Dal 22 al 25 febbraio scorso si è svolto all’Aia un convegno di studio organizzato dal Cinop, centro olandese di ricerca per l’innovazione educativa. Vi hanno partecipato numerosi esperti provenienti dalla gran parte dei Paesi dall’area europea. L’incontro, che ha avuto il supporto del Ministero olandese dell’Istruzione, ha riguardato l’innovazione nella scuola secondaria in Europa e ha tenuto anche in considerazione i dati forniti dall’indagine promossa dall’OCSE che, con periodicità triennale, si propone di accertare conoscenze e competenze degli alunni di quindici anni di età che frequentano la scuola secondaria di secondo grado nei Paesi industrializzati. Tale ricerca viene espressa dall’acronimo PISA, Programme for International Student Assessment.
Il tema del convegno è di estrema importanza anche per l’Italia; si pensi al dibattito in corso sul rinnovamento della nostra scuola secondaria di secondo grado. Ci è parso dunque opportuno porre le seguenti domande al dirigente tecnico del Miur Amilcare Bori il quale ha partecipato ai lavori del seminario in qualità di esperto.
Innanzitutto, perché nei Paesi Bassi?
I Paesi Bassi hanno avviato un vasto programma di rinnovamento dell’istruzione fondato sull’autonomia scolastica. Qui si possono riscontrare forti similitudini con la situazione italiana. Il governo Balkenende è partito dal presupposto che per realizzare pienamente l’economia della conoscenza occorre avere un sistema educativo quanto più flessibile e aperto all’innovazione, non appesantito da fardelli burocratici. Nello stesso tempo l’autonomia scolastica deve prevedere un sistema di responsabilizzazione e rendicontazione, senza il quale rischia di scadere in anarchia. Ed è proprio sull’allestimento di un siffatto impianto che si sono concentrati gli sforzi legislativi. Il documento programmatico "L’Istruzione Secondaria nei Paesi Bassi: Agenda 2010" delinea un quadro nel quale, di fronte all’incremento dei poteri decisionali delle scuole, viene consolidato l’esame di stato, predisposto da un’autorità centrale e indipendente, e viene rafforzato il sistema di ispezioni i cui risultati sono accessibili da tutti su Internet.
Quali sono stati i Paesi rappresentati al convegno e in che modo si è sviluppato il programma di lavoro?
All’incontro hanno preso parte esperti provenienti da ventuno Paesi europei, compresa la Turchia. Le sessioni plenarie e i lavori per gruppi tematici si sono alternati con visite a scuole che realizzavano significative esperienze innovative, in particolare nel settore del recupero della dispersione scolastica, un fenomeno particolarmente grave nei Paesi Bassi, soprattutto nella fase di passaggio all’istruzione post-obbligatoria.
A suo parere, sono riscontrabili linee di tendenza che accomunano questo segmento formativo nei vari Paesi europei?
Certamente sì, anche se vi sono sfasature temporali tra diverse aree geografiche. La progressiva diffusione del benessere economico ha determinato, nella seconda metà del secolo scorso, un formidabile incremento dei tassi di partecipazione all’istruzione secondaria, portando a una crescita tumultuosa e talvolta disordinata di questo settore, con il risultato che sul finire del XX secolo i sistemi educativi europei risultavano molto più diversificati di quanto lo fossero agli inizi del Novecento, quando l’istruzione secondaria rispondeva fondamentalmente a due esigenze: da un lato preparare una ristretta élite per l’Università e dall’altro formare i quadri professionali intermedi. Ma con il nuovo millennio la tendenza verso la diversificazione subisce un arresto, se non un vero e proprio inizio di inversione. Nel 2000 il 75 per cento dei ventiduenni dell’Europa pre-allargamento aveva completato la scuola secondaria, trasformandola di fatto in una scuola di massa. La conseguenza principale di tale fenomeno è che l’istruzione secondaria diviene sempre più una fase di passaggio verso l’istruzione superiore. Questo processo comporta alcuni cambiamenti strutturali che accomunano i diversi Paesi europei, ad esempio la dilazione nel tempo della formazione professionale specifica e conseguentemente una maggiore centratura dei curricoli sulle competenze generali. Si tratta di linee di tendenza che porteranno ad una minore differenziazione dei sistemi educativi. Ovviamente vi sono anche aspetti problematici legati all’universalizzazione dell’istruzione secondaria, come ad esempio l’esigenza di rispondere agli interessi degli alunni, come si dice, meno portati per gli studi, per i quali una precoce espulsione dal sistema educativo sarebbe deleteria, non solo in termini di prospettive lavorative, in un mercato sempre più competitivo, ma anche di integrazione e partecipazione sociale e civile. E’ qui che l’esigenza di rinnovamento dei curricoli di studio e dei percorsi formativi è fortemente avvertita.
