Maurizio, Gentile, Scuola Superiore Internazionale di Scienze  della Formazione – ISRE - Venezia (Isola S. Giorgio)

2000 - Psicologia dell’Educazione e delle Formazione, 2(3), pp. 341-351

“Credo che avesse in mente di imparare qualcosa. Qualcosa di nuovo. Era fatto così, lui. Un po’ come il vecchio Danny: non aveva il senso della gara, non gli fregava niente sapere chi vinceva: era il resto che lo stupiva. Tutto il resto” (Baricco, 1998, p. 38).

 

Concezioni d’intelligenza, sviluppo motivazionale e apprendimento

 

Riassunto

Gli studenti possono manifestare concezioni opposte d’intelligenza. Se questa è percepita come una caratteristica immodificabile svilupperanno uno schema motivazionale disadattivo che riduce la qualità dell’apprendimento e dell’impegno scolastico. Mentre se vedono la propria intelligenza come una qualità migliorabile adotteranno uno schema adattivo che migliora l’apprendimento. Gli alunni possono essere aiutati a sviluppare una concezione di intelligenza migliorabile. Questo proposito educativo può essere realizzato mediante lo sviluppo di compiti multi-dimensionali. Tali compiti possono favorire la formazione di una concezione di intelligenza migliorabile e la formazione di uno schema motivazionale adattivo.

 

Summary

Students may show two implicit theories of intelligence. If intelligence is seen like a fixed entity they would develop a maladaptive motivational pattern which riduce the quality of academic engagement and learning. While if they perceive one’s intlliegence like an incremental entity would develop an adaptive pattern which improve learning. We can help child to develop an incremental theory of intelligence. This educational goal may be achieved through the organization of multi-dimensional task. Such task may promote the creation of an incremental theory of intelligence and consequently the development of an adaptive motivational pattern.

 

Résumé

Les élèves pauvent manifester conceptions opposées quant ã leur intelligence. Si celle – ci est perçue comme une caracteristique inchangeable, ils développerant un schéma motivationel déficitaire, qui reduit la qualité de l’apprentissage et de l’engagement scolaire. An contraire, si ils voient leur propre intelligence comme une qualité améliorable, ils adopterant un schéma d’daptation qui améliore l’apprendissage- Les élèves peuvent être audés ã développer une conception d’intelligence améliorable. Une telle proposition éducative peut être réalisée moyennant le développement d’activitès multidimensionnelles. Ces activités peuvent favoriser la formation d’une conception d’intelligence améliorable et la formation d’un schémea motivationnel d’adaption.

 

Introduzione

 

La ricerca nel campo della motivazione ad apprendere ha per lungo tempo enfatizzato le basi cognitive del comportamento motivato (Weiner, 1990). Tendenze di ricerca più recenti stanno focalizzando la loro attenzione su l'integrazione tra componenti cognitive, affettive e comportamentali (Corno, 1993). Queste ultime sono considerevolmente indirizzate  allo studio di come gli alunni sviluppino differenti obiettivi personali attivando differenti approcci allo studio (Ames, 1992c). In riferimento a ciò sono stati individuati legami tra convinzioni, obiettivi, emozioni e comportamenti che possono caratterizzare il modo con cui gli alunni affrontano i compiti di apprendimento.

Dweck (1986; Cain e Dweck, 1995) ha constatato che gli studenti sviluppano approcci differenziati  all’apprendimento in relazione alla percezione che hanno della propria intelligenza. L’intelligenza vista come una qualità immodificabile riduce la qualità dell’apprendimento scolastico. Per contro, concepire l’intelligenza come un aspetto di sé migliorabile genera un coinvolgimento attivo durante lo svolgimento dei compiti. Il modello teorico proposto da Dweck è fondato sull’analisi degli scopi perseguiti dai singoli individui e su specifiche credenze circa le proprie abilità intellettive. Il modello è stato proposto come una prospettiva di ricerca attraverso cui descrivere un fenomeno diffuso tra gli alunni: l’incapacità di persistere di fronte alle difficoltà poste dai compiti scolastici (Dweck e Leggett, 1988; Diener e Dweck, 1978, 1980;  Dweck e Licht, 1984).

