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Abbiamo chiesto ad alcuni borsisti Arion di raccontare in maniera libera la propria avventura umana e professionale. Tutti i racconti ricevuti saranno pubblicati alla sezione Appunti di viaggio |
La mia Irlanda era, nonostante tutto, l'Irlanda dell'immaginario perché non ci avevo mai messo piede. Il mito, per rimanere tale, necessita dell'incanto che non sempre la realtà riesce a mantenere, mi raccontavo ogni qualvolta il progetto di intraprendere un viaggio nell'isola verde sfumava per un motivo o per l'altro.
A volte nella vita accade anche che il destino ci dia una mano, ma che questa mano arrivi dal mio datore di lavoro non me lo sarei mai aspettato. A essere precisi non arrivò proprio dal MIUR ma dalla UE e dal progetto europeo denominato Arion.
Non sono un'insegnante e sebbene il mio lavoro di archivista (e responsabile del protocollo) sia più interessante e qualificato di quanto comunemente si creda nell'ambiente dell'istruzione, temevo di non avere le credenziali sufficienti per partecipare. Tuttavia, forte anche del fatto che la visita di studio verteva sull'uso delle tecnologie (argomento che m'interessava molto in previsione dell'avvento del protocollo informatico), feci domanda ponendo come prima scelta Dublino.
Qualche mese dopo mi fu comunicato che la mia domanda era stata accolta e, ripeto, continuava a sembrarmi strano che il mio datore di lavoro mi mettesse a disposizione questo viaggio. Eppure, l'ingranaggio si mise in moto e in breve avevo contatti con l'organizzatore e i miei compagni di avventura. Uno di essi aveva allestito un bel sito che si può ancora visitare e sul quale, sia prima del viaggio sia dopo, appuntammo informazioni utili sui sistemi scolastici dei vari paesi oltre alle foto e alle e-mail che ci scambiavamo.
Ma l'ingranaggio, tanto ben oliato per quanto riguardava i contatti esterni, si era già inceppato a livello interno.
La partenza era ormai prossima e non avevo ancora ricevuto il contratto da parte dell'Agenzia italiana. Dopo trent'anni nell'amministrazione pubblica, era difficile per me sorvolare su questioni burocratiche importanti come un contratto perciò contattai l'agenzia che mi rassicurò attraverso un e-mail invitandomi a partire ugualmente. Il contratto, dissero, sarebbe arrivato proprio quando mi trovavo a Dublino. Naturalmente non essendoci il contratto non c'era nemmeno il pre finanziamento; be' mi dissi, non può essere tutto perfetto, pazienza se devo anticipare di tasca mia.
Misi da parte la questione finanziaria e mi concentrai sugli aspetti positivi del viaggio rinfrescando il mio arrugginito inglese, aggiornandomi sul nostro sistema d'istruzione dopo la riforma e coltivando, in cuor mio, la speranza di incontrare persone singolari che avvalorassero l'idea che mi ero fatta degli irlandesi. Non solo, stando a ciò che leggevo dalle e-mail che arrivavano al mio indirizzo di posta elettronica, pure i componenti del gruppo si prospettavano interessanti.
L'arrivo a Dublino fu come me lo ero immaginato.
Le nuvole si aprirono di colpo e una parte dell'isola mi apparve in tutta il suo verde fascino.
Certo, Dublino non era il Connemara ma era la capitale, la città che aveva dato i natali a James Joyce il quale l'aveva presto abbandonata (soffocato dal suo provincialismo) per approdare a Trieste, la mia città, che all'epoca era già una città mitteleuropea. A Trieste aveva insegnato l'inglese, aveva bevuto del buon vino nelle bettole, aveva imparato il triestino stringendo poi un'importante amicizia con Italo Svevo. Aveva, infine, scritto una parte dell'Ulisse. Mi ero preparata molto bene su questo tema, consapevole di quanto gli irlandesi fossero sensibili non solo a Joyce ma a tutto ciò che riguardava la letteratura. Sciorinai il mio discorsetto a chiunque mi chiedesse da dove provenivo suscitando un certo interesse nei miei interlocutori con i quali, poi, chiacchierai non solo di Joyce ma anche di Roddy Doyle, di Frank Mc Court e degli U2.