Se possibile, ci può chiarire se queste linee di tendenza, pur collegabili al singolo sistema socio-culturale ed economico, derivano o, viceversa, riflettono quella dimensione europea dell’educazione che rappresenta il cardine della strategia di Lisbona?
A mio parere, il ruolo dell’istruzione nella strategia di Lisbona è conseguenza e nello stesso tempo causa di questi cambiamenti strutturali che investono l’Europa e, più in generale, le società post-industriali. Da un lato i governanti europei si sono resi conto che per competere nei nuovi scenari aperti dalla globalizzazione è necessario investire nella formazione, dall’altro lato essi sono consapevoli che il solo incremento degli investimenti in termini di spesa non è di per sé sufficiente a garantire l’efficacia e l’efficienza della formazione; di qui la fissazione di alcuni criteri guida. Dei tre obiettivi strategici approvati dal Consiglio Europeo di Stoccolma nel marzo 2001, quello di agevolare l’accesso di tutti ai sistemi di istruzione e formazione riguarda in modo particolare il settore secondario, e tra i sei parametri di riferimento del rendimento vi è il completamento, entro il 2010, del ciclo di istruzione superiore da parte di almeno l’85 per cento della popolazione ventiduenne.
Posto che l’indagine PISA-OCSE propone una graduatoria di merito che riflette in parte la performance della scuola secondaria, Le chiediamo qual è l’utilità di un incontro come quello dell’Aia per quei Paesi i cui sistemi scolastici risultano ai vertici della graduatoria? In altre parole, che necessità hanno di innovare Stati come, ad esempio, la Finlandia o gli stessi Paesi Bassi, i cui sistemi scolastici hanno dato prova di funzionare così bene?
Una domanda simile è stata posta al ministro olandese dell’istruzione, cultura e scienza, Maria van der Hoeven, proprio durante l’incontro che ha avuto con il gruppo di esperti. Non vorrei citare male ma la risposta che la signora van der Hoeven ha dato suona grosso modo così: la riuscita del sistema non è qualcosa di fisso e immutabile, dipende invece dalla capacità di essere al passo con i cambiamenti e le sfide dei tempi. In breve, l’innovazione è la chiave del successo perché permette di individuare quello che meglio funziona.
Questa risposta mi spinge a formulare un’altra domanda. Il termine “innovazione” è di per sé generico e ambiguo, ogni cambiamento, anche in peggio, potrebbe essere classificato come innovazione. Quale definizione è stata adottata durante il vostro incontro?
Sono pienamente d’accordo sull’ambiguità della parola “innovazione”, in realtà non vi è stata una chiarificazione preliminare di cosa si intendesse con tale termine. Nel corso dei lavori si è tuttavia adottata una definizione operativa per cui esso ha assunto il significato di pratica produttiva di risultati benèfici. Una definizione tutt’altro che rigorosa ma che ha consentito una sufficiente chiarezza comunicativa tra ventuno persone con diversi retroterra professionali, culturali e linguistici. Una delle ambiguità di tale termine è quella tra innovazione, intesa come prodotto e innovazione intesa come processo: da un lato vi è un prodotto nuovo che può essere un metodo, un contenuto curricolare, programmi di studio o la stessa organizzazione degli studi. Dall’altro vi è un processo che porta alla elaborazione, diffusione e adozione del nuovo prodotto o della nuova pratica. Si tratta di due aspetti ben distinti. Questa duplicità è emersa durante i lavori ma meriterebbe ulteriori approfondimenti e riflessioni.
Sono stati raggiunti risultati concreti?
L’incontro non mirava al raggiungimento di risultati concreti immediati, tuttavia è stato deciso di istituire una rete per l’approfondimento delle numerose problematiche emerse durante l’incontro e per lo scambio di informazioni.
di Roberto Antonucci, Agenzia Socrates Italia