Gli alunni possono essere aiutati a sviluppare una concezione di intelligenza migliorabile. Questo proposito educativo può essere realizzato mediante la cura e l’organizzazione dei compiti di apprendimento. Si avanzerà l’ipotesi che compiti multi-dimensionali possano trasmettere l’idea che l’intelligenza sia suscettibile di continui miglioramenti. Se questo obiettivo viene raggiunto la conseguenza più probabile sarà lo sviluppo della capacità di persistere e di affrontare compiti nuovi e sfidanti.

 

Concezioni d’intelligenza e apprendimento

 

Alcuni alunni percepiscono la loro intelligenza come un'attitudine innata sulla quale non possono avere alcun controllo. Altri, invece, la vedono come una facoltà dinamica e mutabile che può essere sviluppata attraverso un adeguato impegno (Dweck, 1986). In situazioni di apprendimento scolastico  gli studenti  possono assumere una delle due concezioni. Coloro i quali credono che l’intelligenza sia innata (entity theory) esprimono un alto grado di accordo con l’affermazione seguente: “Sebbene puoi imparare nuove cose, l’intelligenza rimarrà la stessa”. Diversamente da questi ultimi coloro i quali  credono che l’intelligenza sia migliorabile (incremental theory), ovvero suscettibile di incrementi, si trovano d'accordo con affermazioni come: “L'intelligenza è qualcosa che puoi accrescere tanto quanto vuoi” (Dweck e Legget, 1988 p. 263).

 

Tabella  1 – Percentuali di soggetti che assumono scopi differenziati in funzione della concezione d’intelligenza 

 

 

Tipologie di scopi

 

 

 

 

 

Concezioni d’intelligenza

Evitare errori

 

Scelta di compiti non troppo difficili per evitare errori

Dimostrare capacità

 

Scelta di compiti molto difficili per dimostrare di

essere intelligente

Apprendere

 

Scelta di compiti molto difficili per accrescere l’intelligenza

Innata (22 soggetti)

 

Migliorabile (41 soggetti)

50.0%

 

  9.8%

31.8%

 

29.3%

18.2%

 

60.9%

 

Adattato da: C. S. Dweck e E. L. Leggett  (1988). A social-cognitive

approach to motivation and personality. Psychological Review,  95, 256-173.

 

Le concezioni d’intelligenza orientano gli allievi verso scopi differenti (Bouffard, Boisvert, et al., 1995; Elliott e Harackiewicz, 1996; Smiley e Dweck, 1994). Un bambino che si riconosce nella concezione di intelligenza migliorabile è motivato da compiti che sfidano le sue reali capacità, ovvero da attività percepite come capaci di accrescere la propria intelligenza. L’impegno di apprendere è guidato dallo scopo di padroneggiare i compiti. Questo orientamento motivazionale è stato definito con l’espressione scopo di apprendimento (learning goal).  Al contrario,  un bambino che percepisce la sua intelligenza come un’entità immodificabile, eviterà esercizi nuovi, difficili e sfidanti poiché è motivato dal desiderio di ottenere giudizi favorevoli e di evitare potenziali valutazioni negative. Lo scopo principale diventa la ricerca di giudizi positivi. Questo orientamento motivazionale è stato indicato con i termini scopo di prestazione (performance goal). Gli alunni che inseguono questo obiettivo cercano, in altre parole, di validare,  di provare e di non screditare le proprie capacità.

L'analisi di come le concezioni d’intelligenza siano correlate a differenti orientamenti motivazionali è stato svolta in diverse ricerche. In questa rassegna si riportato soprattutto studi effettuati con bambini delle elementari. Si citerà solo una ricerca nella quale sono stati coinvolti alunni delle superiori.

