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Nella
“Storia meravigliosa di Peter Schlemil” del barone Von Chamisso c’è
un personaggio che perde la sua ombra e, con essa, la sua identità. Non
c’è bisogno di scomodare il dott. Jekill ed i suoi filtri magici, il
processo di dissoluzione è già compiuto e l’essere, l’esistere,
sono dimensioni dai contorni sfumati. Una sensazione simile
sopraggiunge, non senza suscitare uno stupore un po’ arcano,
viaggiando per la rete telematica: quando in un processo di
comunicazione è coinvolto un solo medium espressivo (la scrittura nel
caso di internet) qualsiasi mistificazione è possibile. Persone senza
voce, senza braccia e senza mani, siamo ombre di noi stessi, esseri
incorporei che rincorriamo altri esseri, senza volto. Nella narrativa
gotica fin de siècle gli autori ricercano volutamente la finzione per
esplorare il confine tra il reale e l’immaginario, oggi tutto si
trasferisce sul piano della realtà coinvolgendo sia i soggetti che il
piano su cui operano: il linguaggio. E’ facile nascondere la propria
identità o presentarsi sotto spoglie altrui: anche in un corso di
formazione a distanza nessuno potrà mai avere la certezza che lo
scrivente sia davvero la persona di cui vediamo le generalità e non, ad
esempio, un amico o collega opportunamente rifornito dei dati di
accesso. Chi sei tu, mio interlocutore? Dove ti trovi in questo momento?
La comunicazione in rete si svolge in quello che Michel Foucault ha
definito un “anonimato del mormorio”, un “grado zero”
dell’identità direbbe Roland Barthes. Sul piano linguistico,
l’orizzonte meramente testuale che dipana le storie della rete,
determina dinamiche relazionali molto variegate. E’ facile irretire un
partecipante ad una discussione: è sufficiente che uno scrivente operi
un salto logico dal livello della comunicazione a quello della
metacomunicazione. Nessun lettore può accorgersi di un tale trapasso:
la più ilare delle battute si materializza in un’offesa grave;
davanti ad uno schermo qualcuno ride di gusto mentre, a tanti km di
distanza, qualcuno si macera nel livore. Nei registri linguistici,
avviene una sorta di appiattimento su forme espressive rapide e
sintetiche, allusive, ellittiche;
si può parlare di borsa come della nuova acconciatura dello yorkshire
del vicino di casa, senza che il registro si sposti granché. Si suppone
che gli attori dell’informazione siano già a conoscenza di quanto
occorre sapere della rete per esserne cittadini e si sfruttano al
massimo queste esperienze condivise per ridurre al minimo lo scambio di
informazioni , la parola si contrae in secche e storte sillabe, ma
questo qualche poeta l’ha già detto. Ci si può domandare: è
possibile una emancipazione del linguaggio e della soggettività di chi
comunica in rete? La risposta affermativa è vincolata all’esistenza
di una memoria che sia plasmabile, di continuo riconfigurabile; quando
pensiamo al nostro passato recuperiamo dal nostro inconscio ricordi o
informazioni creduti scomparsi e in questo recupero il passato assume
sempre nuove colorazioni. La memoria della rete è al contrario rigida,
immodificabile: una memoria che condanna all’oblio lo sforzo di
immaginare nuovi mondi. Scrivo senza “a capo” e senza scalette,
recuperando dalla mia memoria le parole collaborazione e competitività.
