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Europa, una nota di fiducia

Da noi sollecitato, Domenico Lenarduzzi, già autorevole direttore generale della DG per l’Educazione e la Cultura della Commissione Europea, considerato il "padre" di Erasmus e di gran parte dei programmi poi confluiti in Socrates, esprime alcune motivate riflessioni sui compiti che la nuova scuola è tenuta a svolgere accentuando la flessibilità dei singoli sistemi di istruzione e formazione. Ciò nella prospettiva della compiuta realizzazione della società della conoscenza e del sapere.

Domenico Lenarduzzi con il direttore dell'Agenzia Socrates Giovanni Biondi all'inaugurazione del Socrates fase IILa rivista telematica dell’Agenzia Socrates Italia si rivolge prevalentemente ad un pubblico di docenti e discenti. Quale compito deve svolgere la scuola  per meglio metabolizzare la dimensione europea e il correlato concetto della cittadinanza attiva? Ha indicazioni in proposito?

Ritengo che la scuola, in quanto istituzione, non sia sempre sufficientemente conscia della responsabilità, che le è propria, di preparare i nostri giovani ad essere cittadini attivi e partecipi. Essi avranno bisogno di strumenti specifici indispensabili, come la conoscenza delle lingue, le tecnologie di informazione e di comunicazione; dovranno disporre di competenze di base che permettano loro di inserirsi in una società multiculturale dove la diversità sarà considerata una ricchezza più che un ostacolo.

Si dovrà far entrare l’Europa nella scuola che, a sua volta, avvertirà l’esigenza di contribuire al successo dell’Europa.

Infatti la dimensione europea non può limitarsi ad essere una materia di studio o un’aggiunta ad altre discipline. E’ necessario che essa sia considerata non un oggetto estraneo, ma parte integrante della vita scolastica; è un fatto di mentalità, un modo di essere. E’ dovere di ogni scuola, di ogni preside, di ogni insegnante far apprezzare agli alunni i motivi e i vantaggi della costruzione europea, stimolare i progetti educativi transnazionali, suscitare la coscienza di una comune identità, ponendo l’accento su ciò che ci distingue, ma pure su ciò che ci unisce, rinforzando il sentimento di un’appartenenza più vasta senza cadere nel proselitismo, preparandoli ad aderire ai valori umani che ci sono comuni, alla tolleranza e alla solidarietà.

Vorrei ricordare che i Capi di Stato e di Governo, in occasione del Consiglio europeo di Lisbona del marzo 2000 hanno chiesto agli Stati Membri di intraprendere entro il 2010 le azioni necessarie affinché:

  • la qualità dell’istruzione raggiunga il più alto livello possibile;
  • i sistemi di istruzione in Europa siano sufficientemente compatibili tra loro, permettendo ai cittadini di passare con una certa facilità da un sistema all’altro;
  • le persone che possiedono qualifiche, conoscenze e competenze acquisite ovunque nell’Unione Europea abbiano l’opportunità di farle riconoscere effettivamente su tutto il suo territorio;
  • i cittadini europei di ogni età abbiano la possibilità di accedere alla formazione lungo tutto l’arco della vita.

Questi obiettivi possono essere raggiunti a condizione che i nostri sistemi educativi e formativi, aggiornati ed adeguati alla società odierna, siano in gradi di preparare i giovani ad affrontare e ad adattarsi alle esigenze di un contesto economico e sociale in pieno mutamento. Per dare seguito a queste raccomandazioni, i Ministri dell’Istruzione dei 25 Stati Membri hanno elaborato un programma di lavoro “Istruzione e formazione 2010” che fu approvato dai Capi di Stato e di Governo nella primavera del 2002. Il documento, che rappresenta un accordo storico, offre per la prima volta alla cooperazione europea obiettivi comuni a medio termine, un quadro e un metodo di lavoro coerente e strutturato.


Il prossimo Programma integrato, al cui interno si colloca la nuova fase di svolgimento di Socrates, pur conservando gli aspetti maggiormente validi delle esperienze pregresse, intende rendere più coerente ed efficace il percorso formativo di crescita comune e contribuire a realizzare l’Europa della conoscenza fondata sul primato della cultura. Siamo davvero alla vigilia di un secondo Rinascimento europeo?  

Ciò dipende da noi. Siamo coscienti che:

  • il terzo millennio sarà caratterizzato da una evoluzione scientifica, tecnologica, economica e sociale sempre più rapida, facendo della Conoscenza la pietra angolare di tutte le nuove politiche economiche e sociali?
  • oggi la vera ricchezza, le prestazioni economiche, la competitività e l’occupazione non dipendono più unicamente dalla produzione di beni materiali, ma in misura sempre maggiore dalla produzione della Conoscenza?

Stiamo dunque vivendo in un momento della storia in cui il mondo intero è il teatro di innovazioni scientifiche e tecnologiche capitali, che comportano cambiamenti importanti nel campo dell’economia e della politica, mutamenti il cui impatto sulla nostra società è sin da ora difficilmente misurabile.

Se è così, se l’Unione Europea ritiene che siamo entrati in una Società della Conoscenza, essa dovrebbe dunque accingersi ad affrontare questi cambiamenti dovuti alla mondializzazione, all’evoluzione travolgente delle scienze e delle tecnologie ed alle sfide inerenti alla “nuova economia”, fondata essenzialmente sulla Conoscenza; ma ciò noi europei dovremmo farlo in conformità ai nostri valori e alla nostra visione della società.