In uno studio condotto su bambini dell'ultimo anno della scuola elementare è stato trovato che coloro che assumevano una concezione migliorativa dell’intelligenza erano motivati da lavori capaci di incrementare le attuali capacità. Al contrario, bambini che percepivano la loro intelligenza come un’entità innata evitavano quel tipo di compiti (Bandura e Dweck, 1985 citati in: Dweck e Leggett, 1988). Conclusioni simili sono state ottenute in un secondo studio condotto da Dweck e Bempechat, (1983). I bambini che possedevano una concezione  migliorativa di intelligenza erano significativamente più motivati da compiti caratterizzati da elementi di novità e di difficoltà. Il gruppo delle concezioni fisse di intelligenza, al contrario, era motivato da compiti facili e divertenti con i quali era possibile evitare giudizi negativi.

In una terza indagine, fu verificata la possibilità di una relazione causale tra concezioni e scopi (Dweck, Tenney, et al., 1982 citato in: Dweck e Leggett, 1988). I ricercatori indussero sperimentalmente un gruppo di bambini ad assumere una delle due concezioni e valutarono in un secondo tempo il tipo di compiti che venivano scelti. L’induzione  fu basata sulla lettura di brani riguardanti tre importanti personaggi: Albert Einstein, Helen Keller, il bambino campione del "Cubo di Rubik". Le imprese di questi personaggi furono presentati, ad un gruppo di bambini, come originate da un’intelligenza innata, ad un altro gruppo, come determinati da qualità intellettive sviluppatesi nel tempo. Dopo aver letto i brani i ricercatori chiesero di scegliere, da un elenco, il tipo di problema su cui i bambini avrebbero voluto lavorare. Questa richiesta ebbe l'obiettivo di orientare la scelta dei bambini. Essi potevano decidere tra compiti che aumentavano la probabilità di ricevere giudizi favorevoli o compiti che avrebbero dato loro la possibilità di imparare nuove cose, ma che implicavano un alto rischio di errore.  I risultati mostrarono che l’induzione della concezione implicita influiva sulla scelta dei problemi: i bambini a cui erano stati letti brani associati alla concezione di intelligenza migliorabile sceglievano compiti nuovi e sfidanti in misura maggiore rispetto ai bambini a cui erano stati letti brani associati alla concezione di intelligenza innata.

In una quarta ed ultima ricerca realizzata da Leggett (1985, citato in: Dweck e Leggett, 1988, p. 263), la relazioni tra concezioni e conseguenze motivazionali è stata studiata in un campione di studenti delle scuole superiori. I ragazzi furono classificati secondo tre tipologie di scopi  (si veda tabella 1): a) nella prima si trovavano studenti che scelgono compiti non troppo difficili in modo tale da non commettere errori  dimostrando conseguentemente di fare bene (la tipologia di scopo è “evitare errori”); b) alla seconda appartenevano ragazzi che sceglievano compiti difficili per dimostrare di essere intelligenti (la tipologia di scopo è “dimostrare capacità”); c) nella terza vi erano alunni che preferivano compiti difficili che permettevano un accrescimento della propria intelligenza (la tipologia di scopo è “apprendere”).   I valori numerici riportati in tabella 1 rendono evidente che i 22 alunni nei quali era maggiormente attiva la concezione innata il 50% sceglievano un compito facile con lo scopo di evitare errori. Il 31,8% sceglieva un compito difficile con lo scopo, tuttavia, di dimostrare di essere capace mentre solo il 18,2% sceglieva compiti allo scopo di apprendere o accrescere le proprie capacità. La concezione d’intelligenza opposta, attiva prevalentemente in 41 soggetti, fa emergere una distribuzione di valori numerici di segno contrario. La percentuale più alta di soggetti, il 60,9, sceglie compiti con lo scopo di accrescere le proprie conoscenze e capacità mentre solo il 29, 3 e il 9,8 sceglie compiti che orientano rispettivamente ad evitare i fallimento o a dimostrare di essere capaci. Anche in questa ricerca le concezioni d'intelligenza si rivelarono antecedenti significativi degli orientamenti motivazionali assunti dagli allievi.