Senza “a capo”, proprio così. Qualche anno fa nei corsi del CNR si
è parlato a lungo di apprendimenti collaborativi e di tutti quei
fenomeni della comunicazione che allontanano o avvicinano i dialoganti:
ognuno di tali fenomeni mostra, nell’oscillazione presenza/distanza,
colorazioni molto diverse. Non sapendo da dove partire acciuffo a caso
quello che definirei “pensiero deviante”, quella forma di pensiero
tanto frequente che si allontana, come su un binario secondario, dal
focus della discussione. Come in una storia di André Gide, il nostro
passato è fatto di assemblee infuocate, di parole veementi, di frasi
che si inseguivano e si catturavano fino a riportare il discorso sulla
strada maestra. Un feed-back continuo in presenza, potrebbe consentirlo,
la comunicazione in rete no. Qui, chi prende la parola ha la potenza di
trasformare il dialogo in un monologo inarrestabile. Forse per questo si
sente l’esigenza di un moderatore o di un tutor, parole tremende,
meglio sarebbe dire di un “lavoratore della parola”. Sì, perché
colui che si incarica di tornare indietro, di riportare il discorso
verso il suo focus, è un vero e proprio mestierante: è il lettore tipo
di Italo Calvino, quello che in “Se una notte d’inverno un
viaggiatore” dovrebbe tornarsene in libreria perché il libro sarebbe
stato impaginato male. Tutti i dialoghi in rete sono impaginati male. O
meglio: la rete è un libro male impaginato. Il discorso ha troppe vie
di fuga. Pensate che nel corso di un dibattito, svoltosi durante un
corso CNR-Polaris, un corsista aveva fatto un breve accenno al problema
della “lentezza della comunicazione”, un breve accenno, forse
casuale. Nacque da lì un lungo trend di discussione che portò un
corsista ad affermare: Stasera,
che c'e' una *lentezza* esasperante, ho fatto dei ping e traceroute,
alcuni direttamente sul server polaris: Te li invio, cosi' potrai vedere
dov'e' la strozzatura.. ciao Ottavio PING
www.itd.ge.cnr.it (150.145.0.2): 50 data bytes timed
out timed
out timed
out 50
bytes from 150.145.0.2: icmp_seq=0 time=1972 ms 50
bytes from 150.145.0.2: icmp_seq=0 time=2896 ms 50
bytes from 150.145.0.2: icmp_seq=0 time=2598 ms 50
bytes from 150.145.0.2: icmp_seq=0 time=3921 ms timed
out 50
bytes from 150.145.0.2: icmp_seq=0 time=2054 ms timed
out PING
Statistics for www.itd.ge.cnr.it 10
packets transmitted, 5 packets received, 50% packet loss round-trip (ms) min/avg/max = 1972/2688/3921 Questo messaggio ha dato avvio ad una lunghissima serie di messaggi dal subject significativo “Ma dove sono capitata?” , in cui traumatizzati partecipanti al corso di formazione esprimevano le loro considerazioni: Setta segreta? Spionaggio internazionale? UFO? Scherzi a parte? Incubo notturno? ecc.ecc.Parlando seriamente pardon telescrivendo seriamente capisco ovviamente che ancora ho molto da imparare , ma OTTO messaggi con subject lentezza sono riusciti soltanto a farmi sentire spettatrice impotente...! Scusate lo sfogo , ciao a tutti! Il
discorso era fuggito, chissà dove. Un tutor può recuperarlo forse,
abbiamo bisogno di un tutor? Se non sappiamo più parlare da soli, come
faremo a collaborare? Cosa significa la parola “collaborazione”?
Quello del “pensiero deviante” è un fenomeno assai accentuato nella
formazione a distanza. Uno dei tanti… le parole scappano. Ricompriamo
il tempo, teniamo accese le nostre lanterne. Tutti noi siamo
collaborativi (altrimenti che faremmo
qui?!!!) ma lo strumento telematico favorisce in effetti la
collaborazione? L’osservazione ci può aiutare a capirlo,
l’osservazione di esperienze di formazione evidentemente, o forse…
forse… ricordo un quadro di Velazquez nel quale un pittore (l’autore
stesso) dipinge una tela che noi non vediamo. Noi siamo dietro la tela
ed il pittore la guarda: o forse guarda noi, che siamo nella direzione
del suo sguardo, subito dietro la tela? La tela è la barriera che
divide la finzione dalla realtà, la rete è la barriera che divide
l’uomo dalla socialità. Nel quadro di Velazquez, Las
Meninas, noi possiamo intuire qual è il soggetto rappresentato: i soggetti
sono Filippo IV e sua moglie Mariana che, poco in disparte, si offrono
in posa al loro artista. Li vediamo riflessi in uno specchio. Che
rabbia! Non possiamo vedere il quadro. Perfino un misterioso
personaggio, che sullo sfondo sta per salire una scala, può vederlo,
noi siamo gli unici a non saperne nulla. Quel quadro è una “gabbia
virtuale “ direbbe Foucault. E’ un’opera autoreferenziale, lo
sguardo del pittore su di noi, in quanto possibili soggetti del quadro,
è il segno della sua esaustività e della sua autonomia. Siamo presenze
inutili di cui il pittore attende la scomparsa. Fuori della rete, noi
siamo creature superflue delle quali ci illudiamo si possa dire
qualcosa. Chi sono i regnanti che moderni pittori del ciberspazio,
chiamati webmaster, vogliono rappresentare sulla grande tela-ragnatela
mondiale? Sul ghiaccio scivoloso di una poesia di Gozzano cerchiamo di
non cadere. Ma come fare a rimanere aggrappati a qualche certezza, a non
essere superflui? Ci si prova: dopo il “pensiero deviante”, un
secondo fenomeno frequente nella comunicazione in rete è quello della
“fissità tematica”. Di fronte all’assenza di tratti
sovrasegmentali (intonazione, gestualità) in molti abbandonano una
visione generale del discorso per fissare l'attenzione solo su aspetti
specifici: l'argomentazione di un gruppo di lavoro non fa passi avanti,
la discussione diventa frammentaria, involuta. Il rischio di
fraintendimenti è proporzionale alla paura di uscire allo scoperto: “Sono
fermamente convinta e l'ho confermato gia' nella mia
discussione-riflessione che…” “Siamo
convinte che l'ipertesto non sia un prodotto delle nuove tecnologie e
che sia un modo di organizzare il sapere connaturato e congeniale alla
mente umana…” “Sono
convinta che l'e-mail e il www sono utili strumenti per attuare progetti multidisciplinari…” “Pensiero divergente” e “fissità tematica” sono le prime due barriere coralline del collaborare on line, i camini di Antoni Gaudì hanno occhi scuri, i lampioni sono spenti sulla Placa Réal. Il PARLATO-SCRITTO della comunicazione telematica rivela, rispetto al PARLATO-PARLATO del nostro quotidiano interagire, ulteriori fenomeni tipici del parlato come le “anticipazioni non giustificate” o le “analisi retrospettive”. L’anticipazione “non giustificata” si ha nel caso in cui il parlante giunga a delle conclusioni che si potrebbero definire "inferenze non autorizzate", vale a dire quando anticipa giudizi senza sufficienti elementi a disposizione per pronunciarli. Ricordate quell’inizio di un romanzo di Vazquez Montalban (Il labirinto greco) ? -
Il mio nome non le dirà niente. Mi chiamo Brando. -
Marlon? -
Non è la prima volta che mi raccontano questa barzelletta. Luis.
