parti
che costituiscono un insieme, cosa succederebbe se... In altri termini noi
essere umani siamo permanentemente motivati a adeguare le nostre conoscenze del
mondo, a colmare i buchi d’informazione che possediamo, a risolvere conflitti,
ad avanzare ipotesi di soluzioni, a trovare una sintesi tra realtà che si
presentano in contraddizione.
Un
modo per coinvolgere i ragazzi nell’apprendimento è quello di metterli di
fronte a delle contraddizioni e a dei problemi insoluti e complessi. Un altro
modo può essere quello di raccontare aneddoti o particolari che stuzzicano la
fantasia. Tali particolari o aneddoti entrano nell’immaginario dei ragazzi come
qualcosa a cui non si era mai pensato e che crea attorno ad un argomento o ad
un personaggio un senso d’alone e di mistero.
Le
tecniche che saranno presentate agiscono sul bisogno di conoscere ossia sul
desiderio di colmare la differenza tra ciò che si sa o s’immaginava di sapere e
come le cose realmente sono. Investire sulla naturale curiosità degli studenti
è un modo per coinvolgere i ragazzi in forme di apprendimento attive. Alcuni
modi efficaci per suscitare nei ragazzi il desiderio di conoscere e scoprire
possono essere i seguenti.
3.4.1. Raccontare
aneddoti o fatti interessanti relativi ad un argomento
Si tratta essenzialmente di raccontare d’aneddoti o
fatti interessanti relativi a personaggi o ad argomenti che saranno trattati.
Un insegnante di lettere, ad esempio, prima di assegnare brani d’autori, può
rendere noti, in riferimento a ciascuno degli autori studiati aneddoti, notizie
sul loro impegno politico, sui viaggi che hanno fatto e su tutto ciò che crea
attorno a quegli autori un alone di mistero e curiosità, di coinvolgimento e
d’identificazione, ecc.
Un insegnante di storia può introdurre il tema del
“Risorgimento” spiegando che in quel periodo storico non solo le guerre e i
soldati hanno contribuito ad unire l’Italia, ma anche intrighi amorosi e
simpatie affettuose hanno avuto la loro parte. Per dare maggiore conferma a
quanto detto egli può narrare degli episodi relativi alla contessa Virginia
Veroris di Castiglione e ai suoi rapporti con Cavour, Vittorio Emanuele II,
Napoleone III.
Un insegnante di storia
dell’arte può introdurre l’opera di Michelangelo Buonarroti narrando due
episodi relativi alla sua vita di scultore: «Michelangelo dopo aver scolpito il
“Mosè”, voleva che la statua parlasse, dopo qualche tentativo andato a vuoto,
gli ha lanciato una martellata rompendogli il naso». Mentre nel secondo
episodio: «Dopo aver scolpito il “David”, gli fu chiesto da colui che l’aveva
commissionato di rimpicciolire il naso. Michelangelo, nascondendo la polvere di
marmo sul pugno della mano, fece finta di scolpirlo di nuovo. Durante il gesto
ha lasciato cadere la polvere in modo da convincerlo che aveva fatto la
modifica richiesta».
3.4.2. Creare un senso d’attesa variando la
sequenza d’istruzione
Un modo abituale di istruire
gli studenti rimanda ad una sequenza di questo tipo: a) presentazione del
contenuto, b) esemplificazione del contenuto, c) esercizi. In molte situazione
tale sequenza si rivela molto efficace: gli studenti sono introdotti alla problematica
di studio, il contenuto è illustrato attraverso esempi ed infine si danno le
esercitazioni appropriate perché il contenuto sia padroneggiato. Introdurre
delle variazioni a questa sequenza base può avere effetti altamente motivanti
poiché suscita nei ragazzi un senso d’attesa (Keller & Burkman, 1993).
Ad esempio, l’insegnante può
proporre inizialmente un’esercitazione che gli allievi affrontano con le
conoscenze e le abilità che già possiedono. In un secondo tempo può
concettualizzare e organizzare in un nuovo quadro di riferimento i contenuti
sui quali gli studenti hanno lavorato. In una terza fase può illustrare
situazioni esemplificative per dimostrare ulteriormente il contenuto. Infine,
può dare una nuova opportunità d’esercitazione.