 

Conseguenze cognitive, comportamentali ed emotive

 

Un ulteriore passo nell'analisi della relazione tra concezioni d’intelligenza e tendenze motivazioni è stato svolto con lo scopo di verificare se i bambini che si orientavano in una direzione o nell'altra avrebbero manifestato reazioni emotive e comportamentali differenti. L’interesse dei ricercatori fu quello di esaminare se i due orientamenti motivazionali, funzione delle credenze, potevano condizionare il modo in cui gli allievi affrontavano i compiti scolastici.

In questa linea di ragionamento,  Elliott e Dweck (1988) formularono le seguenti ipotesi.

1.     L’evitare compiti che mettono alla prova l’intelligenza dovrebbe determinare comportamenti finalizzati al fallimento e al ritiro (vulnerabilità di fronte al fallimento, scarso concetto di sé, stati affettivi negativi e deterioramento delle prestazioni comportamentali);

2.     L'intraprendere compiti che mettono alla prova l’intelligenza dovrebbe favorire  comportamenti finalizzati alla piena padronanza (strategie risolutive efficaci, stati affettivi positivi e persistenza di fronte agli ostacoli);

3.     Un terzo elemento medierebbe il rapporto tra scopi perseguiti e conseguenze comportamentali: la capacità di risolvere un compito specifico. Più precisamente, quando gli individui assumono un comportamento finalizzato all'evitare giudizi negativi e nello stesso tempo possiedono una scarsa capacità specifica, essi paleserebbero una bassa persistenza di fronte agli ostacoli, stati affettivi negativi e un deterioramento delle strategie di problem solving. Quando gli alunni sono motivati da uno scopo di apprendimento, essi produrrebbero comportamenti orientati alla padronanza dei compiti persistendo di fronte agli ostacoli e attuando strategie risolutive efficace. Questo si verificherebbe sia in presenza di un alta che di una scarsa capacità specifica.

 

La procedura di verifica delle ipotesi fu la seguente. I soggetti furono assegnati casualmente a due condizioni sperimentali: bassa capacità specifica ed alta capacità specifica. In ciascuna condizione i bambini furono impegnati in un compito di ragionamento seriale. Furono mostrate per 2 secondi, 10 sequenze di 5 figure geometriche. Ciascuna sequenza doveva essere completata: il bambino poteva scegliere tra 3 diverse alternative. Fu scelta questa struttura di compito poiché ritenuta funzionale a spingere i soggetti a sentirsi insicuri della correttezza delle risposte fornite. A coloro che erano stati assegnati alla condizioni di alta capacità fu comunicato che le risposte date avevano rivelato la presenza di un’alta capacità specifica, mentre ai bambini appartenenti alla condizione di scarsa capacità specifica venne detto che le risposte avevano svelato una scarsa capacità specifica. A tutti, però, venne detto che avevano un potenziale al fine di acquisire le abilità necessarie per portare a termine il compito. Pertanto non fu compromesso la percezione di sé come persona capace di apprendere.  Successivamente i bambini furono orientati verso scopi opposti. In questa fase dell'esperimento  venne chiesto di scegliere tra un gruppo di compiti implicanti due scopi differenti. I compiti finalizzati all'apprendimento furono descritti come in grado di migliorare le proprie abilità (ma contenenti un alto rischio di fallimento o di giudizio negativo sulle proprie abilità), mentre i compiti finalizzati verso l'obiettivo opposto  erano presentati come un’opportunità per ottenere giudizi favorevoli  o per evitare valutazioni negative.

