La rivista telematica dell’Agenzia Socrates Italia si rivolge prevalentemente ad un pubblico di docenti e discenti. Quale compito deve svolgere la scuola per meglio metabolizzare la dimensione europea e il correlato concetto della cittadinanza attiva? Ha indicazioni in proposito?
Ritengo che la scuola, in quanto istituzione, non sia sempre sufficientemente conscia della responsabilità, che le è propria, di preparare i nostri giovani ad essere cittadini attivi e partecipi. Essi avranno bisogno di strumenti specifici indispensabili, come la conoscenza delle lingue, le tecnologie di informazione e di comunicazione; dovranno disporre di competenze di base che permettano loro di inserirsi in una società multiculturale dove la diversità sarà considerata una ricchezza più che un ostacolo.
Si dovrà far entrare l’Europa nella scuola che, a sua volta, avvertirà l’esigenza di contribuire al successo dell’Europa.
Infatti la dimensione europea non può limitarsi ad essere una materia di studio o un’aggiunta ad altre discipline. E’ necessario che essa sia considerata non un oggetto estraneo, ma parte integrante della vita scolastica; è un fatto di mentalità, un modo di essere. E’ dovere di ogni scuola, di ogni preside, di ogni insegnante far apprezzare agli alunni i motivi e i vantaggi della costruzione europea, stimolare i progetti educativi transnazionali, suscitare la coscienza di una comune identità, ponendo l’accento su ciò che ci distingue, ma pure su ciò che ci unisce, rinforzando il sentimento di un’appartenenza più vasta senza cadere nel proselitismo, preparandoli ad aderire ai valori umani che ci sono comuni, alla tolleranza e alla solidarietà.
Vorrei ricordare che i Capi di Stato e di Governo, in occasione del Consiglio europeo di Lisbona del marzo 2000 hanno chiesto agli Stati Membri di intraprendere entro il 2010 le azioni necessarie affinché:
Questi obiettivi possono essere raggiunti a condizione che i nostri sistemi educativi e formativi, aggiornati ed adeguati alla società odierna, siano in gradi di preparare i giovani ad affrontare e ad adattarsi alle esigenze di un contesto economico e sociale in pieno mutamento. Per dare seguito a queste raccomandazioni, i Ministri dell’Istruzione dei 25 Stati Membri hanno elaborato un programma di lavoro “Istruzione e formazione 2010” che fu approvato dai Capi di Stato e di Governo nella primavera del 2002. Il documento, che rappresenta un accordo storico, offre per la prima volta alla cooperazione europea obiettivi comuni a medio termine, un quadro e un metodo di lavoro coerente e strutturato.
Il prossimo Programma integrato, al cui interno si colloca la nuova fase di svolgimento di Socrates, pur conservando gli aspetti maggiormente validi delle esperienze pregresse, intende rendere più coerente ed efficace il percorso formativo di crescita comune e contribuire a realizzare l’Europa della conoscenza fondata sul primato della cultura. Siamo davvero alla vigilia di un secondo Rinascimento europeo?
Ciò dipende da noi. Siamo coscienti che:
Stiamo dunque vivendo in un momento della storia in cui il mondo intero è il teatro di innovazioni scientifiche e tecnologiche capitali, che comportano cambiamenti importanti nel campo dell’economia e della politica, mutamenti il cui impatto sulla nostra società è sin da ora difficilmente misurabile.
Se è così, se l’Unione Europea ritiene che siamo entrati in una Società della Conoscenza, essa dovrebbe dunque accingersi ad affrontare questi cambiamenti dovuti alla mondializzazione, all’evoluzione travolgente delle scienze e delle tecnologie ed alle sfide inerenti alla “nuova economia”, fondata essenzialmente sulla Conoscenza; ma ciò noi europei dovremmo farlo in conformità ai nostri valori e alla nostra visione della società.