Gli studenti possono
sperimentare un senso di coinvolgimento attivo già dalle prime battute di una
lezione; possono soddisfare la loro curiosità attivando comportamenti
esplorativi, di soluzione del problema, d’acquisizione d’informazioni; possono
sentirsi gratificati da un immediato miglioramento delle loro conoscenze ed
abilità.
La lezione su Michelangelo
accennata precedentemente può continuare in questo modo. Prima di iniziare la
spiegazione, l’insegnante propone un questionario con tre domande a cui i
ragazzi rispondono facendo appello alle sole conoscenze che hanno: chi è
Michelangelo Buonarroti? Qual è la sua opera più importante? In quale periodo
storico ha operato?
Nella seconda fase
l’insegnante presente delle nozioni relative a ciascuno di questi punti. Nella
terza fase, ripropone di nuovo il questionario in modo tale che i ragazzi
integrino, correggano o arricchiscano le risposte. In questi modo si può creare
un senso d’attesa verso la spiegazione dell’insegnante che può tradursi in un
livello d’attenzione maggiore.
Il modello delle tre domande
può essere proposto all’interno della lezione sul “Risorgimento”: che ruolo ha
avuto Cavour nell’unità d’Italia? Chi era Napoleone III? Per quali moti e con
quali scopi Napoleone III venne in Italia?
3.4.3. Favorire
un apprendimento per scoperta
Suchman
(1954) ha sviluppato una tecnica d’insegnamento definita inquiry teaching.
Attraverso questa tecnica s’impegnano gli studenti in un processo di
generazione di problemi e di ricerca di soluzioni. Tale tecnica può essere
applicata a diversi ambiti disciplinari ed è particolarmente efficace
nell’apprendimento delle scienze naturali (fisica, chimica e biologia). L’insegnante presenta un
fenomeno che sulla base degli apprendimenti precedenti si rivela inspiegabile
oppure dipinge uno scenario o un evento ipotetico che risulta improbabile ma
che è funzionale alla scoperta di qualcos’altro. Successivamente, invita la
classe a formulare domande, ad avanzare ipotesi, ad immaginare i passi da fare
per risolvere il problema.
Supponiamo
che un insegnante di geografia deve fare una serie di lezioni sui grandi
agglomerati urbani (le infrastrutture, la distribuzione dei beni, i servizi,
l’economia, le vie di collegamento). La scuola nella quale lavora si trova in
una città di provincia di circa diecimila abitanti. Egli decide di iniziare la
lezione con questa domanda: «Che cosa succederebbe se in un paese di circa
diecimila abitanti finissero in una sola notte le scorte di cibo e d’acqua?».
La domanda suscita una certa sorpresa ed interesse e nello stesso tempo è
impostata rispettando un livello ottimale di novità (il luogo, infatti, ha
caratteristiche simili a quella dove abitano). Avviene una discussione nella
quale l’insegnante stimola a fare domande e ad avanzare soluzioni. Dopo circa
venti minuti la discussione è interrotta ed è chiesto che cosa succederebbe se
le scorte di cibo e d’acqua mancassero in una città di un milione di abitanti.
Per rendere più concreto questo scenario egli passa in rassegna tutte le città
di circa un milione di abitanti che ha già presentato. Avviene un’altra
discussione. Alla fine il docente dice ai suoi ragazzi che le lezioni
successive serviranno ad avere gli elementi sufficienti per rispondere ai
quesiti e ai problemi che hanno sollevato. Prima di iniziare gli incontri
successivi l’insegnante e la classe compongono una lista dei problemi e delle
questioni chiavi emerse. L’insegnante nelle sue lezioni farà costantemente
riferimento a questa lista.