Le conclusioni a cui giunsero i ricercatori furono le seguenti. All'interno della condizione motivazionale finalizzata alla prestazione, le strategie risolutive del 43.5% di coloro che possedevano una bassa capacità specifica erano inefficaci nella soluzione dei problemi, mentre solo l'8.7% applicava strategie  efficaci durante la soluzione dei problemi.  I soggetti in grado di applicare strategie cognitive adeguate si caratterizzavano per un elevata percezione della capacità specifica (37.0%): una positiva percezione di sé diventava necessaria per adottare strategie di soluzioni adeguate;  il 30.4% dei soggetti appartenenti alla condizione di bassa capacità specifica esprimevano stati affettivi negativi (le verbalizzazioni includevano affermazioni tali come: “Questo compito mi annoia”; “Mi fa male lo stomaco”; “Dopo questo problema, voglio andare via”). Nessuno attribuiva la causa del fallimento ad un fattore controllabile come l'impegno.

All'interno della condizione motivazionale finalizzata all'apprendimento, anche coloro che non possedevano un’alta capacità specifica riuscivano ad avere prestazione cognitive efficaci (22.2%); nella verbalizzazione degli stati affettivi negativi i due gruppi differenziati in base alla capacità specifica facevano registrare percentuali del 3.7% e dello 0.0% (vale  a dire, quasi nessuno dei soggetti indicava, durante lo svolgimento dei compiti, stati affettivi negativi).

Gli esiti prodotti dal rapporto tra scopi, conseguenze cognitive, emotive e comportamentali sono stati confermati in numerose ricerche. Ames e colleghi (1992a,b; Ames e Archer, 1988; Nicholls, 1989) hanno osservato che lo scopo di apprendimento promuove impegno a lungo termine, una qualità piuttosto alta di coinvolgimento nei compiti, il miglioramento del livello di competenza,  la comprensione dei contenuti, il raggiungimento di un senso di padronanza, la visione dell'impegno come mezzo che conduce al successo e ad un senso di competenza. Meece, Blumenfeld et al. (1988) hanno trovato un’associazione significativa tra scopo di apprendimento ed atteggiamento positivo verso lo studio, osservando, nel contempo, che gli alunni motivati da uno scopo di apprendimento adottano condotte metacognitive mentre coloro che sono motivati dallo scopo opposto con meno frequenza evidenziano un pensiero metacognitivo. Graham e Golan (1991) hanno riscontrato che allievi motivati da uno scopo di apprendimento effettuano un’elaborazione più profonda dei contenuti da apprendere mentre alunni motivati da uno scopo di prestazione applicano strategie di apprendimento superficiali (memorizzazione e ripetizione). Jagacinski e Nicholls (1984) hanno rilevato che lo scopo di prestazione è associato a  giudizi negativi circa le proprie abilità.. Ames (1984) ha constatato che lo scopo di prestazione focalizza l'attenzione sulla dicotomia assenza/presenza di abilità. Di centrale importanza diventa il fare meglio degli altri, il superamento di standard (voti, quantità di compiti consegnati, ecc.), il raggiungimento di un esito positivo con il minimo sforzo.

 

Schemi motivazionali di apprendimento

 

Uno sguardo d'insieme alle ricerche discusse conduce alla formulazione di due modelli generali di relazione. Quando negli alunni si promuove una concezione d’intelligenza migliorabile, essi scelgono compiti che permettono di accrescere le abilità (scopi di apprendimento), manifestano comportamenti risolutivi efficaci, esprimono stati affettivi positivi persistono di fronte alle difficoltà. In questo caso possedere percepire alta o bassa la capacità specifica è del tutto irrilevante. Per contro, quando i soggetti sono orientati verso una concezione d’intelligenza innata i compiti scelti e le conseguenze cognitive, emotive e comportamentali sono altamente dipendenti dal livello percepito di capacità specifica. Le persone che hanno una percezione alta della capacità specifica selezionano compiti difficili e sfidanti, persistono di fronte alle difficoltà, applicano strategie cognitive  efficaci. Mentre gli individui con una percezione scarsa della capacità specifica preferiscono compiti più facili per evitare di commettere errori, esprimono stati affettivi negativi, attribuiscono il fallimento a cause incontrollabile (Elliott e Dweck, 1988; Dweck, 1986).