I Capi di Stato e di Governo, avendo ben presente l’impatto che la Società della Conoscenza avrà sull’integrazione europea e preoccupati del ritardo che l’Unione Europea andava accumulando nei confronti dei suoi diretti concorrenti (Stati Uniti e Asia), ha deciso, in occasione del Consiglio Europeo del marzo 2000 a Lisbona, di raggiungere entro il 2010 una serie di obiettivi qualitativi e quantitativi che menzionerò solo in parte:

rendere la ricerca, l’istruzione, la formazione, l’innovazione, obiettivi strategici dell’Unione Europea, introducendo così, dopo il Mercato Unico e l’Euro, un nuovo grande cantiere, l’Europa della Conoscenza.

Oggi, tale forma di sapere contribuisce già a più del 50 % del PIL dei Paesi industrializzati e gli investimenti nella Conoscenza sono responsabili del 40-50 % della crescita economica. Si stima che circa il 30% della popolazione attiva lavorerà in futuro direttamente alla produzione e alla diffusione della conoscenza sia nell’industria che nei servizi, sia nel settore finanziario che nelle industrie creative. Una percentuale elevata di altri lavoratori dovrà possedere le medesime capacità di reazione e le stesse competenze per potersi adeguare alle tendenze della nuova economia.

E’ pure un dato di fatto che più gli investimenti per la ricerca sono importanti, più la crescita della produttività è forte. Gli studi dimostrano che fino al 40% della crescita della produttività della mano d’opera proviene dagli investimenti nella ricerca, perciò Lisbona prospetta la necessità di consacrare alla ricerca il 3% del PIL entro il 2010.

In Europa, nel 2004, eravamo intorno al 2 %, a fronte del 2,8% degli Stati Uniti.
Solo due paesi dell’Unione, la Svezia e la Finlandia, superano ampiamente tale dato, attestandosi all’incirca al 4%, , mentre l’Italia rimane sul valore dell’1,1%.

Il cammino da percorrere è dunque ancora lungo e il tempo rimanente breve.
Sebbene l’Unione Europea abbia compiuto progressi in determinati settori, in altri emergono lacune che si devono colmare per raggiungere gli obiettivi comuni prefissati.
Ne indico talune:

  • Abbandono scolastico
    Benché l’Unione Europea abbia fatto della lotta contro la dispersione scolastica una delle sue priorità, tale fenomeno interessa ancora a tutt’oggi il 17% dei giovani che si trovano prematuramente emarginati rispetto alla Società della Conoscenza.
    L’obiettivo è di fare scendere tale tasso al 10% entro il 2010.
  • Abilità di lettura
    Nel campo della lettura, l’OCSE ha calcolato che tuttora il 17,2 % dei giovani di 15 anni nell’Unione Europea possiede solo il più basso livello di conoscenza. Bisognerebbe ridurre tale tasso al 12% entro il 2010.
  • Istruzione secondaria superiore
    Completare il ciclo di istruzione secondaria superiore è sempre più importante; l’obiettivo prefissato è di raggiungere l’85% della popolazione ventiduenne entro il 2010. Oggi la media europea è del 76 %, l’Italia è al 78%.
  • Numero insufficiente di laureati
    Per essere competitiva nell’economia della conoscenza, l’Unione Europea ha bisogno di un numero sufficiente di laureati che dispongano di una preparazione rispondente alle esigenze della ricerca e del mercato del lavoro. Nell’UE, in media, il 23% della popolazione tra i 25 e i 64 anni ha ottenuto una laurea, in Italia molto meno. Tale percentuale è nettamente inferiore a quella del Giappone (35%) o degli Stati Uniti (37%).


Queste cifre non sono che un numero limitato di spie che indicano che l’Europa, se vuole colmare il ritardo sui suoi concorrenti, deve possedere una marcia in più. Se tali obiettivi non saranno raggiunti si rischia di essere considerati, in un prossimo futuro, una società duale composta di coloro che possiederanno il sapere e costituiranno i cittadini attivi e partecipi e di coloro che non disporranno delle conoscenze sufficienti e diventeranno cittadini emarginati e assistiti.


Avendo percorso i punti salienti della cooperazione europea nel campo dell’istruzione, quelli che costituiscono le colonne portanti di una Società della Conoscenza, vorrei concludere illustrando la conseguenza che ne deriva per ogni cittadino, ossia la necessità di un apprendimento lungo l’intero arco della sua esistenza. Infatti, il sapere e il saper fare acquisiti in un dato momento della vita dovranno essere aggiornati regolarmente allo scopo di migliorare le proprie conoscenze, qualifiche e competenze, in una prospettiva sia personale sia professionale. Questa nozione trascende tutti i livelli dell’istruzione e della formazione e ingloba le tappe del processo di crescita di ciascuno di noi.


Direzione Didattica di Orte incontro di progetto ComeniusSi tratta dunque di permettere a tutti di accedere liberamente ad una formazione formale o informale. Però, un tale obiettivo non può essere raggiunto con gli attuali sistemi di istruzione e di formazione, troppo rigidi e spesso mancanti di continuità e coerenza. Se vogliamo essere veramente alla vigilia di un secondo Rinascimento europeo, dobbiamo renderli più flessibili ed aperti, eliminando gli ostacoli esistenti fra le diverse forme di apprendimento. Inoltre, si deve risolvere il problema della valorizzazione dell’esperienza e delle competenze acquisite in modo non formale, riconoscendole e attribuendo loro una giusta considerazione.


Ciascuno di noi prenda dunque consapevolezza delle esigenze della Società della Conoscenza e agisca di conseguenza.    


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