Questa
tecnica può essere considerata come un processo che simula i passi che un
ricercatore compie quando affronta un problema (Keller, 1983). Il processo di
ricerca scientifica inizia con un evento sconcertante, nuovo, anomalo,
complesso e discrepante, continua con un osservazione preliminare, passa ad una
generazione d’ipotesi e finisce con la pianificazione di un esperimento che
confermi o no le ipotesi avanzate. In breve, similmente a quanto avviene in
campo scientifico, l’esistenza di un fenomeno inaspettato e fuori dal campo di
conoscenze attuali forza le nozioni che fino allora si possedevano. La
risoluzione di questa dissonanza può essere vissuta come un’attività
intrinsecamente motivata. Prima di attuare la lezione l’insegnante dovrebbe
verificare quali temi o argomenti potrebbero essere trattati seguendo questa
tecnica e solo successivamente pianificare la lezione da svolgere.
Il
principio di soluzione della dissonanza è stato applicato da Ramellini (1997)
all’inizio di un’unità didattica per l’insegnamento dei pronomi latini.
L’obiettivo è stato la scoperta della funzione dei “pronomi”. Invece di dare in
forma astratta e teorica la definizione di “pronome” egli ha selezionato due
testi tratti da Esopo nei quali ha sostituito tutti i pronomi con i sostantivi.
Questo ha introdotto delle anomalie nel testo. La richiesta avanzata alla
classe è stata di scoprire che cosa rendesse difficoltoso e poco scorrevole il
testo. L’idea è quella di proporre un
processo di scoperta di regole e principi nascosti ed impliciti in un materiale
apparentemente eterogeneo e disordinato (Gentile & Ramellini, 1998).
La
tabella 3 riporta la scheda di lavoro nel quale si indicano i passi che i
ragazzi devono svolgere durante la lettura dei testi.
Tabella 3
Esempio di scheda di lavoro sviluppata per attivare negli allievi il desiderio di
scoprire
·
leggi
individualmente i due seguenti testi, cercando di capirne esattamente il senso:
|
Testo difficoltà 1 I tre buoi e il leone (da Esopo, Favole,
71) Tre buoi pascolavano sempre insieme. Un leone aveva voglia di
mangiare i tre buoi, e non riusciva a mangiare i tre buoi, perché i tre buoi
erano sempre uniti un bue all’altro bue. Allora il leone fece in modo di
separare i tre buoi, inimicando i tre buoi un bue contro l’altro bue,
attraverso menzogne e dicerie. Infine, quando poté trovare i tre buoi soli,
divorò i tre buoi un bue alla volta. Se davvero vuoi vivere sicuro, non credere ai nemici; abbi
fiducia nei tuoi amici e tieni cari i tuoi amici. Testo difficoltà 2 Il contadino e l’aquila (da Esopo, Favole,
79) Un contadino trovò un’aquila presa al laccio e, ammirato
della sua bellezza, sciolse l’aquila presa al laccio, rendendo all’aquila la
libertà. E l’aquila non si mostrò ingrata al contadino. Infatti, un giorno
che vide il contadino seduto sotto un muro pericolante, volò verso il
contadino e con gli artigli portò via al contadino la fascia, la fascia il
contadino aveva avvolta intorno alla testa. Il contadino balzò in piedi e
corse dietro all’aquila; allora l’aquila buttò giù al contadino la fascia.
Quando ebbe raccolta la fascia e fu tornato indietro, l’uomo trovò che il
muro, presso il muro stava seduto, era crollato, e rimase stupefatto del modo
con il modo l’aquila aveva ricambiato il suo beneficio. Se si riceve del bene, bisogna ricambiare il bene. |
Annotazioni |
·
sottolinea con la matita le parole che, secondo te, rendono difficoltosa la
lettura;
·
sostituisci quelle parole che hai sottolineato, con altre parole che rendano la
lettura più scorrevole (annota le tue sostituzioni nello spazio bianco alla
destra del testo);
·
infine
completa la seguente frase:
“Le sostituzioni che ho appena operato rendono la lettura più scorrevole
perché
…………………………………………………………………………………………………..
…………………………………………………………………………………………………..