I due modelli possono essere visti come schemi motivazionali di apprendimento. Uno schema motivazionale è una relazione cognitiva, caratterizzata da ricorrenza, che si attiva tra concezione d’intelligenza, scopo e  percezione della propria capacità. Lo schema ha conseguenze cognitive, emotive e comportamentali. In questa accezione gli schemi sono modalità frequenti con cui gli alunni affrontano i compiti e le attività scolastiche.

Sono stati individuati due schemi motivazionali di apprendimento (Dweck e Legget, 1988; Cain e Dweck, 1995) (si veda la tabella 2). Il primo è di tipo adattivo poiché finalizza l’apprendimento verso il possesso effettivo di un compito o l’accrescimento reale delle proprie capacità. Gli alunni si impegnano con lo scopo di migliorare conoscenze o abilità e di padroneggiare compiti nuovi. L’impegno implica la scelta di compiti sfidanti, l’applicazione di strategie risolutive efficaci, stati affettivi positivi, persistenza  di fronte alle difficoltà. Gli allievi che possiedono uno schema adattivo attribuiscono un ruolo positivo all’impegno considerandolo un fattore che conduce all’applicazione di strategie efficaci; veicolano l’attenzione sul compito, monitorano il  buon svolgimento, curano le condizione per la sua ultimazione; gli stati affettivi hanno una scarsa interferenza durante il processo cognitivo.

Il secondo schema è di tipo disadattivo poiché finalizza l’impegno scolastico al raggiungimento di giudizi positivi. La scelta di compiti difficili è motivata dal desiderio di dimostrare di essere intelligenti. Se avviene un fallimento, gli alunni che possiedono questo schema sono maggiormente vulnerabili a stati affettivi negativi (frustrazione, insoddisfazione, umore depresso, reazioni difensive) ed inclini al ritiro. Uno schema disadattivo può essere osservato sia in ragazzi che scelgono compiti molto facili per evitare di commettere errori sia in coloro che scelgono compiti difficili per dimostrare di essere intelligenti. I primi hanno un atteggiamento di prudenza poiché tendono ad evitare compiti che si presentano in forma di sfida. I secondi sono motivati dal desiderio di apparire intelligenti assumendo rischi che vanno, talvolta, al di là delle reali capacità. In entrambi i gruppi le emozioni sperimentate sono negative interferendo sulla concentrazione e determinando talvolta un ritiro; è scarso il valore dato all’impegno come mezzo che conduce alla riuscita scolastica; l’attenzione, infine, è divisa tra la preoccupazione di apparire capaci e l’ultimazione del compito.

 

Tabella 2 -  Concezioni di intelligenza e schemi motivazionali di apprendimento

 

Schema motivazionale di apprendimento

Concezione d’intelligenza

Scopo

Livello percepito di capacità specifica

Conseguenze cognitive,  comportamentali ed emotive

Disadattivo

 

Innata

L'intelligenza non

può migliorare

Scopo di

Prestazione

Lo scopo è ottenere giudizi positivi o evitare giudizi negativi

Se alto

 

 

Ma

 

se scarso

§      Ricerca di compiti  sfidanti

§      Persistenza

§      Strategie efficaci

 

 

§      Rifiuto di compiti sfidanti

§      Scarsa persistenza

§      Emozioni negative

§      Strategie inefficaci

Adattivo

Migliorabile

L'intelligenza

può migliorare

 

 Scopo di apprendimento

Lo scopo è migliorare

le proprie conoscenze

ed abilità

Se alto

o scarso

§      Ricerca di compiti sfidanti

§      Persistenza

§      Minime emozioni negative

§      Strategie efficaci

 

 

Adattato da: C. S. Dweck, (1986). Motivational process

affecting learning. American Psychologist,  41, 1040-1048.