Luis Brando. Il mio nome non le dice niente, vero? Si ha in questi casi una critica evidentemente affrettata e poco motivata; forse un tutor potrebbe in questo caso porre delle domande per cercare di ricondurre al buon senso collaborativi… ma ascoltate cosa è accaduto in un corso di alcuni anni or sono. Un corsista invia un messaggio dal titolo “La scoperta di errori negli indirizzi forniti dal tutor”. Verificata l’esistenza di alcuni errori negli indirizzi web forniti durante il corso (errori di questo genere sono assai frequenti soprattutto nel caso di indirizzi di una certa lunghezza), l’autore del messaggio arriva nientemeno ad ipotizzare che quelli stessi errori siano voluti dagli stessi tutor che, con un gioco un po’ perverso, avrebbero voluto mettere a dura prova i corsisti: Quando
mi son reso conto dell’esistenza del secondo aspetto mi sono chiesto: "se
io, nella mia risposta, svelo gli errori agli altri membri del
sottogruppo, alcuni dei quali potrebbero non esserci ancora arrivati da
soli, rompo le uova nel paniere al tutor, che ha dosato il livello
dell'errore proposto, affinché non fosse né troppo facile né troppo
difficile da scoprire!" La collaborazione in rete rimane invischiata nelle sabbie mobili del non detto, del sottaciuto, del mormorio sibillino. All’autore di quel messaggio ho posto tempo dopo un semplice quesito: “un uomo trova due monete la cui somma è centocinquanta lire, una tuttavia non è da cinquanta, come spiegare l’arcano?”. Naturalmente egli si è avventurato in una serie di complicatissime congetture: le monete non sono italiane ma forse spagnole e il cambio… Niente di tutto questo, fuori della rete, la realtà molto più facile, immediata. A differenza del caso precedente, nel caso di analisi “retrospettive” il parlante si fissa su cose già dette (nella maggior parte dei casi da lui stesso, oppure da altri) e non intende proseguire nella discussione collaborativa; in tali casi è improbo cercare risposte, spesso difficili da intuire (perché chi parla tende ad un alto grado di implicitezza), che possano soddisfare le attese. Noi insegnanti poi, abbiamo sempre delle spine nel nostro passato, vere o presunte tali, sempre pronte per essere riciclate. Necessita'
che le attivita' siano sempre più basate sulla collaborazione e sulla
creatività dei soggetti coinvolti, purche' legati da obiettivi
comuni e realmente condivisi.Una analogia. Se veramente provo a
ricordare, credo la terza settimana dei corsi PNI (quella della
progettazione didattica) fosse quella in cui la "produzione"
era sempre piuttosto lontana dal "compito" affidato ai
corsisti. Quella in cui piu' marcata era la distanza tra l'offerta di
noi formatori e i bisogni dei corsisti. Sto rivivendo in un altro
contesto e con ruoli diversi la stessa dinamica. E' amaro pero'
constatare che l'esperienza maturata non abbia prodotto cambiamenti
significativi. E’ difficile dire quanto la rete dia voce a fenomeni che tutti noi, torturati da anni di corsi di aggiornamento, già conosciamo. Certo è che il messaggio scritto, il “messaggio che rimane” della formazione a distanza, è lo specchio che dice chi è il più bello del reame, lo specchio che riflette i reali di Velazquez. A proposito… se qualcuno volesse risolvere l’enigma delle due monete, troverà in me una persona disposta alla collaborazione. |