…………………………………………………………………………………………………..
…………………………………………………………………………………………………..
…………………………………………………………………………………………………..
Da: P., Ramellini, (1997). Apprendimento cooperativo e pronomi latini. M. Gentile
(Ed), Apprendimento cooperativo in una scuola cattolico. Progetti ed
applicazioni (pp. 106-159). Roma:
Manoscritto non pubblicato.
3.4.4. Contraddizione
delle conoscenze già acquisite
Le persone di fronte ai
conflitti operano in modo tale da confrontare sia le differenze tra le diverse
parti che compongono uno stimolo che genera conflitto sia le differenze tra gli
stimoli in entrata e i dati che di essi già possiedono in memoria. È questo
processo comparativo che può produrre soddisfazione, piacere interesse e
stimolare la motivazione ad apprendere (Hunt, 1963). Le persone, in altri
termini, sono stimolate dai conflitti.
Nei contesti scolastici
esempi paradossali, opinioni e fatti che si presentano conflittuali ed opinioni
inaspettate possono stimolare attenzione ed interesse in chi ascolta. Ad esempio, un’insegnante di scuola
elementare può chiedere ai suoi alunni: «Quale veleno avete mangiato oggi». I
bambini rispondono: «Nessuno». Lei replica: «Invece l’avete mangiato». Da
questo punto in poi l’insegnante può iniziare la lezione che ha come obiettivo
la dimostrazione di come alcuni minerali indispensabili per sostenere la vita
possono rivelarsi dannosi se assunti in grosse dosi (Keller & Burkman,
1993).
Immaginiamo che ad alcuni
bambini sia stato detto, in un primo tempo, come le piante utilizzino la
clorofilla al fine di generare reazioni fotochimiche sulla base delle quali
dipende la loro esistenza e successivamente sia stato spiegato loro che ci sono
alcune piante che mancano di clorofilla e che possono vivere senza la luce del
sole (ad esempio, i funghi). La lezione impostata in questi termine ha un
duplice obiettivo: a) formare nei ragazzi l’idea che nel regno vegetale non
esiste solo una forma di vita; b) orientare la loro attenzione su particolari
caratteristiche vitali dei funghi (Berlyne, 1963).
3.4.5. Apprendimento basato su problemi
autentici
L’apprendimento basato su problemi autentici
(ABAPA) è un approccio didattico che si focalizza sull’obiettivo di
impegnare gli alunni in compiti di indagine e di soluzione di problemi
complessi ed autentici. L’ABAPA si basa sull’idea che la costruzione
della conoscenza nella vita di tutti giorni avviene mediante soluzione di
problemi complessi in situazioni in cui le persone utilizzano strategie
cognitive, fonti multiple di informazioni e altri individui come risorsa
(Blumenfeld et al., 1991).
Le unità didattiche condotte secondo l’ABAPA
strutturano il tempo
di apprendimento degli alunni secondo unità inscindibili di conoscenza ed
azione. Questo approccio può produrre
la consapevolezza che l’azione dell’uomo si esplica costantemente in funzione
del suo bisogno di conoscere ma anche che le conoscenze una volta acquisite si
possono tradurre in realizzazioni pratiche (Fiorin, 1996). In questo senso l’ABAPA
ha l’obiettivo di realizzare un rapporto armonico tra “fare” e “pensare”.
L’applicazione
nella scuola di progetti di apprendimento basati sul concetto di ABAPA
può rispondere al problema di come motivare gli alunni a riflettere su ciò che
essi fanno e ad impegnarsi nella
comprensione di principi e concetti chiave per la soluzione di problemi
complessi. Gli studenti
perseguono la soluzione domandando, ridefinendo il problema, dibattendo idee,
facendo previsioni, pianificando piani di lavoro ed esperimenti, raccogliendo
ed analizzando informazioni, giungendo a conclusioni, comunicando le loro idee
e i loro sentimenti ad altri, ponendo nuove domande e creando realizzazioni
pratiche cioè prodotti che sono il risultato di continue revisioni da parte
degli studenti durante le fasi intermedie del lavoro (Blumenfeld et al. 1991).