I Capi di Stato e di Governo, avendo ben presente l’impatto che la Società della Conoscenza avrà sull’integrazione europea e preoccupati del ritardo che l’Unione Europea andava accumulando nei confronti dei suoi diretti concorrenti (Stati Uniti e Asia), ha deciso, in occasione del Consiglio Europeo del marzo 2000 a Lisbona, di raggiungere entro il 2010 una serie di obiettivi qualitativi e quantitativi che menzionerò solo in parte:
rendere la ricerca, l’istruzione, la formazione, l’innovazione, obiettivi strategici dell’Unione Europea, introducendo così, dopo il Mercato Unico e l’Euro, un nuovo grande cantiere, l’Europa della Conoscenza.
Oggi, tale forma di sapere contribuisce già a più del 50 % del PIL dei Paesi industrializzati e gli investimenti nella Conoscenza sono responsabili del 40-50 % della crescita economica. Si stima che circa il 30% della popolazione attiva lavorerà in futuro direttamente alla produzione e alla diffusione della conoscenza sia nell’industria che nei servizi, sia nel settore finanziario che nelle industrie creative. Una percentuale elevata di altri lavoratori dovrà possedere le medesime capacità di reazione e le stesse competenze per potersi adeguare alle tendenze della nuova economia.
E’ pure un dato di fatto che più gli investimenti per la ricerca sono importanti, più la crescita della produttività è forte. Gli studi dimostrano che fino al 40% della crescita della produttività della mano d’opera proviene dagli investimenti nella ricerca, perciò Lisbona prospetta la necessità di consacrare alla ricerca il 3% del PIL entro il 2010.
In Europa, nel 2004, eravamo intorno al 2 %, a fronte del 2,8% degli Stati Uniti.
Solo due paesi dell’Unione, la Svezia e la Finlandia, superano ampiamente tale dato, attestandosi all’incirca al 4%, , mentre l’Italia rimane sul valore dell’1,1%.
Il cammino da percorrere è dunque ancora lungo e il tempo rimanente breve.
Sebbene l’Unione Europea abbia compiuto progressi in determinati settori, in altri emergono lacune che si devono colmare per raggiungere gli obiettivi comuni prefissati.
Ne indico talune:
Queste cifre non sono che un numero limitato di spie che indicano che l’Europa, se vuole colmare il ritardo sui suoi concorrenti, deve possedere una marcia in più. Se tali obiettivi non saranno raggiunti si rischia di essere considerati, in un prossimo futuro, una società duale composta di coloro che possiederanno il sapere e costituiranno i cittadini attivi e partecipi e di coloro che non disporranno delle conoscenze sufficienti e diventeranno cittadini emarginati e assistiti.
Avendo percorso i punti salienti della cooperazione europea nel campo dell’istruzione, quelli che costituiscono le colonne portanti di una Società della Conoscenza, vorrei concludere illustrando la conseguenza che ne deriva per ogni cittadino, ossia la necessità di un apprendimento lungo l’intero arco della sua esistenza. Infatti, il sapere e il saper fare acquisiti in un dato momento della vita dovranno essere aggiornati regolarmente allo scopo di migliorare le proprie conoscenze, qualifiche e competenze, in una prospettiva sia personale sia professionale. Questa nozione trascende tutti i livelli dell’istruzione e della formazione e ingloba le tappe del processo di crescita di ciascuno di noi.
Si tratta dunque di permettere a tutti di accedere liberamente ad una formazione formale o informale. Però, un tale obiettivo non può essere raggiunto con gli attuali sistemi di istruzione e di formazione, troppo rigidi e spesso mancanti di continuità e coerenza. Se vogliamo essere veramente alla vigilia di un secondo Rinascimento europeo, dobbiamo renderli più flessibili ed aperti, eliminando gli ostacoli esistenti fra le diverse forme di apprendimento. Inoltre, si deve risolvere il problema della valorizzazione dell’esperienza e delle competenze acquisite in modo non formale, riconoscendole e attribuendo loro una giusta considerazione.
Ciascuno di noi prenda dunque consapevolezza delle esigenze della Società della Conoscenza e agisca di conseguenza.