 

 

 

Organizzazione dei compiti scolastici e concezioni d’intelligenza

 

Di particolare interesse è la comprensione di come la struttura delle attività di apprendimento influenzi la concezione d’intelligenza degli alunni. In un’attività di apprendimento sono contenute, implicitamente, una serie di indicazioni circa il tipo di intelligenza che può condurre gli alunni ad ottenere esiti positivi. In altre parole, le qualità strutturali contenute nel processo d’istruzione trasmettono indirettamente le concezioni di intelligenza che l'istituzione scolastica possiede.

 

Quadro teorico di riferimento

 

Roseholtz e Simpson (1984) sostengono che la concezione più comunemente condivisa rimanda ad un modello che vede l’intelligenza come una dimensione singola, stabile ed indifferenziata (ossia applicabile a differenti attività di apprendimento). Queste caratteristiche costituiscono ciò che i due autori chiamano un “modello istituzionalizzato di convinzioni circa l'intelligenza e le abilità cognitive”. Gli studenti possono trovare, durante  la loro vita scolastica, conferma di tale concezione in modo che  essa “diventi non solo logicamente plausibile, ma anche la sola possibile” (Roseholtz e Simpson 1984, p. 36).

Alcune scelte didattiche possono favorire l’assunzione di tale idea. Ad esempio, un'organizzazione uni-dimensionale dell’attività di apprendimento stabilisce condizioni facilitanti la visione d'intelligenza come fattore stabile e generale. In una classe uni-dimensionale i compiti sono uguali per tutti. Nelle attività a struttura uni-dimensionale gli alunni lavorano su compiti simili e su un ristretto numero di materiali. Tale scelta, probabilmente, spinge gli alunni a percepire le differenze ottenute nella prestazione finale come differenze stabili ed incontrollabili. Poiché esistono minime diversificazioni nella struttura, nel formato, nella natura dei materiali e dei compiti di apprendimento, gli allievi non riescono a sviluppare un’idea d’intelligenza né come fattore migliorabile né come componente articolata su più dimensioni.

Più indifferenziati sono i compiti più facilmente i membri della classe intraprendono un confronto comparativo con i compagni. È stato ampiamente accertato, infatti, che il confronto sociale produce sentimenti di inferiorità, scarsa aspirazione al successo, mancanza di motivazione, ostilità e invidia interpersonale e competitività soprattutto tra coloro che accusano un basso profitto scolastico. È stato dimostrato che l'uniformità dei compiti genera maggiori occasioni di confronto sociale (Levine, 1983).

L’organizzazione multi-dimensionali delle attività di apprendimento implica, invece, una differenziazione dei contenuti e dei materiali. I compiti che ricevono questa impostazione riducono l'opportunità o il bisogno di comparare la propria prestazione con quella degli altri. Questo crea la base per operazioni auto-percettive che si concretizzano su dimensioni  multiple e su esiti finali relativamente diversi. Se, infatti, si promuove una visione di intelligenza come fattore costituito da più componenti e si predispongono materiali ed attività coerenti con tale definizione, si potranno avere maggiori occasioni per trasmettere ai ragazzi l’idea che ciascuna componente può essere un elemento utile per riuscire scolasticamente e che l’intelligenza non è un entità fissa ed innata.

 

Una proposta di ricerca

 

Si può ipotizzare che attività a struttura uni-dimensionale formino l’idea che alcune abilità siano più importanti di altre; mentre attività multi-dimensionali (possibilità di lavorare su materiali individualizzati o sviluppati su dimensioni multiple di intelligenza) riducano la percezione di tale gerarchia di importanza (Martini e Crotti, 1993). Il motivo principale del proprio impegno scolastico non diventa la ricerca di giudizi positivi o l’evitamento di errori ma piuttosto lo svolgimento del compito e l’acquisizione di nuove conoscenze. Al contrario, attività multi-dimensionali possono inibire processi di comparazione sociale e quindi favorire la formazione di un buon concetto di sé basato sulla convinzione che le forme di intelligenza possedute sono egualmente utili per ottenere il successo scolastico.