Un’unità didattica strutturata in ABAPA
implica la formulazione di un problema o di una domanda guida che serve ad organizzare
le attività di apprendimento. Queste attività hanno come obiettivo la
produzione di una serie di prodotti o “manufatti”, come Blumenfeld e
collaboratori amano definirli, che culminano in un prodotto finale la cui
funzione è quella di rappresentare la soluzione trovata durante la comprensione
e lo studio del problema. Gli alunni mediante la creazione di manufatti
costruiscono le loro conoscenze vivendo una stretta interdipendenza tra “fare”
e “apprendere”. I manufatti rappresentano e sintetizzano la conoscenza che gli
studenti hanno acquisito.
L’elemento di differenza tra un’unità
didattica orchestrata secondo l’ABAPA e le attività usuali di apprendimento sta nel fatto che gli
studenti apprendono conoscenze e scoprono informazioni in presenza di una
domanda guida o problema autentico a cui è necessario trovare una soluzione. I
progetti di ABAPA permettono di
costruire una visione dell’apprendimento di tipo “reticolare” e mettono
in discussione una visione esclusivamente “verbale” e “acorporale” dell’insegnamento
introducendo elementi di un sapere pratico, manuale ed operativo (Maragliano,
1997). Inoltre espandono, la visione delle materie permettendo di scoprire i
legami tra di esse e suscitando l’idea che le conoscenze acquisiscono un senso
più ampio quando sono tradotte in realizzazioni pratiche. L’ABAPA
immerge gi studenti in un ambiente di apprendimento realistico permettendo la
creazione di un ponte tra studio condotto in classe e fenomeni della vita
reale. Un’unità didattica condotta in ABAPA richiede agli studenti un
impegno per periodi di tempo prolungati.
La
descrizioni riguardante un’unità didattica condotta in ABAPA si trova in
Fiorin (1996). Da Fiorin viene descritto un ABAPA finalizzato alla «Ripopolazione
del Patrimonio Avifaunistico dei Monti della Laga» (Fiorin, 1996, p. 44). Un
gruppo di alunni di scuola elementare sono stati inizialmente coinvolti
nell’approfondimento di un insieme di argomenti tesi ad analizzare gli
elementi, le relazioni e i cambiamenti degli ecosistemi al fine di giungere a
rilevarne gli squilibri prodotti a danno del patrimonio faunistico.
Successivamente sono stati incoraggiati ad avanzare più ipotesi di soluzione
capaci di favorire il ripopolamento faunistico della zona esaminata,
privilegiando alla fine il problema della nidificazione mediante la costruzione
di covatoi artificiali. L’obiettivo di creare dei covatoi è diventato una meta
altamente significativa e ha motivato gli alunni a dare una risposta ad un
problema concreto.
La
realizzazione dei covatoi ha fatto emergere la necessità di creare diagrammi e
tabelle riassuntive, di disciplinarsi nella selezione del materiale e di
realizzare forme di lettura veloce. Inoltre sono state eseguite misurazione
delle superfici e dei volumi, rappresentazioni grafiche, ingrandimenti e
riduzioni utili alla realizzazione dei covatoi, si sono organizzate gite
scolastiche per fare rilevamenti, analisi di fenomeni e si bisogni. In breve,
l’obiettivo di costruire dei covatoi ha favorito momenti di organizzazione, di
progettazione, di analisi di dati e di manualità.
conclusione
A conclusione di questo lavoro si vuole
focalizzare l’attenzione su un duplice ordine di problemi che richiederebbero
ulteriore approfondimento ed indagine. In primo luogo emerge la necessità di
verificare con quali categorie di studenti potrebbe avere successo un modello
di istruzione motivazionale così come è stato proposta in queste pagine. Chi
scrive, ad esempio, ipotizza effetti positivi a favore di studenti apatici,
incostanti, resistenti, rassegnati ed ansiosi cioè allievi con problemi e
difficoltà di natura fortemente motivazionale.