Se ripenso ai volti della gente, uomini e donne, che ho incontrato non posso che definirli belli, di una bellezza non tradizionale ma nel senso più ampio del termine. Gli educatori erano persone che trasmettevano entusiasmo e passione per il loro lavoro e per i ragazzi.
Quella passione che trascende - forse anche per mentalità - i luoghi comuni, il pietismo e l'ipocrisia benché, come ci avevano spiegato al dipartimento, le classi, specialmente per quanto riguardava i più piccoli, erano divise fra maschi e femmine. Un'usanza piuttosto antiquata ma che in qualche modo fa parte della tradizione cattolica irlandese, baluardo contro il nemico inglese e emblema dell'identità nazionale.
Nonostante il clima festoso e informale con cui ci accolsero, mi commossi quando le bambine - vestite coi costumi tradizionali - di una scuola rurale ballarono per noi la giga sulle note di Riverdance. E anche quando, a Ballymun, toccai con mano l'attuazione di un progetto per ragazzi svantaggiati denominato "La gioventù supera il progetto." (Lego elettronico per i più piccoli messo a punto dal MIT e laboratori artigianali dai quali uscivano oggetti di squisita fattura).
Ma soprattutto vidi ragazzi ben inseriti nella scuola e nel centro sociale che li teneva lontano dalla strada offrendo loro un'alternativa a una famiglia difficile.
Quanto alle tecnologie, le aule erano ben attrezzate sia per le lingue che per lo studio delle scienze e l'applicazione del disegno tecnico e artistico come mi spiegò un'insegnante giovanissima con la quale mi misi a discorrere in friulano.Paradossale, ma non tanto, se si considera che oltre a lei altri tre ragazzi ci raccontarono di avere i genitori italiani, uno addirittura di Trieste. Per inciso, il padre dell'insegnante giovanissima era di Udine.
E qui vale la pena di aprire una parentesi sulle lingue e i sistemi di comunicazione.
Nel gruppo c'erano persone che parlavano un buon inglese e persone che, come me, arrancavano nelle reminiscenze scolastiche rinfrescate da recenti letture o film. Perciò l'inglese che si sentiva aveva gli accenti più disparati per non dire che alla fine chi parlava spagnolo si sforzava di parlare italiano, chi parlava italiano il francese e il collega sloveno il polacco. Una sorta di torre di Babele nella quale, però, ci si capiva. Raffrontammo i nostri stipendi, il caro vita e l'esperienza dell'Euro. Chiacchierammo di scuola, di libri e di cinema.
Appresi anche, mio malgrado, che tutti i partecipanti degli altri paesi avevano ricevuto il pre-finanziamento e che solo noi italiani (eravamo tre) subivamo le falle del nostro sistema o la negligenza di pochi. E non era piacevole.
Non so se l'Agenzia pubblicherà davvero questo mio racconto o se magari lo farà tralasciando i punti scomodi, sta di fatto che a quattro mesi dal mio rientro non ho visto una lira, pardon un euro, né di pre finanziamento né di rimborso(*). Superfluo dire che ho pagato l'albergo, i pasti ecc. di tasca mia e che, va bene, ho vissuto un'esperienza molto bella, ma avrei potuto viverla ugualmente andando in giro per la città o per il Connemara, libera come l'aria, a soddisfare altre curiosità. E che, alla fin fine, la prima impressione è sempre quella che conta: non avrei dovuto fidarmi del mio datore di lavoro.
di Laura Schiavini, Ufficio Scolastico Regionale Friuli Venezia Giulia, Direzione Generale, Trieste
(*) Alla vivida descrizione della visita di studio di Laura Schiavini aggiungiamo soltanto una piccola postilla e cioè che, pur con qualche ritardo dovuto a problemi tecnici sui contratti, il contributo è stato comunque erogato.