Qualsiasi indagine conoscitiva deve fondarsi – è la tesi centrale del celebre “Discorso sul metodo” di Cartesio – sul rispetto di alcune norme concettuali, due delle quali, la sintesi e l’analisi, sono particolarmente utili per esprimere qualche considerazione sugli aspetti essenziali della Settimana Europea che si è svolta a Bruxelles nello scorso mese di giugno.
La ricostruzione d'insieme del suddetto meeting è abbastanza semplice. Si sono incontrati duecento giovani che, in rappresentanza di ventisette Stati, hanno discusso sui tanti problemi inerenti il presente e il futuro dell’Unione; con molteplici voci, senza filtri o mediazioni esterne e sulla base di interessi e prospettive rispondenti alla mentalità della coscienza giovanile.
Una suggestiva tavola rotonda ricca di riflessioni e di sentimenti, una sorta di Manifesto 2007 dal quale si evince che le young people credono nel futuro dell’Europa e intendono esercitare pienamente i propri diritti di cittadinanza ma vogliono contare di più ed essere maggiormente coinvolte nell’attuale fase di transizione verso la più compiuta società della conoscenza e della piena integrazione.
Un ulteriore aspetto di carattere generale impressiona favorevolmente. Rispetto ai tanti giudizi che ritengono i giovani blindati in se stessi ed insofferenti verso qualsiasi progetto che li veda coinvolti in prima persona, dalla lettura della documentazione di riferimento emerge una ventata di realismo partecipativo, sostenuto da un pensiero coerente in termini di convivenza democratica e certamente più aperto rispetto alla cautela che connota il procedere delle Cancellerie europee. Mi sembra, dunque, che la comunità giovanile si presenti, sul piano dell’impegno e delle capacità propositive, più dinamica rispetto a quella degli adulti.
Ulteriori indicazioni si ricavano dall’analisi delle relazioni concernenti i singoli temi che sono stati affrontati, a partire da quello dell’occupazione. I giovani sono consapevoli delle sempre più accentuate difficoltà del mercato del lavoro e paventano le tendenze recessive in atto in Europa, particolarmente gravi se riferite all’ingresso di Paesi economicamente più deboli. Tale legittima preoccupazione non esclude una buona concordanza sul rispetto degli interessi altrui e sulla lotta contro la discriminazione e l’intolleranza, disvalori che dovrebbero essere meglio arginati, a parere dei convenuti alla Settimana belga, da una legislazione più severa.
Qualche nota a parte merita l’European Voluntary Service che consente agli iuvenes viatores di inserirsi in progetti transnazionali aventi per oggetto l’ambiente, la cultura, l’assistenza alle persone svantaggiate. Ritengo che tale servizio, nel prendere atto dell’ideale dell’essere per altri, significativo per molti giovani, esprima una visione civile di larga portata. A fronte di una pletora di enti e di intendimenti comunitari, poco incisivi e spesso angusti, e dinanzi alla crisi che gli organismi formativi del Vecchio Continente incontrano nel proporre quelli che una volta venivano definiti gli insegnamenti di vita, ovvero validi modelli etici di riferimento, tale volontariato può essere interpretato come un istituto educativo di stampo informale e ben in grado di abituare all’uso corretto dell’intelletto e di accentuare il diffondersi di valori positivi. Non a caso, i partecipanti hanno chiesto alla Commissione di reperire risorse adeguate all’importanza dei progetti, assicurando la massima visibilità a quelli maggiormente rappresentativi.
Concludo. Poco meno di duecento persone, peraltro ben selezionate, sono un campione che non si presta ad alcuna generalizzazione. Tuttavia, l’attuale quadro politico europeo – come ha riconosciuto Giorgio Napolitano nel corso di una recente verifica a Lisbona – permane confuso e opaco, sbilanciato, com’è, tra le ambizioni velleitarie e i modesti risultati conseguiti. Occorre adoperarsi meglio e di più. Facendo ricorso all’intuizione, la terza regula ad directionem ingenii, mi sembra evidente che la spinta verso la civitas sovranazionale possa essere accelerata muovendo dagli individui anziché dalle istituzioni. In tal senso, le young people sono certamente in grado di rendere più spedito il percorso da compiere.
Infine, ricontrollando tramite l’enumerazione l’ultima norma di cui al “Discorso sul metodo” gli argomenti discussi durante il convegno, mi sono reso conto del fatto che il relativo calendario non aveva previsto una seduta dedicata ai problemi della formazione e dell’istruzione. Pure, rilessioni di prima mano e in chiave sovranazionale avrebbero potuto fornire spunti e stimoli al dibattito politico e pedagogico riguardante nel nostro Paese il rinnovamento degli studi secondari e universitari.
di Roberto Antonucci, Agenzia Scuola (ex-Indire)