Un secondo ordine di problemi riguarda le
scelte formative che sarebbero necessarie per permettere l’introduzione nelle classi
della prospettiva di istruzione motivazionale proposta. In riferimento a ciò ci
si deve chiedere se i corsi di aggiornamento sono sufficienti per orientare
l’azione didattica degli insegnanti in senso motivazionale. Una proposta
alternativa al corso di aggiornamento potrebbe essere un progetto di formazione
orientato: a) all’acquisizione
di conoscenze e strategie di istruzione motivazionale attraverso training
teorico-esperienziali; b) alla formazione di staff la cui funzione è di
garantire supporto e il cui scopo è la pianificazione e l’applicazione di unità
didattiche; c) alla osservazione diretta dei risultati mediante la raccolta dei
punteggi delle prove di verifica, di interviste e di osservazione; d) alla
conduzione e pianificazione delle unità didattiche seconda una logica di
integrazione in cui contenuti e idee didattico-educative sono combinati
creativamente. Si avanza l’ipotesi che un progetto di formazione avente queste
caratteristiche potrebbe aiutare gli insegnanti a prendere fiducia nel corpo di
conoscenze didattiche e motivazionali proposte dal modello, ad aumentare la
probabilità di miglioramento dell’azione didattica e a prevenire la
demotivazione degli allievi.
Gli argomenti discussi in questo lavoro sono
in parte sostenuti dal consenso espresso da genitori e studenti nel momento in
cui sono state applicate nelle classi unità didattiche che hanno combinato
contenuti disciplinari e nozioni motivazionali. In alcuni casi il consenso è
stato espresso direttamente da genitori e docenti. Questo si è verificato
durante e dopo un’unità didattica pianificata con lo scopo di integrare la
procedura di istruzione definita Dittico, le verifiche di controllo e
gli interventi migliorativi, i feedback educativi e l’apprendimento per
scoperta:
Il docente di latino: «Ho
visto maggiore partecipazione ed attenzione durante le lezioni».
I genitori: «I nostri figli stanno studiando … a casa si
impegnano molto. Ci chiediamo perché non lo fate tutto l’anno e in tutte le
altre materie?»
I genitori: «M. a casa si
mostra molto più sereno».
Il docente di matematica: «Ho
visto che M. si intrattiene di più con i compagni, sta con loro nei corridoi,
si isola di meno».
In
altri casi sono stati direttamente gli allievi ad esprimere un opinione
positiva. Questo si è verificato durante l’applicazione della procedura di
istruzione definita STAD.
Insegnante: «Che cosa hai
apprezzato di questi due mesi di lavoro?»
Allievo: «Il fatto che v’era
un’organizzazione chiara dei compiti e dei materiali».
Insegnante: «Sapresti dirmi
quali sono stati i risultati positivi?»
Allievo: «Penso che F. ed E.
non si sarebbero messi a studiare se non avessero avuto il desiderio di
conquistare con il loro gruppo il primo posto nella classifica della
settimana».
Infine la motivazione ad apprendere come obiettivo
educativo rilevante e il motivare ad apprendere come prospettiva di istruzione
sono connessi strettamente ad una riflessione più ampia circa i metodi e le
strategie per la promozione del successo scolastico. Le conclusioni del Consiglio
dell’Unione Europea (1997) in materia di promozione del successo scolastico
fanno esplicitamente riferimento alla opportunità e alla necessità di applicare
«metodi didattici tali da soddisfare la diversità degli interessi, dei bisogni
e delle capacità degli allievi […] e di assicurare che tutti i giovani
beneficino al massimo dell’istruzione, mediante misure diverse fra cui la
valutazione dei progressi realizzati e la definizione di obiettivi per il
miglioramento dei risultati» (Consiglio dell’Unione Europea, 1997, p. 254).
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[1] In una prova formata da 15 domande ogni domanda corretta vale 2 punti, in una prova formata da 8 domande ogni domanda corretta vale 4, in una di 15, vale 2, in una di 20, vale 1 ½, in una prova di 12, 2 ½.