di Franco Salcuni, coordinatore nazionale di Legambiente scuola e
formazione ![]()
Cosa vuol dire educare alla sostenibilità nell’era di Kyoto? L’entrata in vigore del protocollo di Kyoto, del 16 febbraio scorso, rappresenta uno spartiacque riguardo l’atteggiamento dell’umanità nei confronti del futuro sostenibile del pianeta. Dopo che per decenni gran parte delle istituzioni e del mondo dell’economia si affannavano a negare qualsiasi correlazione tra le attività dell’uomo e i cambiamenti climatici, abbiamo assistito ad una svolta storica. E’ ormai acclarato nella cultura scientifica e nel senso comune che questa correlazione esiste e due terzi dei governi mondiali, con la firma e la ratifica del trattato, si sono impegnati a ridurre il danno con provvedimenti concreti.
La comunità degli educatori, dal 16
febbraio è meno sola. Quella comunità di insegnanti e formatori che da
decenni cerca di affrontare con gli strumenti educativi i problemi reali, quali
quelli della sostenibilità ambientale, che spesso il senso comune o le stesse
istituzioni ancora non erano arrivati a “ratificare”. Un esempio banale: pensate
a quanta raccolta differenziata si faceva nelle scuole già dagli anni ottanta,
molto prima del “decreto Ronchi” e prima che i comuni attrezzassero il servizio
di raccolta differenziata (che in buona parte d’Italia ancora non esiste). Una
comunità educativa d’avanguardia in uno scenario in cui politica ed economia
procedono a fatica. Non so se educare alla sostenibilità ambientale nell’era di
Kyoto sarà più facile o più difficile. Fatto sta che quella dei cambiamenti
climatici è una sfida, e come tale è meglio affrontarla con il consenso ed il
concorso di tutti, piuttosto che in perfetta solitudine.
Sul piano educativo si tratta di puntare direttamente al cambiamento dei comportamenti quotidiani dei singoli cittadini: ognuno può fare qualcosa, perché ognuno può gestire un margine di riduzione della CO2, il principale dei gas serra. Legambiente ha promosso la campagna “Cambio di Clima” che chiede ai singoli, alle famiglie, alle scuole, ai comuni, alle imprese, di fare qualcosa di concreto e immediato per ridurre le emissioni. Su questo cambiamento dei comportamenti l’insegnante deve fondare una nuova cultura della sostenibilità ambientale: deve fare in modo che le persona e le comunità non lo facciano per abitudine, ma che ne scaturisca un abito di comportamento trasferibile anche in contesti in cui si affrontano altre problematiche ambientali, dai rifiuti alla tutela del territorio.
A livello didattico-metodologico
occorre fare una riflessione. Nel passato l’educazione ambientale è stata
terreno di innovazione educativa. Grazie alle cosiddette educazioni trasversali,
di cui l’educazione ambientale e stata quella di maggior successo, la scuola
tradizionale si è trovata di fronte alla prova delle novità riguardo i
contenuti, ma soprattutto riguardo le strategie e le pratiche educative. Da qui
la necessità di innovare il bagaglio professionale dei docenti e nel contempo di
cambiare la stessa organizzazione complessiva della scuola. Io credo che la
scuola reale abbia grossomodo “digerito” questi cambiamenti e mi domando
in cosa l’educazione ambientale può essere ancora occasione di
innovazione sul piano metodologico ed educativo.
E’ quello che Legambiente si è chiesta quando ha promosso il Network europeo TEPEE – verso un Portfolio europeo dell’educazione ambientale, cofinanziato dalla Commissione europea nella misura Comenius 3. Tra i tanti nodi irrisolti dell’educazione ambientale questo network ne affronta due in particolare:
1. La necessità di rimettere le “competenze di sostenibilità” al centro del lavoro educativo, fissando senza equivoci gli obiettivi dell’educazione come obiettivi di apprendimento, senza, per così dire, distrazioni da parte degli educatori. La maggior parte degli insegnanti lavora quotidianamente con le competenze disciplinari. Resta la grande difficoltà di comprendere come costruire le competenze trasversali e complesse, come quelle sociali di cittadinanza.
2. L’opportunità di far crescere una cultura della valutazione come
“valutazione autentica”: vale a dire una valutazione che lavori su
materiale di prima mano, che coinvolga nel suo processo il soggetto in
formazione, che si ponga non fuori ma all’interno del percorso educativo, come
uno dei momenti essenziali dell’apprendimento dell’allievo.
Questi i temi del Network che sta lavorando sulla
definizione di portfolio per l’educazione ambientale, attualmente in via
di sperimentazione presso più di 200 tra scuole e centri di educazione
ambientale europei. Il portfolio, se ben concepito, può essere uno
strumento che aiuti l’insegnante nella sua riflessione su cosa significhi
lavorare per competenze e nel contempo può essere utilizzato come
strumento concreto per operare una valutazione autentica, capace di rafforzare
le opportunità di crescita dell’alunno.
Il portfolio nella sua versione definitiva sarà presentato a Napoli, a fine novembre in un congresso europeo, promosso dal network Tepee in collaborazione con l’Agenzia nazionale Socrates Italia. L’incontro si pone come contributo all’avvio della decade mondiale dell’educazione allo sviluppo sostenibile indetta dall’Unesco (2005-2014), che fissa l’educare per un mondo ambientalmente compatibile come la sfida principale del nuovo millennio.