La relazione causale tra caratteristiche organizzative delle attività di apprendimento, concezione d’intelligenza e schemi motivazionali è, solamente, un’ipotesi di ricerca. Per questa ragione il paragrafo assume un significato propositivo da cui può emergere una possibile pista di approfondimento. In questa linea, si può ipotizzare che la strutturazione delle attività di apprendimento in senso uni-dimensionale trasmetta implicitamente una visione d'intelligenza come un attributo intellettivo generale e relativamente stabile nel tempo. Mentre una struttura multi-dimensionale data alle attività di istruzione e apprendimento aiuta con maggiore probabilità la formazione di una concezione d’intelligenza come un fattore migliorabile ed articolato su più componenti. Ciascun modello di relazione avrà esiti motivazionali differenziati.

 

Conclusione

 

È stato visto come le concezioni d’intelligenza siano associate a schemi motivazionali di apprendimento. La visione d’intelligenza e la scelta di scopi può formare negli alunni approcci differenziati nello svolgimento delle attività di apprendimento. Si potrebbe affermare che le concezioni d’intelligenza  siano alla base di una qualità alta o bassa di coinvolgimento nell’apprendimento scolastico.

Da un punto di vista più strettamente motivazionale, le concezioni di intelligenza hanno il potere di finalizzare i comportamenti apprenditivi degli studenti verso scopi opposti. La convinzione che l'intelligenza sia innata rende gli alunni sensibili ai giudizi valutativi ricevuti nell'ambiente scolastico condizionando in modo degenerativo il loro coinvolgimento nelle attività di apprendimento. Mentre la convinzione che l'intelligenza sia un fattore suscettibile di miglioramento, rende gli individui maggiormente capaci di portare a termine efficacemente le attività di apprendimento.

A questo riguardo è opportuno aggiungere una nota di cautela. Sebbene la ricerca abbia reso evidenti le conseguenze negative determinate da un orientamento motivazionale di tipo valutativo, l’assunzione, talvolta, di scopi di prestazione può favorire un positivo coinvolgimento nei compiti scolastici. Quando i compiti sono nuovi e complessi e si è nelle prima fasi di  svolgimento alcuni ragazzi hanno bisogno di ricevere una valutazione positiva delle proprie capacità. Questo li può incoraggiare a persistere e a portare a temine l’attività. Per aumentarne l’efficacia i giudizi dovrebbero essere dati sotto forma di feedback educativi. Attraverso di essi si sottolineeranno punti di  forza e debolezze, ciò che è andato bene, ciò che è andato male e come si può migliorare (Gentile, 1998). Un intervento valutativo impostato secondo questi criteri può essere una pre-condizione per aiutare gli alunni ad assumere una concezione d’intelligenza migliorabile e uno scopo di apprendimento.

Da un punto di vista didattico è stato supposto che l’organizzazione delle attività di apprendimento possa promuovere non solo una concezione di intelligenza migliorabile ma anche attivare l'insieme delle componenti intellettive di cui è dotato uno studente (Gardner, 1993). Se gli alunni troveranno nella vita scolastica conferme ripetute di una concezione d’intelligenza innata, probabilmente, questa diventerà la sola concezione possibile. L’effetto più probabile sarà lo sviluppo di uno schema motivazione disadattivo.

 

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Indirizzo privato

Maurizio Gentile,

Via dei Colli della Serpentara, 76/E

00139 Roma – ITALIA

Tel - 06/8812211,

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Qualifica

Psicologo

Dottore di Ricerca in Psicologia,  Università Pontificia Salesiana. Roma

Docente invitato. Scuola Superiore Internazionale di Scienze  della Formazione (SISF-ISRE). Venezia (Isola S. Giorgio Maggiore)